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Uso ormai Plex da una vita e, con l’arrivo del Synology DS216j in casa, ho scelto di spostare il Media Center dalla macchina Windows di casa al NAS, in fondo i contenuti si trovano su quest’ultimo, perché quindi non tenere tutto sotto lo stesso tetto? Ho trasferito tutto, installato e riconfigurato Plex esattamente come quello che ho poi spento in seguito su Windows. Il problema però è che il pacchetto Plex proposto dal centro di installazione Synology nasce vecchio.

Synology: aggiornare Plex manualmente

Si può effettuare l’aggiornamento manuale, basta solo qualche accortezza e un paio di informazioni che puoi recuperare facilmente dalle informazioni del NAS. Affrontiamo tutto per punti.

Synology: aggiornare Plex manualmente 5

Info e Download

Accedi al tuo NAS tramite interfaccia web, entra nel Pannello di controllo e accedi alle informazioni del dispositivo (Centro informazioni, nda). Ti serve verificare che tipo di processore monta, se Intel o ARM. Nel mio caso è il secondo, come da immagine:

Synology: aggiornare Plex manualmente 1

A questo punto scarica il giusto pacchetto per il tuo Synology dalla pagina plex.tv/downloads, e tienilo da parte. Dovrai prima andare a fare qualche modifica nelle impostazioni del NAS.

Accedi al Centro pacchetti, quindi alle Impostazioni. Dovrai ora modificare il livello di fiducia per le fonti di installazione. Sposta il check sulla seconda opzione (Synology Inc. ed editori fidati) e scarica nel frattempo la chiave pubblica di Plex all’indirizzo downloads.plex.tv/plex-keys/PlexSign.key. Ora spostati sulla voce “Certificato” e importa la chiave appena scaricata:

Un clic su Salva per chiudere la finestra e il gioco è fatto. La parte relativa alle impostazioni è terminata. Puoi ora caricare manualmente il pacchetto. Fai clic su “Installazione Manuale” e carica il pacchetto di Plex che hai scaricato dal suo sito ufficiale a inizio articolo, ti verrà poi richiesta ultima conferma prima di procedere (si tratta pur sempre di un pacchetto che non arriva ufficialmente da Synology):

Il gioco è fatto, la versione dovrebbe essere già cambiata nel Centro pacchetti di Synology, ti basterà accedere a Plex (via web) e andare nelle impostazioni del server per avere anche l’ultima conferma.

È una procedura semplice ma seccante, me ne rendo conto, perché Synology non propone i pacchetti costantemente rilasciati da Plex, e non c’è modo di automatizzare il processo, dovrai quindi ripetere l’operazione in futuro per tenere sempre tutto aggiornato, e sfortunatamente non puoi semplicemente fare un clic su “Aggiorna ora manualmente” quando ti compare in Plex.

fonti utilizzate:
jeremywsherman.com/blog/2015/11/08/updating-plex-on-synology-nas
support.plex.tv/hc/en-us/articles/205165858

Ormai è un appuntamento al quale siamo abituati, è a scadenza precisa e ogni anno Amazon (mio e probabilmente tuo spacciatore di fiducia) ci prepara al #BlackFriday promettendo mari e monti. Ogni scusa è buona, si va ad aggiungere legna a quel fuoco che già scoppietta allegramente in occasione del #PrimeDay e di ogni nuovo sconto giornaliero del big dell’e-commerce. Il consiglio è però sempre lo stesso: occhio ai prezzi, non tutto è davvero un affare.

Il #BlackFriday di Amazon è arrivato, occhio ai prezzi!

Per credenza molto popolare, si è portati a pensare che Amazon offra sconti pazzi ogni giorno, non è così. Si parte da una base (il prezzo di listino) tipicamente molto alto, un prezzo Amazon (che ci sembra dannatamente vantaggioso) e un ulteriore sconto offerto per un tempo limitato.

