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Android's Corner è il nome di una raccolta di articoli pubblicati su questi lidi che raccontano l'esperienza Android, consigli, applicazioni, novità e qualsiasi altra cosa possa ruotare intorno al mondo del sistema operativo mobile di Google e sulla quale ho avuto possibilità di mettere mano, di ritoccare, di far funzionare, una scusa come un'altra per darvi una mano e scambiare opinioni insieme :-)

Ci riproviamo? Te lo ricordi l’articolo sull’Asus Zenfone Max? Non ne era uscito proprio a testa alta, ero stato in grado di evidenziare dei pro e dei contro, è quello che succede con ogni prodotto, nel suo caso la conclusione era stata semplice: un ottimo compagno di avventure quotidiane per l’utente medio, da non acquistare assolutamente a causa del suo maledetto problema con il GPS (i commenti all’articolo sono ancora tutti lì, ogni tanto ne arriva uno nuovo, ci sono molti clienti scontenti, è evidente, e lo credo bene).

Asus Zenfone 3 Max

Il grande produttore ci riprova però, e tira fuori il suo Asus Zenfone 3 Max, basato ovviamente sul fratello maggiore (di alta gamma) Zenfone 3 (sul quale spero di mettere mano prima o poi, ehi Asus, mi leggi?). La mia intenzione? Partire da dove ci eravamo lasciati l’altra volta, mettendo in evidenza l’evoluzione di un prodotto che parte avvantaggiato dalla sua grande carica a disposizione dello stesso e di altri dispositivi che si possono eventualmente ricaricare :-)

ASUS ZenFone 3 Max (ZC520TL-4J016WW) 1

Rapidissima panoramica: ha ancora i 3 tasti principali di Android a monitor (virtuali) che rispondono con i loro tempi e che (chiaramente) verranno illuminati / messi in ombra dal sistema stesso, ha la batteria che levati, ha quello stampo tipico di Asus, nel bene e nel male. Ah si, ha Android 6.0 a bordo, fermo con il patching ad agosto dello scorso anno, giusto perché non bisogna mai avere una gioia, anche se Nougat è previsto per il primo quadrimestre di quest’anno (senza però una data specifica, pur cercando informazioni in giro).

È ancora di fascia medio-bassa?

Beh, si. Squadra che vince (?) non si cambia, ed è giusto che all’utente vengano sottoposte più scelte possibili, compresa quella che veste bene l’Asus Zenfone 3 Max. Il costo è relativamente basso (meno di 200€ su più siti web, su Amazon si parla di EUR 173,00 ).

È una cifra che in tanti sono disposti a spendere per portarsi a casa un nuovo smartphone (di poco inferiore al suo predecessore, nda), dalle caratteristiche comunque più che accettabili, si parla in ogni caso di un Quad Core (MediaTek, a differenza dello SnapDragon che montava il suo predecessore) con 3 GB di RAM e 32 GB di memoria (utilizzabile solo 24,02 però, il resto servono al sistema e alla ZenUI della società), espandibile tramite microSD (massimo 32 GB), 5 GB in cloud su Asus Web Storage (per sempre) e ulteriori 100 GB su Google Drive (per due anni!).

Assente (e meno male) quella sensazione che avevo avuto con il precedente modello e che sembrava portare un piccolo lag nell’uso di una qualsiasi applicazione durante l’aggiornamento da Play Store (ricordi? No? Poco male, lo ricordo io).

In tutto questo cala di poco l’ampiezza del display (5,2″), ma quasi non si nota (la risoluzione massima è 1280×720), Asus Zenfone 3 Max si maneggia abbastanza comodamente anche con una sola mano (e mal che vada si può sfruttare la funzione ad-hoc che puoi attivare rapidamente dal menu notifiche, che non fa altro che ridimensionare la schermata così come faresti con due applicazioni da tenere attive contemporaneamente sullo stesso monitor).

Comparto fotografico

L’accoppiata 5-13 (MegaPixel) non è cambiata, cambiano ovviamente i sensori e le tecnologie utilizzate, per cercare di migliorare il risultato finale, che poi è quello che interessa l’utente finale che deve acquistare il prodotto, che per i tecnicismi bastano già le chilometriche pagine di specifiche tecniche sul sito web del produttore o le testate ultra-specializzate che ti parleranno di come sia possibile catturare uno scatto d’autore tramite l’occhiello della porta di casa, pronto per essere esposto al museo.

Ti basti sapere che la fotocamera frontale è una 5 MP, f/2.0, e che quella posteriore è una 13 MP, f/2.2, con autofocus, flash a LED singolo (scatta fotografie con risoluzione 4128 x 3096 pixel), la stessa registra video da 1080p a 30fps. La resa è buona ma la messa a fuoco è maledettamente lenta, soprattutto in condizioni di luce scarsa. Ho provato a fare qualche scatto senza un soggetto ben preciso a fuoco, altri sono invece più ravvicinati, li ho caricati qui sul blog.

