Mi sono preso del tempo, come faccio sempre quando ci sono novità importanti in questo campo, anche se all’apparenza questa non possa sembrarlo a primo impatto (d’altronde, cambiano solo dei DNS, giusto? :-) ). La notizia è del primo aprile, abbiamo un po’ tutti pensato al più classico dei pesci, e invece no, la cosa era sera e lo è ancora tutt’oggi: Cloudflare ha lanciato i suoi nuovi DNS pubblici, in collaborazione con APNIC, mettendo a disposizione del mondo gli IP 1.1.1.1 e 1.0.0.1 (rispettivamente DNS primario e secondario).

1.1.1.1 è la vera risposta a 8.8.8.8?

I DNS sicuri di Cloudflare

We will never log your IP address (the way other companies identify you). And we’re not just saying that. We’ve retained KPMG to audit our systems annually to ensure that we’re doing what we say.

Frankly, we don’t want to know what you do on the Internet—it’s none of our business—and we’ve taken the technical steps to ensure we can’t.

[…] 1.1.1.1/#explanation

L’obiettivo della coppia (Cloudflare e APNIC, nda) è chiaro da subito, ed è quello di fornire un servizio alternativo a quelli già presenti sul mercato, mettendoci del proprio, cercando di assicurare all’utente finale una privacy che altri probabilmente non possono / vogliono offrire per questione di business o per mancanza di interesse verso la “beneficenza” (questo tipo di struttura ha un costo, e generalmente non è quello equivalente alla paghetta settimanale che la nonna ti dava all’epoca della gioventù pre-adolescenziale). Cosa si ottiene in cambio è pubblicamente riportato dal blog di APNIC, più precisamente in questo estratto:

In setting up this joint research program, APNIC is acutely aware of the sensitivity of DNS query data. We are committed to treat all data with due care and attention to personal privacy and wish to minimise the potential problems of data leaks. We will be destroying all “raw” DNS data as soon as we have performed statistical analysis on the data flow. We will not be compiling any form of profiles of activity that could be used to identify individuals, and we will ensure that any retained processed data is sufficiently generic that it will not be susceptible to efforts to reconstruct individual profiles. Furthermore, the access to the primary data feed will be strictly limited to the researchers in APNIC Labs, and we will naturally abide by APNIC’s non-disclosure policies.

[…] labs.apnic.net/?p=1127

La posizione dominante della struttura CDN di Cloudflare è certo garanzia di qualità e stabilità, perché estremamente capillare e facile da raggiungere da qualsivoglia posizione nel globo, questi due nuovi DNS includono tra l’altro la sicurezza del “nuovo” (si fa per dire) trasporto dati DNS-over-TLS, permettendo alle informazioni di transitare in maniera criptata, che completa il quadro sicurezza grazie al DNS-over-HTTPS (già compatibile con Chrome, nda), il quale supporta diverse tecnologie di crittografia come QUIC o HTTP/2 Server Push, ed è quindi già pronto per un futuro che dovrebbe progressivamente abbandonare la risoluzione dei nomi a dominio per come noi tutti la conosciamo e per come l’abbiamo “vissuta” fino a oggi (stiamo parlando di una tecnologia che è vecchia quanto l’internet o quasi, e che nella realtà può essere comparata alla rubrica telefonica che le persone anziane tengono di fianco al telefono analogico messo in bella vista nel salotto buono).

La prova sul campo

I fatti raccontano ciò che sei, la teoria è bella ma rimane spesso a far compagnia all’aria fritta. Dopo anni di utilizzo del (da tanti considerato) nemico Google (8.8.8.8/8.8.4.4), ho scelto di modificare la configurazione di una macchina Windows (questa) forzandola a risolvere i nomi a dominio tramite il nuovo servizio. Velocità e stabilità assolutamente corrette, risoluzione pressoché immediata anche partendo da una sessione browser completamente pulita, senza cache, senza dati precedentemente memorizzati, confermando quei tempi anche tramite un prompt dei comandi aperto contemporaneamente.

1.1.1.1 è la vera risposta a 8.8.8.8? 1

In pratica la nuova coppia di DNS sembrano mantenere le promesse tanto decantate da Cloudflare in primis, confermate ufficialmente anche da DNSPerf.com, progetto (quest’ultimo) di terza parte, che da anni mette alla prova –tra le altre cose– i resolver DNS disponibili in tutto il mondo, lo stesso che misura anche le performance del servizio offerto da Google, il quale arriva a occupare la quarta casella sul tracciato, dietro Cloudflare (al primo posto), OpenDNS (che appartiene a Cisco ormai dal 2015) e Quad9 (free, open e private anche lui, in collaborazione con IBM, Global Cyber Alliance e Packet Clearing House).

Ma poi …

Se si va a filtrare la qualità del DNS anziché la velocità di risoluzione, Cloudflare occupa l’ultimo posto (97,22% in Europa, 94,81% globalmente), risultato tutt’altro che valido, di cui certo non vantarsi troppo ad alta voce. In Europa sembra che la qualità massima appartenga ai DNS di Comodo, Google si posiziona in questo caso al sesto posto (oltre la metà della classifica). Giusto per dare il metro di giudizio, la qualità è definita così da DNSPerf:

“Quality” shows the uptime of nameservers. For example if a provider has 4 NS and 1 fails then quality is 75% for that location and benchmark. This means even though the provider is marked as down a real user could still get an answer thanks to the round robin algorithm used by DNS. “Quality” does not represent the real uptime of a provider