Andiamo con ordine: il prezzo di listino è più bufala di una mozzarella preparata nella zona della Campania. Amazon non ti offrirà mai (o quasi) il prezzo di listino, partirà già da posizione privilegiata e da una evidente quota d’acquisto (presso il reale fornitore del prodotto) più vantaggiosa di qualsiasi tua in altra condizione, potendosi poi permettere di far scendere un’asticella difficile da battere, andando in diretta competizione contro altri player di settore (fisici e virtuali, poco importa), tutto sommando facendo un favore all’acquirente. Parti quindi dal presupposto che il prezzo di ciò che desideri è quello che vedi subito sotto il barrato al quale siamo ormai abituati:

Il #BlackFriday è arrivato, occhio ai prezzi! 1

Perché dico questo? Perché quel 279,99€ (nell’immagine qui sopra) è il prezzo che dovrebbe avere il prodotto fuori da Amazon, ma che su Amazon non ha mai avuto. Il suo prezzo reale è di 224,90€. Il risparmio c’è rispetto a una catena fisica come Media World (e non è neanche detto, non considero possibili offerte di questa o di qualsiasi altra catena). Per capire se ci può davvero essere un ulteriore risparmio e per non correre alla finta offerta (Amazon non fa eccezione rispetto a qualsiasi altro venditore lì fuori, anche se ho visto più raramente fare il giochino del rialzo subito prima dello sconto), puoi usare strumenti ad-hoc, quelli di cui ti ho già parlato molte volte e che ti ripropongo oggi attraverso articoli già scritti che si adattano perfettamente alla veste del Black Friday di quest’anno. Due in particolare, il primo è più aggiornato e più semplice da tenere d’occhio al momento giusto, il secondo è sempre funzionante ma richiede un mezzo intervento manuale e forse diventa meno comodo quando hai fretta di capire se un acquisto può valere davvero la pena della spesa o meno.

Amazon Prime Day: ho fatto un buon affare?

Il secondo articolo è invece quello scritto un po’ prima (come anticipato) e che parlava di CamelCamelCamel, strumento ancora oggi molto potente e pratico ma che richiede quel “mezzo intervento manuale” di cui parlavo qualche riga fa:

Arrivare preparati al Prime Day di Amazon

Valgono inoltre risorse preziose come Telegram, con i suoi bot e i canali dedicati al followup di ogni possibile offerta vantaggiosa o “sfiziosa“, se per sfiziosa si può intendere il gadget talmente ignorante (o utile, dipende dall’occasione) al quale non si può proprio rinunciare. Un paio da seguire con attenzione e che hanno già cominciato a tirare conigli fuori dal cappello dalla mezzanotte sono @scontiamolo e @tariffandoIT.

Divertiti, spendi il giusto, non comprare stronzate. Ce la farai? :-)

È capitato a un amico, si trattava del solito messaggio che lo avvisava riguardo un fantastico e irrinunciabile servizio al quale si era appena abbonato. Peccato che non lo abbia mai voluto fare, ha solo sfiorato uno di quei banner pubblicitari che si trovano nelle applicazioni o nei siti web caricati da mobile, che in un nanosecondo permettono a società parassite di iniziare a scalare del credito dalla propria ricaricabile (o caricare quella spesa sull’abbonamento mensile). Ci sono decine di articoli che ne parlano e una marea di imprecazioni contro i carrier telefonici. Di cosa si tratta e come si blocca questo comportamento sul nascere?

Barring SMS

Servizi a pagamento non richiesti

Cito un cappello introduttivo di Altro Consumo che ha già trattato in passato l’argomento in maniera completa:

Si nascondono dietro nomi ogni volta diversi. Compaiono in bolletta in mezzo al resto dei costi, cercando di camuffarsi tra le altre voci. Sono i servizi non richiesti: abbonamenti di cui non si era mai sentito parlare prima di vederli comparire sulla bolletta mensile. Lo avete segnalato in tanti: mentre si naviga dallo smartphone, sfiori accidentalmente un banner pubblicitario e ti ritrovi abbonato in men che non si dica. Oppure, mentre stai giocando sul telefono, nell’intento di chiudere una finestra di pop-up, scatta la sottoscrizione ai servizi più disparati. Spesso capita anche che credi di navigare utilizzando le soglie previste dal tuo piano tariffario e, invece, poi scopri che non ti hanno rinnovato la promozione e stai spendendo soldi senza neanche rendertene conto. O che inizi a ricevere sms di vario genere, con contenuti a pagamento, senza aver mai richiesto alcuna attivazione.