Mettiamola così: bene, non benissimo. Se vuoi scattare qualche fotografia cogliendo “l’attimo fuggente” ecco beh, l’attimo è già fuggito e tu non hai ancora aperto l’applicazione stock proposta e arricchita da Asus. L’esatto opposto? Il sensore che riconosce le impronte digitali per lo sblocco dello smartphone (o l’autenticazione integrata in diverse applicazioni). So benissimo che non c’entra nulla con il comparto fotografico, ma viene naturale citarlo in questo momento perché è la cosa più rapida che ci sia dentro questo dispositivo. Al confronto con quello montato da Samsung per il suo Galaxy S6 (il mio attuale smartphone principale, facile trovare le differenze), è un altro pianeta, lo trapianterei molto volentieri, non sbaglia un colpo anche posizionando il dito in maniera ogni volta diversa (sul Samsung invece evito di commentare).

A proposito di applicazioni

Cambiamo discorso. Sì perché –come detto nelle prime righe dell’articolo– squadra che vince (qualcuno la ritiene tale), non si cambia, per questo motivo ci si deve beccare un set di applicazioni che non mi sognerei di mettere su uno smartphone da far finire nelle mani di chissà quale tipo di cliente. D’accordo la forzatura sul launcher e UI principale (ZenUI 3.0, un salto in avanti, su questo non c’è dubbio, ma continuo a preferire altro), ma perché condire ulteriormente un sistema custom che assomiglia ben poco a quello originale di Google con giochi e (dis)utility non richieste?

ASUS ZenFone 3 Max (ZC520TL) 1

Troverai ASUS ZenUI 3.0 (già citato), ZenMotion, ASUS Splendid (che ogni volta mi ricorda la marca di caffè), Kids Mode, PhotoCollage, MiniMovie, My Asus Service, Procedura guidata, Share Link, Themes, ZenFone Care, ZenCircle e ZenTalk, escludendo ovviamente le Google Apps (e ci mancherebbe) così come il tool per prendere appunti rapidi, il Meteo (carine le animazioni nella schermata di blocco, nulla però di fondamentale) e un File Manger tutto sommato accettabile. Aggiungi alla torta due o tre giochi e la completerai (mi sono ritrovato in download Need for Speed No Limit, Rayman e SimCity, nda).

Oltre alle applicazioni spesso non desiderate, Asus Zenfone 3 Max propone a monitor i pulsanti virtuali principali di Android, in alcuni casi scomodi, ma che finalmente possono non soffrire più dei problemi dovuti al mancato controllo di quell’area da parte di applicazioni come Blue Light Filter, grazie alla funzione Night Shift integrata nel sistema (ti avevo parlato di questo argomento qui, sul blog). Certo è che con loro, la ZenUI 3.0 e la tastiera originale del prodotto, di spazio a monitor ne rimane molto poco.

Consiglio spassionato? Un diverso launcher, una tastiera molto più personale (una vale l’altra, ti devi basare sulle tue esigenze e sulle tue abitudini, per me l’accoppiata ormai standard è Nova Launcher e SwiftKey), e via che il problema è risolto da subito.

Cos’altro manca?

Beh si, il peso, importante fattore per un telefono (secondo me). Nella precedente versione era un pelo eccessivo, cosa che in questo caso è sparita. Solo 148 grammi, certo lo si sente, ma meno rispetto al passato, è una buona cosa. L’eleganza dello smartphone poi, altro aspetto nettamente migliorato, con quella cornice dal giusto spessore, la buona scelta di colori della scocca, attacco microUSB, tutto è al posto giusto.

Batteria da 4130mAh (circa giorni di utilizzo, senza esagerare con applicazioni pesanti o giochi), è un pensiero in meno rispetto alla carica quotidiana da dare al proprio smartphone abituale, si sente in ogni caso la differenza con il suo predecessore, che era capace di fare di meglio (anche se questo soffre di problemi apparentemente in fase di risoluzione da parte di Asus). Memoria espandibile o doppio alloggiamento SIM (una SIM e una scheda microSD, altrimenti due micro SIM), gestite ovviamente in contemporanea (dovrai giusto scegliere la principale per la connessione dati, ma poco male). La connettività LTE è garantita fino a un massimo di 150/50 (rispettivamente megabit in download e in upload). Ho notato però una titubanza poco piacevole nell’allacciarsi alla rete mobile, pensavo si trattasse di qualcosa legato alla SIM, poi ne ho provata un’altra e ho ottenuto il medesimo risultato.

Ma ora sa dove andare?

Te lo ricordi il problema legato al GPS? Io si, parecchio bene, te ne ho parlato a inizio articolo ed era doveroso includere una parentesi dedicata. L’Asus Zenfone Max perdeva la triangolazione con i satelliti in pochissimi secondi, e non era in grado di trovare la via di casa anche per parecchio tempo (non parlo di minuti, ma di ore). Ti abbandonava in piena città a Milano, nelle sue tangenziali, persino in A1 (messo alla prova in uno dei svariati viaggi verso la Romagna) dove nulla poteva realmente impedirgli di triangolare in maniera corretta.

ASUS ZenFone 3 Max (ZC520TL) 7

Asus Zenfone 3 Max corregge il problema, ma senza troppa fretta. Sarà colpa della rete dati (utilizzo una SIM dell’operatore virtuale Ringo Mobile, che sto mettendo alla prova), sarà colpa della congiunzione astrale con Marte e Saturno, sarà che a una certa ora lo smartphone vorrebbe smettere di lavorare e andare a riposare, ma la velocità di aggancio dei satelliti non è proprio così rapida come con altri competitor. Google Maps ti poterà a destinazione (messo alla prova, scongiurando la possibilità che l’errore fosse ancora presente in questo nuovo modello) ma dovrai avere la pazienza di attendere un attimo fermo in attesa della giusta indicazione in avvio, oppure puoi metterti in marcia se conosci almeno il primo tratto di strada da affrontare.

