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È iniziato tutto in un piccolo bilocale dove avevo posizionato il mio primo test di questo tipo, si trattava di una IP Cam che forniva un servizio di accesso Cloud e un’applicazione su smartphone (Banco Prova: Atlantis +Cam (A02-Pluscam)), era il 2013, da lì in poi la strada è sempre stata in salita e di prodotti ne ho provati davvero tanti, tutti in grado di tenere d’occhio l’appartamento da più punti di vista, da più angoli, sono approdato su D-Link e ho aumentato il numero di dispositivi quando ho traslocato. Oggi ho tolto via tutto, sono passato ad Arlo di Netgear, ti spiego il perché.

Arlo di Netgear, tutti per uno, uno per tutti (speriamo!)

Netgear Arlo Pro

Kit ormai superato ma ancora perfettamente funzionante e integrato con i servizi di Netgear e le sue applicazioni. Non si tratta di vere IPCam, sono sì telecamere di sicurezza ma la registrazione – così come il collegamento alla rete – viene eseguita esclusivamente dalla stazione centrale del prodotto che deve avere corrente e connettività via cavo (non puoi farlo funzionare con WiFi a meno di mettere in piedi strani esperimenti), le registrazioni possono andare nel Cloud di Netgear a pagamento come funzione extra quando si supera la settimana dall’evento registrato, diversamente possono essere ospitate da una chiavetta USB o un disco esterno collegato in ogni caso via USB alla centrale. La stessa centrale integra anche la sirena per l’allarme acustico (e di baccano ne fa davvero tanto per essere in appartamento).

Ho sentito l’esigenza di mettere d’accordo tutto il mio “comparto di videosorveglianza“, le diverse marche, modelli di dispositivo e modalità di registrazione ormai avevano stancato. Tutte le D-Link erano state collegate al router con reservation DHCP e mandate in registrazione sulla Surveillance Station di Synology, la eufyCam era quella che teneva d’occhio al situazione all’esterno perché adatta anche all’outdoor (ma non poteva essere integrata nella Synology S.S. fino a quando non è stato reso disponibile il protocollo RTSP), con la sua centrale, la sua sirena e tutto il suo sistema di contorno, nonché applicazione per controllarla e verificare le registrazioni. Quest’ultima lavorava con la batteria integrata, le altre con un cavo allacciato alla presa di corrente più vicina, non c’era più omogeneità.

Tante le ricerche, tante le possibilità, c’è un mondo vasto lì fuori e la stessa eufyCam era nata proprio come principale competitor della serie Arlo Pro. Nessuna scelta è del tutto giusta o del tutto sbagliata, si cerca di posizionarsi in una media che funzioni e che ti porti il risultato sperato, soprattutto quando ci va di mezzo un investimento economico mica tanto da ridere (dato che a nessuno crescono spontaneamente i soldi nel conto in banca, giusto?). Ho provato a chiedere in giro, informarmi, documentarmi, il nome di Arlo Pro spuntava fuori più e più volte in maniera prepotente, è chiaro che nel mercato è stato un innovatore e che gode quindi di una solida base utenti che già lo usa da molto, arrivato ormai a quella che sarà la sua terza versione e che introduce costanti miglioramenti mai realmente “disruptive“, credo che in un certo senso lo faccia perché così facendo può giustificare la versione dopo, prevedibile e scontato.

Di cosa stiamo parlando

Di un kit composto da più telecamere e relative batterie al litio (perché Arlo funziona a batteria, nel caso della versione Pro può funzionare anche attaccando la telecamera alla presa di corrente, nda), un’unità centrale, qualche supporto per il montaggio e null’altro. La scatola è importante e cerca di contenere il tutto con la massima cura e precisione, per evitare che qualcosa al suo interno possa danneggiarsi.