Ciò non vuol quindi dire che il servizio DNS in sé non risponda, ma più semplicemente che la tua richiesta viene consegnata a una macchina in quel momento accesa e pronta a lavorare, facendoti perdere un attimo più di tempo per arrivare a destinazione, ed è quello che è già capitato al servizio di Cloudflare che –solo a dirlo– fa un po’ sorridere considerando il principale business dell’azienda (la lotta al downtime, servendo e mostrando qualcosa di sempre reperibile anche se così non è nella realtà specifica del sito web e del relativo database in uso). Ho volutamente analizzato questo dato perché quello relativo all’uptime (parlando sempre di DNSPerf) è pressoché inutile al giorno d’oggi:

“Uptime” shows the real uptime of DNS provider. A provider is marked as down only if all nameservers go down at the same time. (in the select location)

È davvero difficile (se non quasi impossibile) che un servizio di questo tipo vada completamente offline, soprattutto considerando che dietro ci sono importantissime aziende che possono vantare infrastrutture complesse, ridondate, che hanno dato il giusto peso al Disaster Recovery e che possono quindi deviare il traffico verso strutture di backup pronte a rispondere quando la situazione si fa calda.

Gli altri parametri utilizzati dal servizio di misurazione sono molto chiari ed equi per tutti i giocatori sul campo:

  • All DNS providers are tested every minute from 200+ locations around the world.
  • Only IPv4 is used.
  • A 1 second timeout is set. If a query takes longer, its marked as timeout.
  • “Raw Performance” is the speed when quering each nameserver directly.
  • The data is updated once per hour.

Difetti di gioventù? Possibile, eppure è proprio in quel momento che devi cercare di avere la maggiore potenza di fuoco possibile, perché la curiosità attira le persone, e queste proveranno il tuo servizio mettendoti in seria difficoltà se non hai fatto i giusti conti con l’oste. È una cosa del tutto naturale, che può sfuggire di mano e che può portare a ottenere l’effetto contrario, quello tipico da vanto al bar, presto però fatto tacere da qualcuno che dimostra tutto il contrario.

Ho modificato la configurazione del mio Fritz!Box 7590 variando DNS primario e secondario, da Google a Cloudflare, ottenendo –una sera di qualche giorno dopo– un blackout parziale di rete durato (in realtà sopportato) circa 30 minuti, durante i quali caricavo a singhiozzo risorse internet. Ed è proprio in quel momento che ho riportato la situazione alla precedente configurazione, rimettendo al loro posto i DNS di big G., riprendendo così a navigare correttamente con ogni dispositivo connesso alla rete di casa. Ti metto a tacere se in questo momento stai pensando potesse trattarsi di un problema relativo al router o alla fibra di Fastweb, perché tutto funzionava perfettamente se la risorsa esterna era stata già precedentemente agganciata (senza necessità di ulteriore risoluzione DNS), dandomi rogne esclusivamente con le nuove, senza considerare che alla variazione dei resolver tutto è tornato immediatamente a funzionare come nulla fosse mai successo.

Il dettaglio del comportamento misurato di 1.1.1.1 lo trovi all’indirizzo dnsperf.com/dns-resolver/1-1-1-1, noterai tu stesso delle altalene comprensibili e ovviamente nella norma nel corso del tempo. C’è una costanza quasi incredibile invece per il servizio di Google (tenendo ben presente che non si può brillare ovunque, e che bisognerebbe scegliere dei DNS in grado di avere e dimostrare buone performance in base a dove ci si trova fisicamente per più tempo).

In conclusione

Darò certamente una seconda possibilità a Cloudflare, per me è molto importante che tutto funzioni egregiamente in casa, ci tengo, tanti servizi girano e servono me e la mia famiglia anche fuori da qui (su smartphone e non solo), poter vedere contenuti multimediali, navigare, usare la posta elettronica è ormai considerato uno standard quasi al pari di trovare una bottiglia d’acqua in dispensa (lo so, non è proprio la stessa cosa, ma è per farti capire il metro di giudizio secondo il mio malato neurone). Litigare ancora oggi con una risoluzione nomi che quasi ti fa pentire i tempi delle modifiche al proprio file hosts non è cosa normale.

Lascio fare questo servizio a chi sa come farlo (ancora scende la lacrimuccia pensando al servizio FoolDNS lanciato da Matteo così tanti anni fa), ma pretendo che funzioni bene e senza tutte quelle barriere imposte da chi può permettersi il lusso di dire cosa posso o non posso visitare (DNS dei provider di connettività italiana, cosa che accade anche all’estero con gli oscuramenti assai discutibili), rispondendo in tempi ragionevoli e portando il mio browser (ma non solo) dove volevo atterrare, non un centimetro più in là. Sui termini della privacy e raccolta dati di Cloudflare e APNIC posso limitarmi a raccontarti quanto apprendo da loro, sperando che non ci siano secondi fini a noi sconosciuti.

Ti ricordo che, da qualche tempo ormai, sul forum di Mozilla Italia viene mantenuta aggiornata una discussione in cui si parla proprio di DNS e dei loro comportamenti, con ogni riferimento che può tornarti utile. Trovi la discussione all’indirizzo forum.mozillaitalia.org/index.php?topic=59932.msg406060#msg406060.

Se ci si vuole affidare alla storia, dare alla luce un servizio il primo di aprile sembra aver portato bene a Google e al suo (mai troppo adorato) GMail, che possa Cloudflare sperare di replicare quel successo?