In conclusione

Quindi in conclusione cosa potrei dire? Che dagli errori si impara e si tende a correggere, questo è certo (ma non è mai scontato). Siamo sulla buona strada ma ancora non è quella definitiva e perfetta, sono nati nuovi problemi al posto dei vecchi ma sono (per certi versi) più sopportabili. Il costo del dispositivo è quello giusto, ci si porta a casa un buon prodotto, adatto a molti possibili utilizzatori.

Il telefono è già pronto a tornare all’ovile, ma se posso rispondere a qualche tua domanda beh, lascia pure il tuo commento e cercherò di fare del mio meglio. Nel frattempo ringrazio ancora una volta Asus per la collaborazione sempre graditissima, sperando –davvero– di poter mettere le mani su qualche loro giocattolo di alta fascia, prima o poi :-)

Disclaimer per un mondo più pulito
Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" riportano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistare il prodotto e decidere di pubblicare un articolo ad-hoc in seguito, solo per il piacere di farlo e condividere con voi i miei pensieri. Ogni articolo rispetta -come sempre- il mio standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: fornito da Asus, tornato all'ovile.
Milano Real Life (MRL) è il nome di una raccolta di articoli pubblicati sul mio blog, raccontano la vita di un "perfetto nessuno" che ha deciso di spostare abitudini e quotidianità in una differente città rispetto a quella di origine. Alla scoperta della caotica capitale lombarda mai tanto amata e odiata allo stesso tempo, per chi è nato qui e ancora oggi continua a viverci per volere o necessità, per le centinaia di persone che invece vengono da fuori e vedono Milano come una piacevole alternativa o una costrizione imposta dalla propria vita lavorativa. La rubrica "leggera" di approfondimento alla quale però non fare l'abitudine, non siamo mica così affidabili da queste parti!

Questo è uno di quegli articoli che avrei dovuto terminare e pubblicare nel corso del 2016, sappiamo tutti com’è andata ed è sufficientemente evidente (senza troppa fatica) dato che lo stai leggendo adesso. Ci riprovo. L’argomento non mi riguarda nello specifico, ma è pur sempre vero che si parla di uno degli alimenti forse più apprezzati in tutto il mondo e di ciò che riguarda la più classica delle modalità di fruizione: la consegna a domicilio.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 5

Io ci ho lavorato in una pizzeria d’asporto, ai tempi delle scuole superiori (quando gli anni erano giusti per cavalcare un due ruote 50cc e cercare di non fare troppo il pirla per le strade), probabilmente ci hai lavorato anche tu per pagarti il pacchetto di sigarette o qualche piccolo gadget (non è che la paga potesse permetterti di fare chissà cosa). Ancora i problemi me li ricordo piuttosto bene: ho chiamato ma la linea era occupata, hai fatto ritardo di un minuto e ventisette secondi, la pizza è poco pizza, lo scooter ha scooterato troppo e mi hai consegnato la bufala spostata di 20 gradi a destra, e chi più ne ha più ne metta.

Da PizzaBo a JustEat, ma non solo

Le cose nel frattempo sono molto cambiate, il servizio si è evoluto nonostante l’alimento sia rimasto tale (e meno male, non lo cambierei per nessuna facilitazione al mondo) e la tecnologia è corsa in soccorso di ogni cliente. Se il nonno preferisce sempre alzare la cornetta e contattare la pizzeria più vicina a casa (sopportando la linea occupata, il baccano di sottofondo e la mancata comprensione di chi solitamente prepara i cartoni della pizza e che in quel caso scriverà la metà degli ingredienti richiesti), il giovanotto con lo smartphone integrato in una mano preferisce l’applicazione, a qualcun altro basterà la via di mezzo, il sito web. Se da soli però non si va molto lontano, insieme si mette in piedi una forza, è su questa base che PizzaBo era cresciuto e aveva potuto abbandonare la splendida Bologna (soprattutto dopo l’acquisizione di Rocket), sappiamo poi tutti (forse) com’è andata a finire, e non è stata affatto una storia a lieto fine, non per chi quel progetto l’aveva messo in piedi (su StartupItalia trovi un’evoluzione dell’intera questione, tutta ben scritta).

La strada è stata tracciata, il destino è quello, e non credo si possa tornare indietro (a meno di voler rimanere una piccola e classica pizzeria di quartiere, non necessariamente una brutta cosa). Tutto diventa più freddo ma estremamente più preciso, ci si distacca da quel povero ragazzetto che deve smettere di preparare i cartoni, cercare le vie e accorpare le consegne più vicine, insieme a tutto il resto delle cose che c’è da fare (e qualcuno dovrà pur farle). Certo ogni tanto mancano ingredienti sul divino disco di pasta lievitata, ma è qualcosa che si sopporta (al massimo un paio di volte, ti avviso in entrambi i casi, dalla terza in poi cambio pizzeria), si saltano fasi seccanti (come quella del pagamento in contanti alla consegna, con scene al limite del ridicolo per resti mai sufficienti e mancanza di appoggi validi per terminare la transazione).