Si va dallo spacciatore delle migliore suonerie per cellulari (fa molto anni ’90, nda) a quello che ti permette di stringere amicizie con nuove persone, magari anche a fini di relazione sentimentale. Fanno leva sulla curiosità, talvolta sulla pura e mera distrazione dell’utente che –dopo aver scaricato l’ennesimo gioco fotocopia– va a fare clic sul banner che compare a tradimento nell’avanzamento tra un livello e l’altro. Fosse per me, nonostante non sia mai caduto nella trappola, andrei a prendere a badilate in faccia coloro che abusano dell’ignoranza degli utilizzatori non molto esperti per estorcere denaro guadagnato con il sudore. È capitato tra amici, è capitato anche a Ilaria che -non facendolo certo apposta- ha fatto clic su un banner di un’applicazione di ricette, può succedere davvero a chiunque.

Formazione, consigli, ho fatto di tutto e cerco di tenere sempre allineato mio padre (che ha uno smartphone e una tariffa dati), lo stesso vale per mia madre, non è mai abbastanza, basta un secondo e la frittata è fatta (e via i primi 5€ nel frattempo, senza neanche battere ciglio).

Chiedere aiuto all’operatore

Quando succede un episodio legato a servizi a pagamento non richiesti, è necessario quanto prima contattare il proprio operatore e chiedere aiuto. Nel caso di TIM (ciò che ho dovuto fare io per mettere al riparo Ilaria) il numero è il 119. Prima di procedere ed essere sicuro di quanto accaduto, mi sono collegato all’area clienti del sito web ufficiale e ho dato una sbirciata ai servizi attivi, trovando quello relativo al SMS di notifica ricevuto qualche minuto prima:

Barring SMS: difendersi dai servizi a pagamento non richiesti

I primi 5€ erano stati già scalati dal credito, tanto per gradire. Prima di comporre il numero dell’assistenza e perderci nella labirintica scalata all’operatore in grado di aiutarci, ho anche inviato un SMS di risposta a quello di notifica, utilizzando il comando di STOP per provare a disattivare manualmente l’abbonamento mai voluto. A questo punto, senza aspettare ulteriormente, ho chiamato il 119. Dopo 800 possibili deviazioni, due salti carpiati e tuffo nel vuoto sono riuscito a parlare con un umano, ho spiegato la situazione e ho chiesto ulteriori dettagli.

La conferma è arrivata immediatamente. Il servizio non richiesto aveva già fatto il suo dovere infilandosi tra le spese ricorsive, senza conferma alcuna, un chiavi in mano davvero poco gradevole perché in grado di fare una rapida escalation quasi al pari di un root in shell Linux. Fatta partire la richiesta di rimborso del credito, abbiamo richiesto il barring per ogni tipo di servizio simile a quello che si era attivato per Ilaria.

Ti riporto un pezzo dell’articolo scritto da Luigi Cigliano sul suo blog, che ho trovato curiosando dopo aver terminato di parlare con il supporto del 119:

Ad ogni modo, è bene sapere che la legge è comunque dalla nostra parte. Con l’articolo 5, comma 4 dell’allegato A alla Delibera 418/07/CONS l’AGCOM infatti dispone che:

“… gli operatori della telefonia disattivino immediatamente i servizi a sovrapprezzo in abbonamento ed interrompano i conseguenti addebiti a decorrere dalla semplice richiesta telefonica dell’utente mediante chiamata al numero di assistenza clienti, nonché mediante eventuali ulteriori modalità telematiche messe a disposizione dall’operatore…”

Per non rischiare più di attivare servizi a pagamento indesiderati via SMS o MMS, come ultima spiaggia è possibile ora richiedere l’attivazione del Barring SMS, una funzione che blocca a monte questo genere di messaggi a pagamento, di solito provenienti da particolari numeri che iniziano con il 4 (in particolar modo le decadi 44, 45, 46, 47, 48).
Nella maggior parte dei casi per beneficiare del barring è sufficiente telefonare al servizio clienti del proprio gestore telefonico e farne domanda all’operatore (in alto trovate la lista dei vari recapiti).
Il rovescio della medaglia del servizio di barring SMS è quello di andare poi a bloccare anche tutti qui servizi SMS attivati volontariamente, come ad esempio quelli inviati dalla banca per notificare l’utilizzo della carta di credito.

In realtà, per mia esperienza, non ho riscontrato alcun tipo di problemi con gli SMS della banca che, pur avendo il barring attivo, continuano ad arrivare regolarmente sul telefono della mia compagna, è evidente che per evitare spiacevoli confusioni e mancati recapiti si siano tutelate (forse alcune, forse tutte) e facciano arrivare i loro messaggi tramite altri tipi di gateway.

