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Posso cominciare l’articolo con “ai miei tempi c’erano le musicassette da riavvolgere con la BIC, bei ricordi!“? Magari no dai, evitiamo la fase amarcord e andiamo al succo di un articolo dedicato all’unica compagna che non vi abbandonerà mai, non si tratta di un cane, è la musica. Un anno trascorso in compagnia di servizi lanciati su larga scala per permetterci di avere accesso ad un catalogo pressoché infinito ad un costo quasi irrisorio, uno modo semplice ed efficace per contrastare la pirateria.

La mia scelta: Spotify

Un po’ annunciato, un po’ amore a prima vista, Spotify è quel servizio che ha iniziato a rivoluzionare il modo di fruire la musica sul proprio PC e sui propri dispositivi mobili, a prescindere dalla posizione e dal tipo di connessione, regalando così una sorta di falsa indipendenza e aprendo un mondo fatto di musica senza limiti, senza più la necessità del singolo acquisto, della sincronizzazione manuale su ogni dispositivo (anche se c’è stato il passaggio di mezzo chiamato iTunes Match, ne parlerò dopo), senza più quel pensiero fisso del dover acquistare qualcosa di “conosciuto” o per lo meno di “affidabile” per evitare una stupida spesa, dando così una mano alle case discografiche a combattere la pirateria fatta di utenti pentiti.

Chi sono gli utenti pentiti? Quelli che come me amavano i Beatles e i Rolling Stones reperivano tracce e album in maniera non del tutto legale prima dell’eventuale acquisto (eventuale perché nel caso in cui quell’opera facesse pena quei dati finivano direttamente nel cestino) per poi ottenere qualità massima e regolare licenza, sono ancora oggi fortemente convinto che se un’opera piace sia giusto pagare (non il CD fisico con i suoi costi esorbitanti e ingiustificati ma lo stesso album su iTunes ad un prezzo tra i 9 e i 16€ al massimo, salvo rare eccezioni per le quali si è disposti a pagare anche di più).

Da quando ho provato Spotify per 30 giorni ho poi deciso di rinnovare l’abbonamento mensile perché mi sono trovato benissimo, tutte (o quasi) le tracce che ho sempre avuto sotto iTunes sono disponibili e altre ne arrivano quotidianamente, ho trovato una community molto grande che ha già fatto un ottimo lavoro di raccolta tracce per la creazione di Playlist ad-hoc e ho scoperto nuovi gruppi e cantanti che non conoscevo e che ho avuto modo di ascoltare in un certo senso “gratuitamente“, che probabilmente mai avrei scelto di seguire se avessi dovuto fare un acquisto a scatola chiusa su iTunes Store.

Cosa funziona

A parte qualche piccolo down di servizio più che giustificato (ma si parla di pochi secondi, qualche minuto al massimo e in occasioni davvero rare) poco dopo il lancio del prodotto, Spotify è un servizio sempre raggiungibile che funziona bene e svolge il suo lavoro come promesso, non fosse per quelle licenze che mancano e quelle canzoni che –di conseguenza– non possono essere ascoltate dall’Italia, in attesa che accordi migliori portino ad una soluzione valida per ambo le parti (Spotify e Major) e che permettano quindi all’utente di avere davvero tutto a disposizione.

Cosa non va

Le applicazioni di Spotify per WindowsMac sono complete, funzionali, sufficientemente accattivanti (ma migliorabili, nda). Quella di iOS è partita piuttosto male con mancanze che ho faticato a spiegarmi, soprattutto perché il punto di forza di questi servizi è la “trasportabilità“, l’essere completamente slegati dal mezzo, in un’epoca che vede cambiare rapidamente le abitudini e le esigenze. L’avere una connessione ovunque ci si trovi è ormai quasi scontato per chi sceglie forme di abbonamento o SIM ricaricabili che prevedono l’offerta dati all’interno, a meno di non volersi appoggiare costantemente alle reti WiFi dove disponibili. Oggi molti dei problemi sono stati risolti e molte dei buchi tappati, fortunatamente.