Survive

Poi arriva Domino, in Italia intendo, perché in America è presente da sempre, e se la gioca con Pizza Hut per il monopolio della pizza da fast food. Nasce la prima sede della Martinella e a seguire il sito web, attraverso il quale ordinare la pizza consegnata a domicilio, chiedere di pagare immediatamente e attendere il giusto tempo per affrontare le varie fasi di preparazione e consegna, in pratica è l’arma definitiva, quella messa bene in mostra e in attesa di brevetto, il Tracker:

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto

Il non plus ultra dello stalking applicato all’alimento per eccellenza, un falco che guarda e pressa il pizzaiolo che riceve l’ordine e che dovrà gestirlo cercando di rispettare i termini, una garanzia che non perdona e che veleggia in bella vista sul cartone e sul sito web: una pizza che arriva a casa sempre calda (stampato sul cartone che la contiene) e addirittura una tempistica al limite di Transporter (hai presente il film? Quello in cui se non si spacca il minuto preciso si infrangono almeno 35 regole o giù di lì?), come riportato dai monitor all’interno della pizzeria (ogni tanto la si va anche a prendere direttamente) e che mostrano fieri quei 20 minuti circa dall’ordine alla consegna (oltre oceano questa tempistica ha un costo aggiuntivo).

L’evoluzione non perdona

In tutto questo, nonostante non ci siano garanzie scritte, si innesca un meccanismo al quale il cliente fa l’abitudine, e che alla lunga pretenderà, dandolo (in maniera errata, non lo metto in dubbio) come scontato. Spesso un servizio (un prodotto o un fornitore) viene scelto rispetto a un altro proprio per piccole differenze, come il tempo richiesto per ottenere il bene (e credo che in questo specifico ambito il tempo non sia un fattore così banale). Ciò non va assolutamente d’accordo con le promozioni che mettono sotto stress uno staff che però rimane sempre lo stesso (per numero di componenti) e che già affronta il normale carico di lavoro al quale è sottoposto quotidianamente. Ne è stato l’esempio proprio la Martinella (chiamo così la filiale Domino di quella via di Milano), che si è ritrovata un po’ tanto in ginocchio in quasi ogni “occasione particolare“, dagli Europei di calcio (2016) al periodo festivo di S.Ambrogio, a quello a cavallo tra vecchio e nuovo anno.

Lo ricordo ancora quell’ordine. Partito durante lo scorso ponte di S.Ambrogio (7-10 dicembre), mi aveva insospettito perché solitamente il tracker impiega molto poco a passare dalla fase 2 alla 3 (quando le pizze vanno in forno), cosa che non è successa. Nel commento sulla pagina Facebook c’è scritto tutto, l’ho pubblicato qualche tempo dopo l’accaduto, perché quella sera ho solo pensato a risolvere il problema, e quando la filiale non è riuscita a procedere per il mio rimborso (avevo pagato con carta di credito immediatamente, come sempre) ha scambiato l’ordine della mia consegna sacrificando quello di un altro cliente, una cosa che mi ha infastidito due volte, perché quel cliente (che non conosco) si è beccato ulteriore ritardo a causa mia, che però non c’entravo nulla. Sono arrivate le scuse (con molta calma) e anche il classico buono sconto su un ordine successivo, per farsi perdonare.

Da lì a una settimana ho fatto un nuovo ordine, io e Ilaria avevamo ospiti in casa, c’era la “CyberWeek“, tutto si stava ripresentando alla stessa maniera, ho chiamato a neanche 10 minuti di distanza dalla ricezione dell’ordine e indovina un po’, l’antifona era la stessa, c’erano troppi ordini. Mi è bastato dire che facevo parte della serie di errori della settimana precedente per far nuovamente scalare il mio ordine, portando così un ritardo di soli 20 minuti rispetto al previsto. Ovviamente, come per ogni cosa fatta di fretta, le pizze erano deludenti e una in particolare, nonostante una richiesta ben specifica per intolleranza ai latticini, è arrivata con la mozzarella a bordo (l’adesivo tipico di Domino attaccato al cartone della pizza riportava correttamente la mia richiesta dell’evitare i formaggi).

La gatta frettolosa …

Google conosce il resto del proverbio, nel caso in cui tu non lo conosca. Da qualche giorno è disponibile la nuova applicazione di Domino’s Pizza Italia, per iOS e Android, la quale però non condivide il database utenti con il sito web. Io, in maniera assolutamente stupida e sbadata, ho provato a entrare con la mia coppia di credenziali, ottenendo l’errore a video.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 3

Vuoi che ti dica che sono stordito perché avevo davanti agli occhi la risposta? Si, lo sono, è come se lo sguardo avesse ignorato completamente quelle prime righe in cui si spiega molto chiaramente che occorrerà registrare un nuovo utente per poter collegarsi con l’applicazione, mi sono fatto prendere per i fondelli anche dallo staff della pagina Facebook, che solitamente impiega diverso tempo a rispondere, e che invece ha rimpinguato il team dedicato, che ora risponde molto rapidamente.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 4

Perché tutto questo? Non ne ho idea, davvero, non ha alcun senso. Registri due volte la stessa identica casella di posta associata al tuo profilo Domino (la password è già diversa, tanto per dire), qualcuno provvede a verificare (in maniera automatica o manuale, chi lo sa) gli ordini arrivati da sito web e da applicazione per poter far risultare i giusti “punti” sul profilo.