E tu, hai cambiato i tuoi DNS per navigare tramite 1.1.1.1/1.0.0.1 oppure hai tenuto quelli che avevi prima? Cosa hai scelto? Ti va di raccontarmelo nei commenti e dirmi il perché della tua scelta? :-)


fonti:
blog.cloudflare.com/announcing-1111
dnsperf.com/#!dns-resolvers

immagine di copertina: unsplash.com / author: Himesh Kumar Behera

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Ti ho parlato di rogne di Sysprep e upgrade in-place verso Windows 1709 giusto una manciata di giorni fa, facendo riferimento all’approfondimento che stai per leggere, dedicato a un problema specifico che ho avuto durante la chiusura di un’immagine, la quale mi ha generato un errore (poi compreso da log e risolto) riguardante MiracastView, una di quelle applicazioni installate insieme a Windows 10, non più presente su Windows 1709 (è rimasta al palo della 1703).

Appunti sparsi su Windows 10 1709, Sysprep e Upgrade in-place

MiracastView

Nel caso tu volessi capire cos’è Miracast:

Wi-Fi CERTIFIED Miracast™ enables seamless display of multimedia content between Miracast® devices. Miracast allows users to wirelessly share multimedia, including high-resolution pictures and high-definition (HD) video content between Wi-Fi devices, even if a Wi-Fi network is not available.

Continua su: wi-fi.org/discover-wi-fi/miracast

Appurato che la simpatica applicazione per lo streaming di immagini verso periferiche nella rete faceva parte di una installazione base di Windows 10 1703, questa non gode dello stesso trattamento nella versione 1709 dell’OS Microsoft, e in più impedisce una corretta chiusura dell’immagine (realizzata per upgrade da 1703 a 1709, chiaramente) che vede il suo completamento ultimo con un colpo di Sysprep prima dello spegnimento macchina (pronta poi alla clonazione). Questo è un esempio estrapolato da un mio setupact.log (che trovi nella cartella C:\Windows\system32\Sysprep\Panther):

Ci sono diversi metodi per affrontare il problema, li ho provati e ti racconto come puoi aggirare l’ostacolo e chiudere con successo la tua immagine.

Secondo Microsoft

Esiste una procedura descritta da Microsoft in un documento di supporto che puoi trovare anche tu all’indirizzo support.microsoft.com/en-us/help/4057974/miracastview-cause-sysprep-error-windows-10-version-1709, la quale mostra il problema che mi sono ritrovato ad affrontare e propone alcune possibili soluzioni.

Il problema che accomuna queste soluzioni consiste nel fatto che debba esistere sul PC la cartella del vecchio Windows precedentemente abbandonato (causa upgrade), la cartella Windows.old. Nel caso tu avessi già cancellato quella cartella, le soluzioni di Microsoft vengono a meno, e sarai costretto a passare al piano B.

Windows 10 1709: problemi di Sysprep a causa di MiracastView

Se provi a rimuovere l’applicazione da PowerShell, questo è l’errore che ottieni.

Piano B: cosa puoi fare senza Windows.old

Ciò che ti serve è il file XML contente i riferimenti del pacchetto MiracastView (Windows.MiracastView_6.3.0.0_neutral_neutral_cw5n1h2txyewy.xml) e un psexec per lanciarti un prompt dei comandi a livello System, entrambi gli oggetti sono disponibili sul mio spazio Box: go.gioxx.org/miracast-sysprep.

Scarica il contenuto della cartella sul tuo PC (possibilmente in una cartella facile da raggiungere, io prenderò come esempio C:\temp), quindi apri un prompt dei comandi come amministratore e spostati in C:\temp, quindi usa il comando:

psexec \\%COMPUTERNAME% -s -i cmd

Puoi fare copia e incolla direttamente sul tuo prompt, non c’è nulla da modificare. Premendo invio dopo aver inserito il comando sopra riportato dovrai accettare la licenza che ti verrà proposta, quindi ti si dovrebbe aprire un’altra finestra del Prompt dei comandi. Quest’ultima sta girando –salvo errori– con privilegio System. A questo punto dovrai nuovamente spostarti nella C:\temp e inserire questo ulteriore comando:

copy Windows.MiracastView_6.3.0.0_neutral_neutral_cw5n1h2txyewy.xml C:\ProgramData\Microsoft\Windows\AppRepository\

Questo comando –salvo errori– copierà il file XML di MiracastView all’interno della cartella usata da Windows per conservare tutti i file XML delle applicazioni installate da Store. Sei costretto a farlo con utenza System perché nonostante tu sia amministratore della macchina, la copia di dati all’interno della cartella AppRepository nella %ProgramData% ti è inibita.

Windows 10 1709: problemi di Sysprep a causa di MiracastView 1

Io avevo salvato il file XML su chiave USB, non considerare quello in immagine come l’esempio da seguire ;-)

Prova ora a disinstallare completamente il pacchetto di MiracastView via PowerShell, non dovresti riscontrare più anomalie, riuscendo così a sradicarlo completamente:

Windows 10 1709: problemi di Sysprep a causa di MiracastView 2

Sei ora pronto a chiudere l’immagine con Sysprep, ma fai prima pulizia (cleanmgr) così da evitare di lasciare sporcizia in giro.