Occhio però ai consumi. In qualità standard Spotify consuma poco a patto che non si stia lì attaccati per ore, altrimenti in meno 10 giorni avrete azzerato tutta la soglia dati a vostra disposizione per il mese, ammesso che non siate collegati ad una rete WiFi, in quel caso ovviamente non impatterà in alcun modo sul traffico 3G / LTE da telefono. Tanto per capirci: lo uso quotidianamente dal PC che ovviamente non fa testo e sul telefono per un paio di ore quando vado in palestra (circa 3 volte alla settimana) rimanendo tranquillamente nella mia soglia di traffico dati mensile (2GB, come la maggior parte di quelle offerte dai carrier telefonici).

Costi

Spotify ha un costo variabile per i suoi abbonamenti. Si parte dal gratuito limitato e con pubblicità (nel client e durante l’ascolto), si passa a 4,99€ mensili per un ascolto senza alcun limite o pubblicità su qualsiasi PC dotato di browser o dell’applicazione installabile su Windows o Mac, si arriva al Premium da 9,99€ mensili per un ascolto senza limiti su tutti i dispositivi. La vera novità di questi giorni è Spotify gratuito anche sui dispositivi mobili grazie all’integrazione della pubblicità, vi rimando all’articolo di Cristiano Ghidotti su WebNews che spiega la novità (lo stesso che ha quantificato i consumi di Spotify da telefonino).

Le alternative

Rdio

Nonostante qualcuno tenda a completare quello che potenzialmente potrebbe essere l’anagramma di una ovvia bestemmia, Rdio è un servizio di musica in streaming molto simile a Spotify e per certi versi forse migliore. Non l’ho personalmente provato ma fidandomi ciecamente del parere di un amico voglio lasciare a lui questo spazio e questo paragrafo, mr. Contino :-)

Quando per la prima volta sentii parlare di Rdio era circa il 2011. Un servizio simile ai già famosi Pandora, Grooveshark (che ai tempi andava per la maggiore) e Spotify.

Da appassionato di servizi musicali in streaming decisi di dargli un’occhiata. Beh, già due anni fa Rdio vinceva a mani basse contro la concorrenza in fatto di pulizia grafica, quantità di brani e possibilità di sincronizzazione tra dispositivi. Il servizio era tuttavia disponibile soltanto negli Stati Uniti e inaccessibile dall’Italia a patto di avere un account, appunto, statunitense. Il “workaround” è stato quello di assegnare un indirizzo americano alla fatturazione della mia carta di credito, et voilà, il gioco era fatto.

Seppur privo di una connessione nativa con Facebook, già nel 2011 Rdio garantiva la possibilità agli utenti di ascoltare tutti i brani segnati come preferiti da qualsiasi browser dotato di connessione, senza avere necessità di scaricare alcun software. Quest’ultimo necessario nel solo caso si volesse arricchire l’esperienza e alleggerire la memoria dedicata al browser. E già questo me lo fece preferire a tutti gli altri servizi.

Alla fine di quell’anno Rdio pubblicò anche le applicazioni per Windows Phone e iOS, permettendo agli abbonati (4,99€ al mese per lo streaming illimitato da computer, 9,99€ al mese per aggiungere anche il mobile) di poter salvare le proprie canzoni preferite in mobilità, in modo che anche in assenza di connessione si potessero ascoltare.

Cosa funziona

Rdio ha sempre considerato il design e la pulizia delle proprie applicazioni un grandissimo punto di forza. Ed è effettivamente così, il paragone con la concorrenza non sussiste. Rdio spazza via tutto per agilità e facilità d’utilizzo. Inoltre si è sempre concentrata su chiudere accordi con etichette indipendenti, facendo un po’ più di confusioni con le major più importanti. Qualche esempio? Se sono registrato come utente americano vedo solo il secondo dei 2 album dei Beady Eye, mentre se sono registrato come italiano vedo soltanto il primo.

Cosa non va

Come scritto in precedenza la sola pecca di Rdio è quella di prestare poca  attenzione alla parte commerciale di chiusura di accordi con le major. Spotify ad esempio ha dalla sua i Metallica e i Led Zeppelin mentre Rdio, non ha nessun plus da questo punto di vista, facendo risultare l’esperienza troncata rispetto a chi sceglie altri servizi.

Tuttavia immagino che il problema non sia intrinseco all’azienda, ma sia necessaria una regolamentazione globale che tenga conto di Internet e non di stupidi vincoli del mercato fisico che non possono funzionare ancora per molto nel mondo digitale. Se sono in Australia, piuttosto che in Giappone e con il mio account Rdio o Spotify ho voglia di ascoltare una canzone devo avere la possibilità di accedere a tutto il catalogo dell’umanità, sarà a quel punto l’esperienza utente a fare la differenza.