Domino’s Pizza Italia
Developer: Timeware srl
Price: Free
Domino’s Pizza Italia
Developer: TIMEWARE SRL
Price: Free

Occorrerà inserire da zero i propri dettagli, l’indirizzo di consegna, la carta di credito da utilizzare per i pagamenti. Non c’è condivisione degli ordini precedenti, non c’è nulla di nulla, non c’è persino il dettaglio del citofono, così il fattorino è costretto a chiamarti sul cellulare (come accaduto sabato sera scorso), perdendo ulteriore tempo, il tutto condito da un primo periodo di blackout totale a causa dei troppi accessi da mobile, evidentemente sottovalutati.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 6

In conclusione

Ho scritto e mi sono lamentato fin troppo, ma è chiaro che nulla (neanche la gentilezza dei fattorini, la bravura di un pizzaiolo o la bontà di una materia prima) può nulla (o quasi) contro un’arretratezza tecnologica o una serie di errori ai quali è difficile porre rimedio (a meno di non tornare indietro nel tempo).

Vola basso Domino (da non leggere con presunzione o voglia di polemica facile), sei davvero una valida alternativa a JustEat e alle pizzerie (e non solo quelle) che è in grado di raggruppare e proporre, puoi fare strada, ma devi stare al passo con i tempi (quelli di consegna previsti) e con le richieste dei tuoi clienti, non serve a nulla fare l’applicazione se poi quando la lanci sul mercato non è ancora completa. La aspettavamo da tanto tempo, è vero, ma prendersi un mese in più non vuol dire tradire la fiducia del mercato, vuol dire pubblicare qualcosa di fatto e finito, non beta (anche se non specificato), e già che ci sei sarebbe bello capire quanto carica è una tua filiale, così da evitare che possano accadere episodi come i due citati qualche riga più sopra, che poi è il problema che da sempre contraddistingue chi si associa a JustEat (zero regole realmente rispettate, indipendenza totale e ritardi all’ordine del giorno).

Ora torno nella gabbia, con permesso, e grazie a te se sei riuscito a leggere fino a qua il mio delirio colato :-)

Buongiorno, ancora buon anno, bentrovato (sento voci dal fondo della fila che inneggiano al buongiorno un …, più o meno ciò che ho pensato io rientrando in ufficio la settimana scorsa). Fai finta che tu abbia già letto un fantastico post di chiusura anno, di quelli che tirano una riga (tanto adorata da Lapo) e fanno le varie somme, qualcosa di davvero gradevole, perché nonostante la buona volontà il tempo è tiranno e non sono riuscito a scriverne uno, quindi continuiamo con i soliti contenuti del blog come nulla fosse, ci sarà tempo per dire “benvenuto” al 2017.

Dopo circa un mese di onorato servizio (in realtà qualche giorno in più, e ancora io e Ilaria dobbiamo smontare l’albero e l’illuminazione fuori dal balcone, non voglio pensarci), posso finalmente parlarti delle prese intelligenti, quelle che –secondo una mia personale visione– vanno a sostituire in maniera egregia e più tecnologica i temporizzatori (questi, per capirci).

Prese intelligenti: cosa acquistare?

Il tuo smartphone, l’applicazione dedicata, la presa collegata al WiFi di casa e un clic, così puoi accendere o spegnere qualsiasi dispositivo collegato a quella presa, anche se ti sei dimenticato di impostarne l’accensione o lo spegnimento automatico, una comodità –a patto di avere una WiFi sempre attiva in casa– che ha pochi eguali. Pensa all’utilizzo in una casa di campagna fredda durante l’inverno o troppo calda in estate, e ora pensa ai pochi secondi che ci vogliono per accendere una piccola stufetta che hai lasciato collegata a quella presa, prima che tu arrivi ad aprire le porte della casa, la troverai già calda, ti sembra poco? :-)

Il mio utilizzo è stato decisamente più spartano e bislacco, ma comunque ha risolto qualcosa per me scomodo: il dover accendere e spegnere le luci di natale fuori dal balcone. Si, ho una compagna anche io, quella alla quale ha fatto piacere avere già le luci accese al rientro a casa e spente al mattino, al primo sorgere del sole. Studiati gli orari migliori, restava l’acquisto della presa intelligente da tenere sul balcone, protetta da pioggia e sole diretto. Ho fatto due acquisti per valutare un prodotto di fascia medio-bassa e uno di alta.

Da Yongse a D-Link

Acquistata su Amazon a circa 20€, costa una decina di euro in meno di una D-Link (l’alternativa di fascia più alta, acquistata insieme alla prima approfittando di uno sconto), svolge però lo stesso mestiere principale: accende e spegne a comando qualcosa che è stata collegata a lei, con schedulazione oraria oppure manualmente, dall’applicazione.

Rapidamente, qualche osservazione: l’applicazione “Broadlink” per controllare la presa Yongse si scarica dal sito web del produttore, non da Play Store, fonte “non sicura” (qui ne trovi una copia sul mio Dropbox), dovrai abilitare l’opzione di installazione pacchetti di terze parti sul tuo Android. Non ho provato (in tutta onestà) l’applicazione iOS. Non la conoscevo prima, l’ho scaricata, creato un account per la prima volta (utilizzando una password dedicata) e tutt’oggi la utilizzo. Tutto sommato spartana, potrebbe fare più di quanto sia realmente necessario.