In caso di dubbi inerenti questo specifico articolo, lascia un commento nell’area preposta in coda all’articolo, cercherò di darti una mano a risolvere la tua anomalia legata a MiracastView.


riferimenti:
social.technet.microsoft.com/Forums/windows/en-US/e610f718-b2d4-45a2-b4ff-ded8c755bdbb/unable-to-sysprep-after-fall-creator-update-due-to-miracast?forum=win10itprosetup
social.technet.microsoft.com/Forums/en-US/3267d7a5-14a1-4fe2-925c-1bf6a216d7ab/windows-10-1709-sysprep-fail?forum=win10itprosetup
support.microsoft.com/en-us/help/2769827/sysprep-fails-after-you-remove-or-update-windows-store-apps-that-inclu
deploymentresearch.com/Research/Post/615/Fixing-why-Sysprep-fails-in-Windows-10-due-to-Windows-Store-updates

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Prima volta che ti parlo di HP in maniera “ufficiale” da #BancoProva, un bel respiro e gas a martello (l’ho rubata a Guido, nda), pronto a darmi da fare come si deve per raccontarti al meglio il prodotto di questa settimana, evitando di fare le figuracce tipiche da prima uscita con la nuova ragazza. Ti presento quindi HP Spectre x360, un 13 pollici sottile, con monitor touch, convertibile per poter essere utilizzato in modalità differenti rispetto alle più tradizionali (alle quali siamo tutti abituati), con quei vantaggi e svantaggi che provo a raccogliere qui di seguito.

HP Spectre x360: il 13 pollici convertibile secondo HP

HP Spectre x360: rapida occhiata

Individuo e isolo tutto ciò che Spectre x360 mi ha trasmesso durante l’utilizzo, e ti rimando al paragrafo successivo per scendere un attimo più nei dettagli se lo desideri.

  • Spectre x360 è abbastanza squadrato (nonostante gli angolo arrotondati nei giusti punti chiave), raramente gentile nelle forme ma assolutamente elegante. Cerniere morbide, con giusto movimento che andrebbe però verificato poi sul lungo termine, una scelta stilistica effetto specchio / metallizzato che avrei anche evitato, preferendo forse l’opaco, ma riprendono il logo HP sul fronte dello chassis monitor, quindi giuste nel contesto.

HP Spectre x360: il 13 pollici convertibile secondo HP 1

  • Piccolo quanto basta (13 i suoi pollici), più che sufficiente per chi deve scrivere, disegnare, prendere appunti, guardare contenuti multimediali senza mai fermarsi troppo in un solo posto (a casa ho un MacBook Pro 13″ con il quale mi trovo più che bene, nda), forse insufficiente per chi deve poter affrontare il lavoro d’ufficio quotidiano e non ha la possibilità di collegarlo a un monitor esterno. Leggero, questo fa certamente coppia con le dimensioni, lo infili in borsa e te ne dimentichi, quasi non lo senti.
  • Potente e completo di tutto, caratterizzato da una fluidità nell’utilizzo che si palesa oggettivamente davanti agli occhi senza mai mostrare il fianco (nonostante lo abbia messo sufficientemente sotto torchio).
  • Tastiera abbastanza rumorosa (a me piace, adoro sentire il ticchettio del costante digitare) e con il giusto affondo, per ottenere quel feed tattile al quale difficilmente rinuncerei. Mal digerisco quel posizionamento che va oltre il tasto invio e quel voler sfruttare diversamente lo spazio a disposizione per inserire le frecce direzionali, il tasto ù, lo spostamento rapido (pag. su/giù, inizio / fine e </>), nella norma invece il tasto ins, lo stamp e il canc. Bocciata la retroilluminazione, non adattiva, non automatica, non regolabile (puoi solo disattivarla e attivarla tramite tasto funzione), in alcuni casi anche fastidiosa, tutto il contrario da ciò che mi aspetto su una macchina simile.
  • Touchpad senza lode e senza infamia. Giusta la sensibilità e l’area a disposizione per il movimento, non è però in grado di capire se la mia mano è posizionata lì sopra per sbaglio o volutamente, spostando quindi il cursore in posizione errata quando non desiderato, ti direi non all’altezza di tutto il resto.
  • Audio Bang & Olufsen che ti fa pregustare già la sua qualità sulla carta, un po’ meno nella pratica (immagino per questioni di spazio nello chassis), si comporta benissimo quando gli si danno in pasto tracce che nascondono i bassi, perché quasi totalmente assenti nella configurazione (puoi ritoccare quello che ti pare con il software dato a corredo, poco cambia) e nella sostanza.

HP Spectre x360: il 13 pollici convertibile secondo HP 11

  • Batteria dalla durata (molto) più che buona, sono rimasto positivamente colpito. Ho lavorato con attivo il profilo Migliori Prestazioni per più di 6 ore, durante le quali ho usato in particolar modo Google Chrome e Spotify, oltre una luminosità medio-alta del monitor del laptop, sto scrivendo questo pezzo dallo Spectre e ancora mi godo il 27% residuo, davvero contento.

Dotazione hardware

Spectre x360 monta (nella versione che mi è stata inviata da HP per effettuare il mio test #BancoProva) un processore Intel i5 di ottava generazione (questo), un quad-core tutto pepe da 1.60GHz (per core) messo in commercio qualche mese fa, robusto e performante, con grafica integrata (Intel 620):

8 GB di RAM (ormai classici e base di partenza per ogni macchina portatile) e un disco SSD M.2 da 256 GB (Samsung, si parla di questo) che mostra buona performance nell’uso quotidiano e anche nel benchmark lanciato appositamente per studiarne le reazioni:

HP Spectre x360: il 13 pollici convertibile secondo HP 2

Tutta la parte più interessante e che si distingue dalla massa è forse quella dedicata al comparto monitor, touch e possibilità di trasformazione del laptop in tablet, grazie anche all’integrazione pressoché perfetta con Windows 10 che è nato anche per questo. HP Spectre x360 integra anche una penna (bluetooth, accoppiata già in origine con il laptop) che può fungere da puntatore ma soprattutto da mezzo di scrittura o disegno a mano libera (Windows Ink), per prendere appunti in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. Tutto molto reattivo e buona la durata della batteria integrata nell’accessorio, ma la mia paura riguardo la delicatezza del prodotto supera di gran lunga il vantaggio di poterlo convertire e utilizzare come fosse il mio iPad (che di botte ne ha prese abbastanza, senza però battere ciglio alcuno).