Rdio resta dal mio punto di vista il servizio più completo in termini di funzionalità e di scoperta di nuovi artisti. Tramite il motore Echo Nest, infatti, è in grado di suggerire nuovi artisti affini a ciò che si sta ascoltando in quel momento. Purtroppo, come detto, è rimasto un passo indietro rispetto alla concorrenza in termini di ampiezza di catalogo. Nel caso ciò dovesse accadere sarò pronto a ritornare sui miei passi.

Costi

Stessi prezzi “cartello” di Spotify, come detto due paragrafi più su. Si parla quindi di 4,99€ al mese per uno streaming illimitato per arrivare ai soliti 9,99€ per portarlo sui dispositivi mobili.

Google All Music

Quando il grande monopolista del web aveva realizzato Google Play Music, inizialmente tenuto “quasi nascosto” come servizio ad esclusivo accesso americano (anche se l’ostacolo era facilmente aggirabile con un invito e un proxy USA, e lo dice uno che ha iniziato a sfruttarlo mesi prima che arrivasse in Italia, nda) nessuno poteva prevedere un ulteriore servizio di streaming pari a quello di Spotify. Il Play Music permetteva di emulare perfettamente ciò che ha introdotto iTunes Match qualche tempo prima, tutta la propria libreria musicale ospitata sul disco fisso del proprio PC caricata sui server di Google tramite una piccola applicazione installata. Diverse (tante) ore di pazienza per l’upload ma un ottimo risultato, accessibile da qualsiasi browser, compreso Safari su iPhone o iPad:

Un’interfaccia pulita e funzionale che viene riproposta nell’offerta All Music: un accesso sulla finestra musicale più ampia offerta da Google via web, applicazioni Android e iOS (limitata nell’acquisto di musica).

Anche in questo caso si parla di un costo mensile accessibile fissato a 9,99€ (con il solito centesimo che vi evita di vedere un 10 pieno), un po’ “cartello tra aziende”, con l’eccezione più che gradita di potersi godere tutta la musica senza alcuna interruzione pubblicitaria sia nell’offerta a pagamento che in quella gratuita. Il limite non è posto sulle ore mensili di ascolto ma sul numero di brani totali che è possibile conservare sul cloud di Google: 20.000 brani.

iTunes Radio

Provato per qualche giorno utilizzando un account iTunes Store americano, trucco ovviamente non più funzionante dopo che è stato utilizzato da molte persone. Giusto il tempo di capire il funzionamento di un servizio non ancora arrivato in Italia con buone premesse, gratuito per tutti, senza pubblicità e limiti per coloro che hanno attivato l’offerta iTunes Match.

Un accesso da ogni piattaforma Apple (manco a dirlo): iPhone / iPod touch / iPad, Apple TV, OS X (quindi qualsiasi Mac). Tutte le impostazioni, le preferenze, le liste salvate sul proprio account iCloud sempre accessibile, con la possibilità quindi di avere a portata di clic la propria selezione musicale ovunque vi troviate. Anche questo abbastanza scontato: tutto controllabile tramite Siri per i sistemi che ne sono provvisti, permettendovi così di comandare la musica con la vostra voce. A questo vanno aggiunte tutte le funzioni sociali disponibili da sistema, si potrà quindi condividere la propria musica preferita tramite messaggio, Twitter / Facebook ma anche AirDrop, posta elettronica.

E’ sicuramente uno di quei servizi da tenere d’occhio sperando che Apple lo promuova e lo renda accessibile anche a chi vive nello stivale quanto prima.

Xbox Music

Ultimo dei player entrato finalmente in competizione (poiché approdato su iOS e Android oltre che su Windows Phone dal lancio di Windows 8, ndr) in questo mondo di musica “in cloud” e annunciato domenica scorsa, il servizio è già noto ai possessori di Xbox e più in generale di sistemi Microsoft, prende le redini di ciò che è stato Zune proponendo un sistema “completamente nuovo” (?) che è in grado di portare la vostra musica su ogni dispositivo conosciuto. Dalla console al telefono passando dal tablet e dal web (quindi accessibile da ogni PC).