Sotto rete WiFi è alquanto schizzinosa, lenta nel collegarsi all’account, spesso fallisce proprio. Basta un attimo sotto rete 4G (o 3G, ovviamente) e tutto si risolve. Anche dopo un login fallito sotto WiFi (non si capisce per quale strana magia) riuscirai comunque a controllare la tua presa intelligente, anche se non sei teoricamente connesso (all’account, intendo, ricorda che comunque avrai effettuato almeno un login precedentemente).

Un pulsante, un’azione, è semplice, saprebbe usarla davvero chiunque (e secondo me vale anche per la parte relativa alla schedulazione di giorni e fasce orarie). Altri difetti non ne ho trovati, davvero (ma ricorda che non puoi farla lavorare su WiFi 5GHz, e questo per alcuni potrebbe essere un problema, così come una password superiore ai 16 caratteri o con caratteri particolari come lo spazio).

La presa è sul balcone di casa da più di un mese, in perfetta forma, non perde un colpo e nonostante le temperature non siano proprio tra le più tropicali, non mostra segni di cedimento. Ah si, un’altra cosa: nella stessa presa intelligente c’è un attacco USB femmina, che puoi utilizzare per alimentare contemporaneamente un’altra periferica, come un cellulare o equivalente.

Con D-Link la storia invece è diversa, lo si capisce già da come è costruita, dai dettagli e dalla sua applicazione fatta per tenere sotto lo stesso tetto più tipi di dispositivi (vale anche con alcune delle loro telecamere, giusto per dire). Costa di più (circa 40€, tranne negli ultimi tempi, attestatasi ormai sui 30€ circa), è meno dolce nei lineamenti, per certi versi più tedesca, lavora bene, l’applicazione permette di dare un’occhiata anche ad altri dettagli (come il consumo di kW/h e il loro costo). Anche questa permette di fissare una schedulazione oraria per l’accensione e lo spegnimento automatico del dispositivo connesso, così come la creazione di un ambiente fatto da più prese, da poter controllare contemporaneamente (immagina un ambiente intero, come una stanza).

L’applicazione è gratuita e disponibile sugli store Apple e Android:

mydlink Home
Price: Free
mydlink Home
Price: Free

E si presenta in maniera estremamente intuitiva, aiutandoti anche nella fase di setup del dispositivo (un po’ come vale per la Yongse, una procedura adatta a chi ha il WiFi in casa, ma non ha molta confidenza con le impostazioni del router, e vuole passare quindi da un semplice accoppiamento rapido, magari in WPS).

Questa, un po’ per non fare torto all’altra, l’ho usata per il medesimo scopo, ma tenendola indoor. È servita per accendere e spegnere le luci dell’albero di Natale, senza dover andare a staccare e riattaccare la spina nascosta volutamente dietro il divano (avevo pensato inizialmente di mettere una ciabatta con interruttore, ma così facendo è stato ancora più comodo, da smartphone è tutt’altra cosa) :-)

Migliore la fattura, un pelo più grande l’ingombro (un po’ come detto già all’inizio evidenziando il particolare riguardo la sua estetica), in entrambi i casi però è perfetta la profondità della spina che andrà a fare da tramite tra la spina vera e l’accensione completamente comandata (o programmata, poco importa).

Sono prodotti (entrambi) che torneranno nella scatola entro breve, e che potranno essere riutilizzati certamente nel corso dell’anno, per poi rendere più facile e snella la vita quando incomberà la festività del Natale del 2017. In tutto questo, l’unico gesto di mancata benedizione di Ilaria è stato quello che ha riguardato il prezzo. Per me è stato tutto sommato bilanciato rispetto ai produttori (forse sul primo avrei avuto un pelo più di riserva, ma volevo metterne due sui piatti della bilancia, per capire che differenza ci fosse tra le varie prese disponibili sul mercato).

Aukey non ne esce bene

Si perché in realtà era partito tutto dalla necessità di una semplice presa “parzialmente intelligente“, qualcosa che poteva andare bene anche controllandola con un telecomando lasciato sul tavolo di casa, da accendere e spegnere senza necessità di uscire in balcone, a prendere freddo per staccare o riattaccare la spina nella presa a muro. Per questo motivo avevo dato una possibilità ad Aukey, ottima azienda dalla quale ho acquistato diversi loro prodotti in passato e mi sono sempre trovato bene, ma che stavolta non ha fatto centro rispetto alla mia esigenza.

Sono 3, è vero, ma soffrono di una necessità di occupazione spazio non indifferente, senza contare che non sono affatto adatte a prese schuko di ogni tipo (nel caso della mia esterna, non riuscivano a rimanere attaccate, costringendomi a utilizzare un adattatore!), la ciliegina sulla torta che ha fatto partire il reso verso Amazon è stata l’impossibilità di attaccare una spina schuko a mia volta (quella delle luci esterne), costringendomi ancora una volta a prendere un adattatore. Ho voluto stare al gioco e provarci, in pratica da muro avevo circa 25cm di distanza tra un adattatore e l’altro, una vera schifezza.

Dopo questo tentativo andato a male, sono passato alle prese intelligenti di cui ti ho parlato nella prima parte dell’articolo, com’è andata lo sai già (se hai letto fino a qui) :-)

Se hai domande, come al solito, l’area commenti è a tua totale disposizione.