Cerca di capirmi, è un qualcosa che funziona davvero bene, ma non fa per me, sono io quello anomalo che ancora preferisce la modalità del pleistocene fatta di monitor davanti agli occhi e dita che vanno manco fossero impazzite o alla ricerca del record di battitura per minuto (anche perché per quest’ultimo c’è già una folla pronta a battermi lì fuori). Ciò che posso certamente dirti è che il monitor reagisce bene a ogni tocco (anche in modalità laptop, utile per allargare immagini o comunque usare lo zoom in ogni contesto possibile), e che questo non ne esce sconfitto con mille ditate perché è evidente che il trattamento riservato da HP dia i suoi frutti, niente oleosità particolari da segnalare o qualcosa che gli si avvicini, rovinando l’esperienza d’uso del prodotto.

HP Spectre x360: il 13 pollici convertibile secondo HP 14

Parliamo di collegamenti. HP Spectre x360 propone una sola porta USB 3.1 di tipo A (la classica alla quale siamo tutti abituati) nella parte sinistra, vicino alla quale troverai l’attacco audio (cuffie-microfono, come ormai ovunque) e il pulsante di accensione della macchina (con led incorporato, per capire immediatamente lo stato del laptop). Sempre sul lato sinistro, un po’ più in basso, uno slot di lettura microSD.

Sulla destra troverai invece due porte USB 3.1 di tipo C / Thunderbolt 3, il led di stato corrente del laptop (per avere immediato riscontro quando il caricabatterie viene collegato a una delle due porte USB-C, medesima scelta di Apple e altri vendor, nda), il lettore di impronte e un pulsante combo che ti permette di alzare o abbassare il volume dell’audio, strana scelta (parlo di quest’ultima), ma credo sia stata fatta pensando alla modalità tablet del prodotto.

Non c’è porta di rete, cosa che io continuo a odiare con tutto me stesso sui portatili che rinunciano a questa porta per me fondamentale, facendo nascere l’esigenza di un adattatore da collegare a una delle porte USB-C. Il comparto WiFi fa il suo lavoro, giusto, con buona velocità su più test eseguiti sempre verso lo stesso server di destinazione (qui di seguito te ne propongo giusto uno):

HP Spectre x360: il 13 pollici convertibile secondo HP 10

A completare il quadro hardware c’è la webcam HP TrueVision FHD IR camera con microfono digitale dual-array integrato, il quale lavora abbastanza bene per pulire i rumori di fondo, ma personalmente continuo a preferire una soluzione dedicata che preveda il “dinamico duo” cuffie e microfono incorporato.

Spectre x360 scalda pressoché nulla durante il suo utilizzo (a meno di metterlo realmente sotto stress), andando però a modificare questo aspetto quando si collega il caricabatterie, soprattutto nella parte destra del portatile (dove trovano spazio le porte USB-C che ti permetteranno di immagazzinare l’energia necessaria), ma mai così tanto da arrecare fastidio durante la tua sessione di lavoro o gioco. Per questo tipo di esami più specifici ti rimando a una scheda tecnica di NotebookCheck che ha preso in esame la versione più carrozzata con monitor 4K e i7 (che può in qualche maniera avvicinarsi a questo prodotto che sto usando io).

Se vuoi dare un’occhiata alla scheda tecnica completa sul sito di HP, ti rimando all’indirizzo support.hp.com/it-it/document/c05835335.

Software

HP Spectre x360 propone Microsoft Windows 10 nella sua versione Home. Al solito, con sé porta tanti software proprietari o di terza parte a corredo -talvolta non richiesto- che il cliente finale può scegliere in seguito di pulire:

Per la sicurezza HP ha scelto McAfee LiveSafe (che quindi prende il posto del Defender già vivo e vegeto su ogni sistema Windows 10, dalla nascita), ha poi aggiunto una preinstallazione di Office 365 (con un mese di abbonamento prova per il servizio, nda) in italiano e relativo OneDrive, proponendo però la possibilità di registrare un account Dropbox al quale verranno aggiunti da subito 30 GB per un periodo di tempo limitato (un anno, al termine del quale dovrai decidere se pagare un’offerta professionale o passare ai 2 GB gratuiti per tutti). Troverai inoltre una quantità non meglio definita di librerie base Visual C++ 2008 / 2010 / 2012 / 2013 / 2015 necessarie per i tanti software di HP stessa (molti dei quali possono essere certamente eliminati).

Da quando c’è Windows 10 e il relativo store, molti software che ero abituato a vedere e classificare pressoché immediatamente come bloatware sono spariti, vengono direttamente proposti (e in alcuni casi installati) direttamente da Microsoft (troverai quindi Netflix, MSN notizie, qualche gioco e altro ancora, roba che solitamente faccio sparire facendo girare un clean via PowerShell).

