Di lavoro e soddisfazioni
Ripenso ad un post di Rossella pubblicato qualche giorno fa, guardo l’orizzonte, rilasso lo sguardo e continuo a pensare. Uno squillo alla dolce metà, penso a lei, ed ancora una volta lo sguardo perso nel vuoto. Colonna sonora che mi riporta a qualche manciata di anni fa, una poltrona comoda sulla quale rilassarmi.
Maturità – da L’Orso Ciccione
Sbuffo, penso al tempo che è andato via senza che me ne accorgessi, ripenso a quei giorni tra i banchi di scuola, sono giovane lo so, sto facendo discorsi che generalmente intavola mio padre che di “piste me ne da 3” rispetto alla mia veneranda età… eppure ci penso!
Pensateci un pò su. Da piccini sognavate di terminare quanto prima la scuola per poter avere in bocca quel sapore di libertà che puntualmente vi veniva tolta da una cartella, libri pesanti e odiose persone che stavano sedute dietro un “banco più grande“, parlavano per ore, non si stancavano mai, in compenso la palpebra talvolta calava e si pensava che un giorno tutto quello sarebbe terminato e che “si sarebbe diventati grandi“. Mi girava un pensiero fisso in testa: “Meglio lavorare che stare dietro questo banco e penare come un povero disgraziato“, lo ripetevo continuamente.
Cosa buffa è che ora, quasi quotidianamente, ripeto una frase che gli somiglia molto: “A quando la pensione?“. Ed ecco quindi che si avanza per stadi, si cresce ancora, si abbandonano quei pensieri che il ragazzetto ha continuamente in testa (figa, figa, figa) e si pensa da grandi (vagina, vagina, vagina). Siamo moneta di scambio, qualcuno più in alto di noi (no, non così tanto in alto) sfrutta otto (e più) ore della nostra vita scambiando la prestazione con vile danaro, strumento principale di acquisto dei beni che ci circondano, talvolta futili, talvolta necessari.
Liberate la mente, analizzate attentamente quella che è la vita di molti di noi ogni giorno, 365 giorni all’anno, 366 nei bisestili, talvolta anche di più se siete un supereroe o una qualche entità sconosciuta all’umanità intera … La mattina ci si alza, ci si prepara a fatica, l’occhio ancora mezzo chiuso gioca brutti scherzi e si rischia sempre di prendere in pieno la colonna del bagno che “separa” l’area scarico dall’area rinfresco, la macchina / il treno / il tram / l’aereo / la navicella spaziale / la groppa di Yoshi per arrivare in ufficio in orario, timbrare il nostro bel cartellino e cominciare a lavorare. C’è chi fa la cassiera, c’è chi noleggia automobili, c’è chi come il sottoscritto sopporta mandrie di bestie che hanno molta poca confidenza con quegli strani scatolotti che prendono polvere sotto le scrivanie. La storia si ripete per 5 giorni lavorativi, talvolta 6, raramente 7.
Chi te lo fa fare direbbe il figlio di papà con il Maserati e l’unico obbligo di riposarsi per la maggior parte delle ore che compongono una normale giornata da comune mortale. E’ vero, molte volte passa per la testa quella frase, rimbomba come fa il subwoofer nel baule della mia macchina (206, altro che Maserati, tzè), forse anche più. Siamo stressati, alla costante ricerca di qualcosa che possa portare soldi nelle nostre tasche cercando di fare meno fatica possibile, sporadicamente ci si inventa qualifiche appositamente per avere il bell’ufficio, la bella segretaria sotto la scrivania, la bella macchina, la bella famiglia di facciata. Spesso si cerca il posto che possa permetterci di arrivare a fine mese senza la preoccupazione di restare in mezzo ad una strada.
Sapete che vi dico? 3 anni fa ho deciso di abbandonare il posto statale perché non mi soddisfaceva. I miei vecchi colleghi sono ancora li a lavorare 6 ore al giorno (e 2 rientri pomeridiani, ndr), 5 giorni alla settimana, prendendo uno stipendio base più alto del mio e con una miriade di diritti (e assurdi vantaggi) che gli vengono concessi dalla madre patria. Ho deciso di decidere che farne della mia vita, almeno per il momento. Mi faccio un “culo a mandolino” ™ come tanti li fuori per 8 ore al giorno, lunedì o sabato non hanno differenze tra di loro, festività talvolta inesistenti. Eppure, cara Rossella, lavoro per gente che apprezza gli sforzi (i clienti, mica i capi né!
), ringrazia qualche volta, ti dona quella sensazione che -una volta usciti da quel maledetto loculo- ti fa sentire bene e ti permette di esclamare: “Si, oggi sono soddisfatto e ho fatto il mio porco lavoro!” (dove “porco” è voluto), ti fa rientrare a casa e apprezzare quello che hai, salutare la tua metà sorridendo perché anche oggi sei un pò più ricco dentro avendo dato quel minimo di senso alla giornata, un abbraccio vale più di mille pensieri e parole.
C’est la vie, e noi ce la si vive così come ce la danno! (da leggere a mò di Roberto Benigni Style), dai che ce la fai anche tu
Addendum: avete notato che ‘sto post è tutto un pensiero? Carini e coccolosi lettori, voi non avete letto nulla!

Era da tanto che non riuscivo a leggere un libro. Un paio di mesi fa, gironzolando per il magazzino di un mio cliente, ho visto 