Ne ho parlato in un articolo tutto suo pubblicato qualche tempo fa, sempre su questi lidi: gioxx.org/2013/09/10/xbox-music/

Questa è la mia personale lista di competitor nel campo dello streaming musicale di nuova generazione. E voi? Cosa avete deciso di utilizzare? Fa parte delle alternative appena descritte o manca all’appello? Lasciate un commento! :-)

Io adoro Milano, forse talvolta troppo caotica e frettolosa ma tutto sommato culla per molti come me che hanno abbandonato la propria città per motivi di lavoro o di studio. Un domani magari sarà stata una bella esperienza da raccontare e consigliare, ma già oggi regala delle perle degne dei migliori diari da quattordicenne dove scrivere “ciò che è bello e ciò che non lo è”. Voglio rendervi partecipi di questa pagina del mio diario e chiedervi se anche voi siete protagonisti di un condominio così “divertente“.

L’anziana signora

Molti possono vantare una vicina con difficoltà uditive ma quanti ne hanno una che parla a voce talmente alta che riesce ad andare sopra al volume del televisore (tenuto volutamente medio-basso per evitare di disturbare) o alla conversazione con una stessa persona all’interno dello stesso appartamento alla mattina, al pomeriggio e alla sera? Vi posso assicurare che alle 7.00 del mattino sentir parlare di guerra, fascisti e donne di facili costumi che si concedevano ai generali pur di sopravvivere sono storie assolutamente affascinanti, quasi mi dispiace dover andare al lavoro e perdermele tutte.

Mi scappa, mi scappa!

Tutti andiamo al bagno, tutti tiriamo lo sciacquone, le costruzioni di questa età (anni ’60, per la cronaca) non hanno la “cassetta dell’acqua“, hanno lo scarico con rubinetto che può essere tenuto aperto tutto il tempo necessario. Tutto questo, unito agli orari differenti che ognuno ha per un motivo o per l’altro, si traduce con scarichi aperti al massimo della potenza, per tempo prolungato, a qualsiasi ora (ma in particolare dalle 00:00 alle 00:40), con il tubo posto dentro al muro che separa il bagno dalla camera da letto, più precisamente dalla testiera del letto, scenario perfetto per pensare di vivere ad Atlantide, essere sommersi d’acqua e svegliarsi nel peggior modo possibile.

Offerta speciale nel weekend

I “vicini di camera da letto” (si legga alla voce: camere da letto comunicanti) hanno una splendida bambina ancora piccina, avrà al massimo 4 o 5 anni, si comporta divinamente ed è difficile sentirla anche quando gioca o piange. Raramente è accaduto di sentirla lamentarsi durante la notte, più che altro per tosse o incubi. Ora quindi voi mi spiegherete qual è il teorema secondo il quale la stessa bambina urla e gioca -come Tarzan nella giungla- quasi sistematicamente alle 8 del mattino di sabato e domenica perché decide che è l’ora perfetta per svegliarsi e svegliare chiunque si trovi nelle sue vicinanze. Potrebbe sostituire più che egregiamente la sveglia dell’iPhone che ho impostato dal lunedì al venerdì e invece no, la sostituisce durante il fine settimana, quando generalmente questa è disattivata.

Piedi di fata

Il più classico dei problemi di condominio: il rumore al piano di sopra (nel mio caso è solo parte del pacchetto completo). Le ciabatte o le pantofole con la classica spugna sotto la pianta del piede sono troppo spesso sopravvalutate, come le frecce dell’automobile quando si intende svoltare all’ultimo secondo senza aver cura di avvisare chi vi sta dietro, o di fianco, o ancora davanti. I talloni sono il –neanche tantonuovo strumento preferito da suonare al piano di sopra. A nulla valgono le preghiere di utilizzare le giuste calzature, godrete di concerti offerti tipicamente alla sera, soprattutto nelle ore di riposo dalle 21:30 in poi e non termineranno prima delle 23:45 / 00.00. Il tallone può essere sostituito con i tacchi, per chi proprio non vuole rinunciare allo stile fino all’ora della nanna.