Tutto si è concluso nel giro di pochi minuti, il rimborso è arrivato dopo qualche giorno, il barring continua a essere il metodo unico e solo per evitare che questi spiacevoli inconvenienti si verifichino ancora, fermo restando che considero altamente scorretta la sola possibilità di eseguire questo tipo di abbonamenti senza la reale conferma dell’utente finale.

Siamo circondati

Non è la prima che succede una cosa simile. È successo a Ilaria, è successo ad altri amici, ricordo (seppur ormai a fatica) che successe anche a me quando ancora esistevano Omnitel e nascevano i primi servizi per “chattare” tra contatti conosciuti e non (a quell’epoca però era decisamente più difficile parlare del problema con l’operatore e pretendere il rimborso).

Riporto solo due casi di persone che leggo (Enrico lo conosco anche dal vivo, ma tant’è) che hanno lamentato poco tempo fa la stessa anomalia (?) e che hanno avuto a che fare con i call center spesso non davvero pronti a servire un cliente in difficoltà e che fa notare una truffa bella e buona ai suoi danni (il primo dei due link qui di seguito è davvero epico):

Estote parati (cit.)

G

Altervista ha segnato per sempre la storia del free-hosting italiano quando anni fa (la sua creazione risale al 2000) è sceso in campo a combattere contro gente dal calibro decisamente più grosso, ma evidentemente meno preparata al rapido cambiamento del web e le costanti necessità dei suoi utilizzatori. Anche “gioxx”  ha fatto parte di Altervista, possiedo ancora quel dominio (gioxx.altervista.org), ma conservo al suo interno vecchie pagine che mettevo in piedi per raccogliere i materiali relativi alle prove di maturità delle scuole superiori (mi sono diplomato nel 2004, ho aggiornato quella raccolta fino al 2011).

Chevereto e Altervista: consigli per non perdere la testa 4

Su un diverso sito web (sempre ospitato sui server di Altervista) ho provato a installare Chevereto, un’applicazione di image hosting, che permette di caricare facilmente immagini sul web e ottenere collegamenti per ogni utilizzo (BBCode, HTML, ecc.). Lo usiamo già da anni per Mozilla Italia, ne avevo installato una versione molto vecchia per provarlo, ci è piaciuto, lo abbiamo tenuto e aggiornato (la licenza permette multiple installazioni, senza limiti).

Salto tutta la parte relativa all’installazione del software e ti dico già che lo script di installazione automatica non funziona correttamente su Altervista. Scarica autonomamente il pacchetto completo di script da installare e caricarlo sul tuo spazio web. A questo punto assicurati di avere una configurazione in grado di supportare un corretto funzionamento del software:

Senza queste, Chevereto non potrà lavorare correttamente e restituirà errori a video (o in alternativa dei semplici warning, alquanto fastidiosi in ogni caso). Ciò che in realtà devi sapere, è che quando aggiorni Chevereto dovrai rifare lo stesso mestiere, perché l’aggiornamento automatico non è in grado di funzionare correttamente.

Una volta caricati i file necessari sul server, otterrai molto probabilmente questo errore a video:

Chevereto e Altervista: consigli per non perdere la testa 2

Verifica che il file HTACCESS nella root dell’installazione di Chevereto abbia la RewriteBase / non commentata:

# If you have problems with the rewrite rules remove the "#" from the following RewriteBase line
# You will also have to change the path to reflect the path to your Chevereto installation
# If you are using alias is most likely that you will need this.
RewriteBase /

e che la versione del motore PHP utilizzato sia la 5.6, lasciando abilitate le register_globals:

# # av:php5-engine
AddHandler av-php56 .php

# # av:PHP-RG
php_flag register_globals on

Solo così potrai finalmente terminare l’operazione di update (quella che lanci tramite un URL ben preciso) e rendere perfettamente visibile e funzionante ogni URL legato al tuo hosting di immagini personali.

Respira, hai appena terminato di imprecare. Ah, consiglio spassionato per la prossima volta: se vuoi, tutela il tuo .htaccess evitando che i file aggiornati di Chevereto vadano a sovrascriverlo (solo lui eh, il resto va sovrascritto sul serio).

G