In conclusione

Un portatile dalle buonissime caratteristiche, non privo di difetti, ma che può chiaramente diventare una postazione da lavoro pressoché completa in base all’esigenza dell’acquirente che necessita questo tipo di caratteristiche. Anche se personalmente non l’adoro, la possibilità di sfruttare la completa apertura delle cerniere monitor è un vantaggio per chi vuole disegnare o prendere appunti senza passare per la tastiera. Il monitor è bello, con una buona luminosità anche se non mi ha convinto del tutto la mancanza della luminosità adattiva (oppure, se questa fosse disponibile e io non me ne fossi sbadatamente accorto, vorrebbe dire che non funzionerebbe come dovrebbe), così come la retroilluminazione della tastiera, troppo limitata.

Validi i tagli di RAM e SSD scelto, assolutamente nella norma odierna, ottimo il processore che mostra tutta la sua forza in ogni occasione. La scelta di Windows 10 oltre che obbligata è assolutamente azzeccata per una macchina che lo fa davvero girare senza perdere un colpo. Probabilmente avrei però scelto la sua versione Pro (ma è solo una mia idea). Adoro la tastiera e l’affondo dei pulsanti, davvero, ma odio profondamente il posizionamento scelto per alcuni tasti. Il prezzo è grosso modo in linea con il mercato, la qualità si paga.

HP Spectre X360 si trasforma da portatile in tablet, con processori quad-core, fino a 16,5 ore di durata della batteria e un nuovo schermo pensato per la privacy. Le specifiche caratteristiche includono design raffinato, con il corpo in alluminio CNC modellato con linee angolari; schermo brillante, con una diagonale di 13 pollici, cornici micro-edge e il robusto Corning Gorilla Glass NBT, che offre una risoluzione fino a 4K per esperienze di visualizzazione eccezionali. Le prestazioni sono assicurate dai processori Intel Core i5 e i7 di ottava generazione, dalla memoria LPDDR3 fino a 16 GB e delle unità SSD PCIe fino a 1TB opzionali, pensate per archiviare progetti, ricordi preziosi e contenuti di intrattenimento. Le funzionalità per la sicurezza includono un lettore di impronte digitali posizionato lateralmente per la massima accessibilità e la fotocamera IR FHD HP Wide Vision per eseguire l’accesso con riconoscimento facciale. La penna certificata per Windows Ink offre un’esperienza di disegno e scrittura più naturale grazie all’utilizzo simultaneo della penna e delle funzionalità touch. Con l’inclinazione, la penna è sensibile alla pressione per un input preciso in qualsiasi modalità. HP Spectre x360 è disponibile in Italia a partire da €1.399.

Qui il riferimento allo store. Puoi trovarlo su Amazon spendendo qualche euro in meno:

A me non resta che ringraziare HP e far tornare la macchina all’ovile. Se hai dubbi o vuoi chiedere maggiori informazioni, utilizza l’area commenti a tua disposizione, cercherò di darti una mano, ma ricorda che non potrò più eseguire alcun test sul laptop (utilizzerò la memoria di quanto sperimentato fino a oggi!).

Buon inizio settimana.

Disclaimer per un mondo più pulito
Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" riportano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistare il prodotto e decidere di pubblicare un articolo ad-hoc in seguito, solo per il piacere di farlo e condividere con voi le mie opinioni. Ogni articolo rispetta -come sempre- il mio standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: fornito da HP, torna all'ovile al termine dei test.
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Filtrando il tag dedicato al Sysprep ti troverai davanti a diversi articoli che parlano di questa pratica e dei vari problemi riscontrati nel corso delle versioni di Windows. Sysprep è un tool tanto bello quanto potenzialmente stronzo (sì, tanto per chiarire subito le cose), molto suscettibile e per certi versi delicato. L’ho imparato ancora una volta con Windows 10 1709, versione attualmente stabile del sistema operativo di Microsoft che verrà presto sostituita dalla Spring Update 2018 (1803).

Quello di oggi vuole essere il solito articolo “blocco appunti“, da rispolverare in caso di necessità (che magari torna utile anche a te che sei finito su questi lidi, non si sa mai).

Reinstallare Windows OEM quando il supporto di Recovery non c'è 7

Sysprep con Windows 1709

Da cosa partivo

Ti faccio il punto della situazione: con diversi modelli di PC Desktop e Laptop distribuiti all’interno del gruppo, siamo soliti tenere delle immagini master che possiamo facilmente clonare quando occorre preparare nuove postazioni, così da risparmiare tempo ed evitare facili errori dovuti alla distrazione. In questo modo ogni macchina è uguale all’altra (di base, con personalizzazioni software solo se giustificate e realmente necessarie).

La base di partenza era l’immagine di una nostra macchina con Windows 10 1703 (la Creators Update), pulita quanto basta, senza la robusta quantità di applicazioni installate da Store e con un parco software di terza parte “stretto indispensabile“. Chiaramente ho le immagini pre-sysprep da lavorare / modificare e chiudere all’occorrenza per la clonazione.

Cosa volevo ottenere

Un’immagine con upgrade in-place a 1709, perché quella 1703 era nata da zero, potevo quindi permettermi il lusso di lavorare su un aggiornamento anziché rifare tutto nuovamente da zero.

Cosa ho scoperto

Che –come già successo in passato– ci sono alcune accortezze da non lasciarsi sfuggire, perché comprometterebbero la corretta chiusura dell’immagine di sistema, particolare affatto simpatico dopo ore di lavoro. Sì perché c’è di mezzo ancora una volta l’installazione automatica di applicazioni UWP da parte dello Store (non richieste), suggerimenti (anch’essi non richiesti) e tutto ciò che in generale è legato alla chiave AutoDownload in HKLM\NewOS\Microsoft\Windows\CurrentVersion\WindowsStore\WindowsUpdate e alla DisableWindowsConsumerFeatures in HKLM\Software\Policies\Microsoft\Windows\CloudContent.