Camionisti (con rispetto parlando) mancati

Si tratta della ciliegina della torta che va a chiudere questo primo articolo (e spero ultimo) sul micromondo che mi cirdonda: l’infermiera del quinto piano che rientra a casa fradicia come una spugna dimenticata nella bacinella piena d’acqua imprecando al telefono contro Dio solo sa chi, si capisce solo (accaduto giusto qualche ora prima della pubblicazione di questo articolo) che quella persona le ha rubato dei soldi da sotto al cucino, merita quindi di essere minacciata di morte più e più volte, a prescindere dall’ora, è la stessa infermiera che alle 5 del mattino della domenica mattina di qualche tempo fa si è trovata davanti alla porta dell’appartamento la Polizia di Stato: “forse si, stavano facendo un po’ di baccano ma sa, l’amica è un attimo ubriaca” (questa la risposta di quella più sana tra le due).

E’ la stessa ragazza donna umanacosa” che senti urlare nel cortile del condominio, la sentono urlare anche i vicini, la sente l’ascensore che si prende tanti di quei pugni che quasi-quasi domattina non lo prendo perché ho paura che -essendo vecchio- possa mollare il colpo e cadere al piano terra per poi esplodere come succede nei film americani. E non sono io a farla esagerata se contemporaneamente escono fuori di casa i miei dirimpettai, la signora del piano di sopra insieme ai ragazzi che abitano sulla mia testa (si, quelli che mi offrono i concerti, sempre loro), la famiglia di cinesi che abita sullo stesso piano della “cosa” e il cane che abbaia –impaurito quasi da farsela sotto– dal settimo piano perché pensa che stia arrivando la fine del mondo e sia quindi necessario avvisare tutti del pericolo attirando l’attenzione.

La conclusione?

Non c’è. Inutili le riunioni, inutili gli aggiornamenti costantemente serviti alla padrona di casa nonostante tutta la sua buona volontà, inutile la rabbia, il nervosismo e il continuo stress accumulato che non fa bene se sommato a quello ordinario da ufficio e vita privata. Cambiare appartamento è sicuramente una soluzione ma il rischio è quello -chiaramente- di beccarne un altro con altri inquilini di qualità pari o superiore a quella degli attuali. Questi sono i momenti in cui, anziché riuscire a godermi la tranquillità di un tetto sopra la testa qualche ora prima di andare a dormire, rimpiango di non trovarmi a casa a Ravenna, 4 gatti tutti tranquilli e il riposo che ciascuno di noi meriterebbe.

Ho scoperto da poco della nuova iniziativa “Canon Live Experience 2013” e purtroppo ho perso l’occasione di partecipare alla tappa milanese. La prossima tappa sarà a Bari il prossimo 22 novembre. L’iniziativa è l’evoluzione di “Fotografica” (organizzata sempre da Canon), un evento che permette di prendere parte ad un grande ritrovo di professionisti, appassionati o semplici curiosi del mondo della fotografia.

Si perché, a prescindere che vi sentiate esperti o neofiti, ci sarà sempre qualcuno “più bravo di voi”, qualcuno dal quale trarre ispirazione e preziosi consigli per migliorare sempre più. Da quando le macchine fotografiche reflex hanno raggiunto prezzi decisamente più accessibili rispetto agli esordi, è quasi diventato un must tecnologico da annoverare nel proprio arsenale al posto della più classica ed economica compatta che spesso non soddisfa i requisiti che ci si impone di raggiungere per un bello scatto. Canon mette a disposizione nome e location per rendere possibile questo scambio di esperienze e consente inoltre di partecipare a workshop, mostre e dibattiti sull’immagine digitale, gratuitamente, il che non è esattamente da sottovalutare visti i costi di qualsivoglia corso o breve esperienza in questo campo.

Per conoscere ogni dettaglio dell’iniziativa potete fare un salto sul sito web ufficiale che trovate all’indirizzo canon.it/For_Home/live-experience ed in particolare nella pagina delle iniziative o del calendario eventi. Nel caso in cui vogliate far esaminare il vostro Portfolio o il Digital Symposium sono aperte le iscrizioni, anche in questo caso non viene chiesto alcunché in cambio (se non la pura prenotazione che permetterà allo staff di organizzarsi per tempo). L’occasione è ghiotta e un salto si può fare sicuramente, amici baresi, accorrete numerosi! :-)

Per un mondo più trasparente vi informo che questo è un Articolo sponsorizzato.

Buon viaggio, Marco.

Gioxx  —  14/10/2013 — 1 Comment

Marco Zamperini

Mi si è stretto il cuore ma posso solo augurarti buon viaggio amico mio, tanti lì fuori non potranno mai capire che vuoto hai lasciato e quanto hai fatto bene alla rete che tutti noi oggi conosciamo e utilizziamo. Il mio più grande abbraccio va alla famiglia tutta.