Disclaimer per un mondo più pulito
Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" riportano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistare il prodotto e decidere di pubblicare un articolo ad-hoc in seguito, solo per il piacere di farlo e condividere con voi i miei pensieri. Ogni articolo rispetta -come sempre- il mio standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: ogni prodotto è stato acquistato in completa autonomia, nulla mi è stato fornito per realizzare questo articolo.

Non è mai semplice, e ora come lo spiego alla mamma? Dopo tanti anni di onorato servizio, la cartella Public di Dropbox diventa una normale cartella, come qualsiasi altra all’interno del mio account Pro:

Cerchiamo continuamente di migliorare l’esperienza di condivisione di Dropbox. La cartella Public è stato il primo metodo di condivisione che abbiamo introdotto e, da allora, abbiamo sviluppato metodi ancora migliori per consentirti di condividere in modo sicuro e lavorare insieme al tuo team.
Pertanto, presto interromperemo il supporto per la cartella Public. Gli utenti di Dropbox Pro potranno utilizzare tale cartella fino al 1 settembre 2017. Dopo tale data, i file presenti nella tua cartella Public diventeranno privati e i relativi link verranno disattivati. I tuoi file resteranno comunque al sicuro in Dropbox.

Quella cartella, fino a oggi, ha ospitato alcuni miei file, tra cui i moduli pubblicamente scaricabili (e aggiornabili) di X Files.

ABP X Files migra su GitHub

Signore e signori, raccogliete i bagagli, qui si migra! Questo è il primo articolo in eurovisione e trasmesso in Full HD (perdonami, sono le conseguenze di pranzi, cene e spuntini natalizi e di fine anno che ormai hanno sovraccaricato qualsiasi punto del mio corpo e del mio spirito). Nonostante il puro delirio post-periodo di festa, la storia non cambia e occorre fare qualcosa per dare continuità al progetto e alla possibilità di scaricare le liste aggiornate compatibili con il tuo browser preferito (e con il componente aggiuntivo che hai scelto di utilizzare).

Già da qualche giorno ho infatti copiato e iniziato a rilasciare gli aggiornamenti di X Files, HWS e NoFacebookAds, caricandoli direttamente su GitHub, noto servizio di hosting per progetti software (nella maggior parte dei casi open source). Ho aperto un account diverso tempo fa, l’ho sempre usato per condividere codice sorgente e pubblicare anche materiale di Mozilla Italia, ho quindi creato un nuovo spazio da dedicare a X Files, lo trovi all’indirizzo github.com/gioxx/xfiles. Risponderò qui a qualche tua possibile domanda in merito:

Cosa cambia per la mia sottoscrizione?

A prescindere dal modulo da te sottoscritto, dovrai eliminare la sottoscrizione e rifarla sempre tramite il sito web ufficiale noads.it, che rimarrà sempre e comunque disponibile. A partire infatti da mercoledì 1 febbraio 2017, eliminerò le liste da Dropbox, rendendo di fatto inaccessibili i vecchi URL di sottoscrizione. L’effetto sul tuo browser potrebbe essere il seguente:

ABP X Files migra su GitHub 1

E ciò vale per ciascun modulo legato a X Files, dalla lista principale a quella “accessoria“. Per agevolare la tua parte di lavoro, ecco una GIF che ti spiega cosa fare (è davvero semplice!):

ABP X Files migra su GitHub 2

Perché GitHub?

Perché è una sicurezza e perché ospita già diverse altre liste filtri di differenti paesi (e anche perché viene usato dal gruppo di sviluppo di AdBlock Plus stesso), è un po’ come voler tenere tutto sotto lo stesso tetto. In passato, ti ricordo, ho provato a tenere le liste di X Files direttamente sul server che ospita il sito web del progetto, ma dopo poco tempo il provider ha deciso di oscurarlo perché generava troppo traffico verso di lui (avevo scritto un articolo in merito) ed è in quell’occasione che è nato noads.it. Posso così continuare a lavorare in locale e caricare (appena terminata la modifica) le liste tramite una shell e qualche comando Git.

GitHub offre poi una sezione Wiki del progetto (dove ho già salvato le vecchie informazioni sempre valide sul progetto) e una issue dove tracciare eventuali problemi / modifiche.

Cosa succede ai siti web precedentemente coinvolti?

gfsolone.com perderà lentamente ogni riferimento a X Files, questo blog traccerà nuovamente ogni novità riguardante il progetto, tenendo online gli articoli a lui dedicati (sono stati già spostati qui, nda), di pari passo con la newsletter (che strano, non l’ho mai usata fino a ora, questa sarà la “mia prima volta“), per chiudere così il cerchio noads.it/gioxx.org/github.com.

Continuerà a rimanere disponibile UserVoice per segnalare problemi e ottenere supporto (più che altro per coloro che non hanno Mozilla Firefox e quindi non utilizzano il tool di reportistica integrato in AdBlock Plus), così come il forum di Mozilla Italia (più precisamente questo thread).

In conclusione

Sono certo che non sarà una migrazione semplice e indolore. Perderemo qualche utente per strada, altri ne arriveranno. Ti basti sapere che fino agli ultimi giorni del 2016 l’URL della lista principale è stato contattato più di 200 milioni di volte, un vero record che mai avrei pensato di raggiungere quando circa 10 anni fa (era il 2007) ho pubblicato per la prima volta una piccola lista di filtri per bloccare un po’ di pubblicità vista in giro per siti web.