Puoi trovare diverse informazioni in merito a questi argomenti su alcuni siti web di terza parte e su GitHub (dove ho trovato diversi spunti validi dedicati agli upgrade via SCCM, adattabili anche a utilizzi “one-shot” da chiave USB o rete:

A voler bloccare le installazioni non richieste su una macchina collegata in rete, che stai lavorando per aggiornare l’immagine “master” (pratica comunemente sconsigliata, proprio perché porta con sé rischi legati ad aggiornamenti che si scaricano e installano senza dirti nulla), potresti pensare di agire direttamente via batch sul registro:

:BloccoUpdate
:: Disable Windows Store Updates
:: 2 = always off
:: 4 = always on
REG ADD HKEY_LOCAL_MACHINE\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\WindowsStore\WindowsUpdate /v AutoDownload /t REG_DWORD /d 2 /f
:: Disable Consumer Experience
:: 1 = Off (disabled)
:: 0 = On (enabled)
REG ADD HKEY_LOCAL_MACHINE\Software\Policies\Microsoft\Windows\CloudContent /v DisableWindowsConsumerFeatures /t REG_DWORD /d 1 /f

Fai ora tutto quello di cui hai bisogno: aggiorna le applicazioni, aggiorna Windows, ritocca ciò che più ritieni opportuno, quindi grazie all’aiuto dell’Assistente aggiornamento Windows fai upgrade a 1709 e completa le prime operazioni necessarie. Quando sarai pronto, fai partire il Clean Manager per pulire i file non necessari sul disco del sistema, poi utilizza il mio script di PowerShell per togliere tutto l’inutile da Windows 10 (vedi qui) e rimetti a posto le chiavi di registro che hai precedentemente ritoccato:

:SbloccoUpdate
:: Disable Windows Store Updates
:: 2 = always off
:: 4 = always on
::REG ADD HKEY_LOCAL_MACHINE\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\WindowsStore\WindowsUpdate /v AutoDownload /t REG_DWORD /d 4 /f
:: Disable Consumer Experience
:: 1 = Off (disabled)
:: 0 = On (enabled)
REG ADD HKEY_LOCAL_MACHINE\Software\Policies\Microsoft\Windows\CloudContent /v DisableWindowsConsumerFeatures /t REG_DWORD /d 0 /f

A questo punto, salvo ulteriori problemi, sei pronto a chiudere l’immagine master e lanciare il Sysprep. È qui che potresti avere a che fare con un errore dovuto a MiracastView, sto finendo un articolo ad-hoc che verrà pubblicato nei primi giorni della prossima settimana (presumibilmente martedì), per dare continuità a quanto raccontato con questo pezzo.

Upgrade in-place verso Windows 1709

Ho perso il conto di quante macchine (sia aziendali che private) ho aggiornato senza il benché minimo problema a Windows 1703 (e prima ancora a 1607, nda). Con Windows 1709, almeno negli ultimi tempi, le cose non sono andate proprio nella stessa maniera. Su più configurazioni (macchine di diversi vendor) ho sempre sbattuto il muso contro un vicolo cieco oltre il quale non sono mai riuscito ad andare: quello del controllo pre-verifica spazio disco.

Appunti sparsi su Windows 10 1709, Sysprep e Upgrade in-place 3

Non sono stato il solo a scontrarmi con la dura realtà, sono in ottima compagnia: google.com/search?q=making+sure+you%27re+ready+to+install (e qui un thread a caso sul forum di Microsoft: answers.microsoft.com/en-us/windows/forum/windows_10-windows_install/upgrading-to-windows-10-stuck-at-making-sure-youre/0386fe6e-1570-45e3-b560-03512026e196).

Per fartela breve, perché immagino tu non voglia perdere lo stesso tempo che ho perso io, il metodo certamente funzionante è quello del doppio salto. Utilizzare quindi una chiave USB con a bordo Windows 1703, la quale riuscirà a effettuare l’upgrade dell’OS portandolo a Windows 10, per poi saltare internamente (tramite Assistente aggiornamento Windows) a Windows 1709.

Creare un supporto d’installazione Windows 1703

L’immagine di Windows 1703 è ritenuta vecchia e superata, e per questo motivo è un pelo più difficile trovarla (neanche tanto eh, ma di certo non è più così in bella vista). Per scaricarla, puoi appoggiarti a windowsiso.net, sito web che raccoglie lo storico delle installazioni Windows (da 7 in poi). Per andare al dunque, puoi puntare il browser all’indirizzo windowsiso.net/windows-10-iso/windows-10-creators-update-1703-download-build-15063/windows-10-creators-update-1703-iso-download-standard e scegliere lingua e architettura (x86 italiana, x64 italiana), se ci fai caso, i collegamenti sono diretti a server Microsoft, si tratta di immagini pulite e senza rischi (dovrai giusto sopportare la pubblicità all’interno del sito web e al clic del tasto Download, se non usi Adblock).

Diversamente, potresti seguire quanto spiegato sul forum Microsoft, senza passare da siti web di terze parti (procedura da me provata e perfettamente funzionante): answers.microsoft.com/en-us/windows/forum/windows_10-windows_install-winpc/how-to-download-official-windows-10-iso-files/35cde7ec-5b6f-481c-a02d-dadf465df326.