Avevo già parlato di Twitter e della sua verifica in due passaggi e il colosso di San Francisco non ne era uscito così vincitore, a dirla tutta aveva fatto una magra figura rispetto alle altre società che fino ad oggi hanno scelto di includere questo ulteriore step di sicurezza nella fase di login ai propri servizi.

In conclusione del precedente articolo mi aspettavo anche una soluzione in tempi brevi che potesse accontentare proprio tutti funzionando correttamente anche laddove gli accordi societari con i carrier telefonici non erano arrivati. Con l’ultimo aggiornamento dell’applicazione che risale ad una manciata di giorni fa io (e tanti altri come me) sono stato accontentato!

Prima di cominciare

Ricordatevi che abilitando la verifica in due passaggi il vostro telefono si legherà all’account da proteggere. Nessun altro dispositivo (codice di backup di sicurezza a parte) potrà generare il codice o la richiesta di approvazione login. Se perdete il telefono o se lo dimenticate a casa sarete costretti ad utilizzare il codice di emergenza che verrà generato in fase di attivazione dell’autenticazione 2-step. La verifica in due passaggi  un’ottima soluzione per evitare che il vostro account venga acceduto da gente sconosciuta ma è pur sempre un’arma a doppio taglio che potrebbe chiudervi la porta in faccia, fate sempre molta attenzione ;-)

Ok, facciamolo

Ciò che vi servirà stavolta è il telefono. Aprendo l’applicazione di Twitter basterà andare nella propria scheda profilo e fare clic sull’icona che rappresenta l’ingranaggio per entrare nelle opzioni del programma, quindi selezionare Impostazioni

Profilo Utente Fare clic su Impostazioni

A questo punto bisognerà ovviamente selezionare le impostazioni di sicurezza dell’account desiderato (nella stessa schermata troverete tutti gli altri account gestiti tramite applicazione dell’iOS):

E abilitare la verifica dell’accesso:

Previa vostra conferma il nuovo sistema verrà abilitato e verrà così creato un codice di sicurezza univoco di backup che dovrete utilizzare per ottenere accesso al vostro account nel caso in cui smarriste il telefono o lo dimenticaste a casa (come da paragrafo precedente, nda). Non vi preoccupate: una volta utilizzato potrete crearne altri recuperando il telefono e la vostra applicazione:

Salvate quel codice in luogo sicuro (Keepass tanto per citarne uno che utilizzo quotidianamente e del quale vi ho già spesso parlato) e tornate indietro per avere conferma visiva dell’abilitazione dell’autenticazione in due passaggi:

Il gioco è fatto.

Per poter verificare che tutto funzioni basterà fare logout dal vostro account sul PC quindi provare a ricollegarvi. Se la password è giusta a video (del PC) vedrete una schermata di attesa accettazione login:

mentre sul telefono comparirà una notifica push (se abilitate per Twitter, occhio quindi ad abilitarle o dovrete manualmente aprire l’applicazione e andare a controllare le richieste di accesso!) che vi inviterà ad aprire l’applicazione per verificare la richiesta di un accesso (con tanto di identificazione GPS della posizione anche se parzialmente errata):

A questo punto non vi resta che fare clic sulla “V” e attendere che il browser ricarichi la pagina dandovi finalmente accesso alla vostra pagina Twitter!

Ora potrete nuovamente “twittare” il vostro stato d’animo o qualsiasi altra cosa desideriate :-)

In conclusione

Finalmente ci siamo. Un servizio per ora funzionante, intuitivo, veloce, facile da usare anche per l’utente che non ha mai “capito bene come funzionano queste cose” nonostante la mancanza del classico codice generato da un Authenticator (che personalmente adoro e preferisco, ma tant’è), ricorda per certi versi quell’autenticazione che Google stava testando qualche tempo fa (vedi l’articolo) ma che poi ha immediatamente ritirato. Aumenta (se volessi trovare un “contro”) l’importanza del tenere al sicuro e a portata di mano il proprio telefono in quanto “Single Point of Failure“.

Un altro servizio messo un po’ più al sicuro.

p.s. Se non dovessimo “leggerci più” prima del 15 agosto, buone ferie e buon ferragosto a tutti voi! :-)