ABP X Files migra su GitHub 3

Gli utilizzatori oggi si sono stabilizzati (parecchio) e scaricano costantemente gli aggiornamenti, spero che possano rendersi conto che qualcosa è cambiato e che è necessario adeguarsi, ci rivediamo tutti dall’altro lato :-)

Quella appena passata è stata una settimana poco ricca di articoli, me ne rendo conto. Capirai che però questo periodo funziona un po’ come quello che precede quello delle ferie estive, sembra che tutti abbiano fretta (ma di cosa) e che tutte le deadline, in ufficio così come a casa, scadano “per ieri“. Facile quindi intuire che tra una cena di Natale con gli amici e una con i colleghi di lavoro, il tempo non basti più, e a rimetterci è sempre questo povero blog. Dopo essere sopravvissuti alla cena della vigilia e al pranzo di Natale, e aver tirato bidone per l’uscita dell’articolo ieri, non posso far mancare il quarto e ultimo appuntamento di questa serie dedicata al #4WeekendApps :-)

Natale, feste, Merry Christmas (XMas)

Auguri a tutti voi!

Di cosa si tratta?

4 settimane per 4 app: Dovrei rispondere? 14 settimane per 4 app (#4WeekendApps) è la classica iniziativa a tempo che ti propone un articolo leggero, adatto al sabato alla domenica (stavolta) al lunedì (causa ritardo natalizio), alle tue letture da viaggio, senza l’abuso di quel povero neurone messo sotto torchio durante i giorni feriali passati in ufficio (o altrove, ma pur sempre #PerLavoro!).

Perché Android? Perché è il sistema operativo che utilizza il mio smartphone personale, che sfrutto principalmente, perché lo preferisco spesso a iOS. Questo non vuol dire che le applicazioni di cui ti parlo esistono solo su Play Store (anzi, tutto il contrario), vuol solo dire che immagini e riferimenti sono stati catturati da Android, #Gomblottoh!

Oggi ti parlo di: Dovrei rispondere?

Tutto vero (cit.), ho sostituito in maniera definitiva TrueCaller (te ne avevo parlato qualche tempo fa) con questa nuova applicazione che si prefigge lo stesso scopo, ma che arriva all’obbiettivo senza l’invasività della più conosciuta. Ritengo che questo sia stato un dettaglio importantissimo per la scelta. TrueCaller svolge il suo mestiere, non lo metto in dubbio, ma tra pubblicità e suggerimenti non richiesti risulta davvero essere sempre in mezzo ai piedi. Dovrei rispondere? è nettamente più discreta, con impostazioni che permettono di controllare ogni singolo comportamento, funziona bene ed è gratuita, basandosi anch’essa sulla grande collaborazione degli utilizzatori.

Una volta installata, dovrai impostarla secondo tue preferenze, dandole ovviamente accesso a ciò che dovrà controllare (ammesso che tu sia un utente di Android 6 o superiore). Io ho lasciato fuori dai controlli i messaggi SMS e la utilizzo esclusivamente per controllare gli ID chiamanti, per evitare quanto più possibile di farmi scocciare da call center commerciali (e non solo), soprattutto durante gli orari di lavoro. Non c’è molto da raccontare su come l’applicazione debba essere tirata in piedi, agevolo (come al solito) una galleria di immagini che ti mostrano l’applicazione in attività, così da lasciarti godere una panoramica ad ampio spettro sul prodotto:

Puoi decidere (come ho fatto io) di bloccare un numero di telefono pubblicitario solo dopo averlo valutato negativamente, oppure di fidarti ciecamente delle recensioni altrui (scaricabili a tua discrezione) e bloccarli immediatamente, senza dare possibilità alcuna all’interlocutore dall’altra parte della cornetta.

L’applicazione, come già detto, è gratuita e non infila pubblicità ovunque, né nelle schermate principali dell’applicazione, né nel blocco popup che compare a video quando un ID chiamante non si trova nella tua rubrica, è disponibile a oggi solo su Android, non è detto che possa comparire un domani in versione più limitata su iOS (questo non permette di controllare l’applicazione telefono sovrascrivendo la schermata corrente):

Dovrei rispondere?
Price: Free

Piccola chicca: nonostante l’azienda abbia già fatto un ottimo lavoro sviluppando l’applicazione e tenendo sempre in gran forma il database, ha anche aperto una serie di siti web che permettono di cercare rapidamente un numero di telefono e leggerne le recensioni (ammesso che questo sia stato segnalato). Esistono più siti web per cercare di coprire le diverse lingue, italiano compreso. Il sito web adatto a noi risponde all’indirizzo chistachiamando.it, e nonostante una grossolana localizzazione (che lascia alquanto a desiderare), fa comunque il suo dovere a prescindere che l’applicazione sia installata sul tuo telefono, fornendo inoltre una classifica dei numeri più segnalati e di quelli da poco recensiti, dagli tu stesso un’occhiata! :-)

Al solito: per suggerimenti, commenti e alternative (anche metodi particolari per la misurazione o hardware che esula da applicazioni installabili sul proprio smartphone), l’area commenti è a tua totale disposizione.

Buona domenica! Buon lunedì e ancora buone feste! ;-)

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