Una volta scaricata l’immagine, potrai appoggiarti a uno dei tanti tool esistenti per la creazione di chiavi USB installabili. Io, dato che lo avevo già tra le mani, ho usato il vecchio “Strumento di download in USB/DVD per Windows 7“, che al contrario del nome non è assolutamente limitato alla creazione di supporti per l’installazione del vecchio OS Microsoft, digerisce qualsiasi ISO. Si trova facilmente sui server di Microsoft (microsoft.com/it-it/download/windows-usb-dvd-download-tool e microsoft.com/en-us/download/details.aspx?id=56485),ma ne ho caricato anche una copia completa (fatta di URL ed eseguibili nelle varie lingue) nel mio spazio Box: app.box.com/s/r3j2rmcxl7nysazehfn8mvq2egqnltty.

Hai ora il file ISO e il tool per poter proseguire, cerca una memoria USB sufficientemente capiente (maggiore di 4 GB, nda).

Apri l’utility di Microsoft e seleziona il file ISO precedentemente scaricato, quindi procedi per poterlo andare a copiare su chiave USB e ottenere il tuo supporto per l’installazione su qualsiasi macchina (impiegherà un po’ di tempo al termine del passaggio 4, porta pazienza).

A lavoro terminato, espelli la chiave USB e utilizzala sul sistema che intendi migrare a Windows 10.

In conclusione

Spero di non aver dimenticato nulla per strada, mal che vada modificherò prossimamente l’articolo per integrare ciò che può mancare all’appello. Se hai dubbi in merito a quanto spiegato, lascia pure un messaggio in area commenti, cercherò di darti una mano se ne sarò in grado. Considera che -spero ormai a stretto giro- sarà disponibile per tutti Windows 1803, che potrebbe correggere gli ultimi problemi mostrati dall’upgrade in-place del 1709 facendoci risparmiare così tempo e imprecazioni (lo spero).

Per quanto riguarda l’argomento Sysprep, se hai ulteriori suggerimenti da integrare sei sempre il benvenuto, più informazioni ci si scambia, meglio è :-)

Buon lavoro!


ulteriori riferimenti: Andre Da Costa mantiene costantemente aggiornata una discussione / guida nel forum di Microsoft, sui vari passaggi necessari per aggiornare Windows 10 (nelle più disparate modalità), la trovi all’indirizzo answers.microsoft.com/en-us/windows/forum/windows_10-windows_install-winpc/how-to-upgrade-to-windows-10-version-1709-fall/617a37da-8fc0-4f33-a3eb-59fe9082f925

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Mi capita di tanto in tanto di imbattermi in vecchie caselle di posta utenti che hanno ancora i nomi delle cartelle in inglese, eredità di una precedente vita su IBM Lotus Domino, oggi non più giustificate su Office 2016 ProPlus interamente installati in italiano. Esistono diversi metodi per riportare alla lingua nostrana quei nomi, un paio di questi sono quelli che generalmente utilizzo (o faccio utilizzare direttamente all’utente finale).

Outlook e Shared Mailbox: Auto-Mapping o più file dati? 1

Partiamo da un presupposto molto semplice: quanto fatto e spiegato in questo articolo è frutto della scoperta dell’acqua calda, tutto è infatti già ben documentato da Microsoft all’indirizzo support.microsoft.com/en-us/help/2826855/folder-names-are-incorrect-or-displayed-in-an-incorrect-language-in-ou. Io mi sono limitato a isolare i due metodi che fino a oggi hanno dato puntualmente risultati (lato utente o lato diretto Exchange in cloud).

Via Outlook

Chiudi Outlook e dallo StartEsegui (su Windows 10 ti basta la combinazione  + R, oppure clic destro su tasto Windows → Esegui) digita il comando Outlook /resetfoldernames, quindi premi invio.

Questo farà partire il client di posta elettronica che, salvo sporadici casi (non rari, ma neanche così normali) effettuerà un reset del nome delle cartelle del tuo account personale (no, niente caselle di posta condivise mappate in automatico, nda), trasformando l’inglese in italiano.

In alternativa, se il /resetfoldernames non dovesse sortire alcun effetto, puoi ripetere il procedimento ma richiamando Outlook /resetfolders.

Via PowerShell

Che poi, come al solito, è il metodo che preferisco perché immediato e valido per qualsiasi casella di posta, anche quelle condivise che nel paragrafo precedente ho specificato essere intoccabili se un Outlook le mappa in maniera automatica. La PowerShell modifica la lingua adottata dalle cartelle di posta elettronica dando retta a un comando “parlante” secondo una tabella di localizzazione sempre aggiornata, disponibile anch’essa in documentazione Microsoft.

Il comando di cui ti parlo è il Set-MailboxRegionalConfiguration, trovi la documentazione all’indirizzo docs.microsoft.com/en-us/powershell/module/exchange/client-access/Set-MailboxRegionalConfiguration?view=exchange-ps.

Se ti interessa il succo, questa è la stringa che ho utilizzato da prompt:

Set-MailboxRegionalConfiguration -id mario.rossi@contoso.com -LocalizeDefaultFolderName:$true -Language it-IT

Dovrai semplicemente sostituire mario.rossi@contoso.com con un indirizzo appartenente al tuo tenant, il resto puoi lasciarlo invariato. Trovi la tabella delle lingue disponibili all’indirizzo msdn.microsoft.com/it-it/library/system.globalization.cultureinfo%28vs.71%29.aspx?f=255&MSPPError=-2147217396.

Outlook: forzare i nomi delle cartelle in italiano

A comando eseguito non otterrai conferma alcuna, passerai semplicemente a una riga vuota di PowerShell, in attesa che tu dica cos’altro fare. La modifica è immediata e l’utente potrà accorgersene autonomamente dando un’occhiata al suo Outlook.

Buon lavoro.

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