Arlo di Netgear, parliamo dell'incauto acquisto 1

Quando riuscirai ad aprire il tutto senza devastare alcun imballo (io ci tengo e sono un rompiballe precisino in questi casi) allora potrai cominciare a configurare il tuo nuovo prodotto. La prima da montare sarà chiaramente l’unità centrale con sirena integrata. Trovale un posto vicino al router se puoi, il cablaggio con cavo è fondamentale e l’unica alternativa che hai è pensare a un powerline laddove non dovessi riuscire a trovare una giusta posizione, non puoi collegare l’unità centrale di Arlo Pro via WiFi, non almeno in via ufficiale. Applicazione alla mano, crea un nuovo account e inizia a preparare la tua “videosorveglianza casalinga“.

Arlo
Arlo
Price: Free
‎Arlo
‎Arlo
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La stazione base o hub si connetterà chiedendo un indirizzo IP al tuo router (passaggio per te assolutamente trasparente dato che stai usando un cavo e non il WiFi), quindi contatterà i server di Netgear e tu dovrai esclusivamente fare il pairing con l’applicazione che hai appena installato sul tuo smartphone, verrai guidato passo-passo dal software stesso. La stessa cosa si può dire per le telecamere che – una volta accese – potranno essere associate alla stazione base, rinominate in base all’ambiente in cui intendi inserirle e visualizzate da applicazione. Anche questo articolo fa parte di quel gruppo chiamato “Ultimamente ho dimenticato di scattare qualche fotografia durante l’apertura / montaggio prodotto e configurazione dello stesso“, fermo restando che gli screenshot del software potrei ancora farli ma no, si tratta pur sempre di dati e riferimenti alla mia abitazione 😅

Stai divagando

Arlo di Netgear, parliamo dell'incauto acquisto

Sì lo so, hai ragione. Caratteristiche principali del prodotto che ho acquistato sono disponibili sul sito ufficiale all’indirizzo arlo.com/it/products/arlo-pro/default.aspx. Le hai lette? Sembra tutto molto bello, funzionante e assolutamente infallibile, giusto? Bene, perché ora tocca al parere che si basa sulla mia esperienza dopo aver messo in piedi il kit da circa un paio di mesi, bussando quotidianamente alle porte del controllo via applicazione e notifiche push con tanto di ulteriori azioni intraprese tramite IFTTT, da subito compatibile con Arlo Pro ma con molte poche opzioni alle quali ho cercato di aggiungerne altri tramite suggerimenti al produttore (dubito li metteranno in pista).

Contro

  • Non c’è allarme in caso di manomissione della singola telecamera. eufyCam ce l’aveva e lo ritenevo assolutamente intelligente nel caso in cui qualcuno provi a togliere di mezzo il controllore.
  • Lo storage in Cloud è quasi un “must-have” se si intende recuperare un video più vecchio di una settimana, il costo non è esattamente basso, aggiungilo al già costoso kit che hai acquistato (o che intendi acquistare). Alcune delle funzioni spacciate come assoluta novità in realtà su eufyCam esistevano di default, come il riconoscimento facciale e l’esclusione degli animali o ancora il riconoscimento delle targhe, senza necessità dell’intervento dell’intelligenza artificiale applicata dai server del produttore. Ne puoi fare a meno? Sì, in alcuni casi esistono anche metodi che puoi adottare tramite Raspberry (e non solo) che vanno a coprire queste mancanze, chiaramente ti tocca smanettare (lo so, può essere divertente per molti ma non per tutti).
  • Qualità video certamente migliore dell’intero parco composto dalle precedenti telecamere D-Link, ma non migliore di eufyCam, non in maniera così abissale almeno. La differenza non si nota tanto (in realtà affatto) con la luce solare, si nota tutta di notte, quando la nitidezza dovrebbe farti sentire al sicuro, cosa che non accade come dovrebbe. Buono comunque il grandangolare in grado di tenere d’occhio i 130° di campo visivo.

Pro

  • Impermeabili e resistenti alla polvere, questo è sicuramente un punto a favore delle telecamere Arlo Pro, c’è anche il magnete che mi permette di attaccarle facilmente su parti metalliche esattamente come facevo con eufyCam.
  • C’è il geofencing via applicazione e GPS dello smartphone, su eufyCam non c’è mai stato dal Day-1 (nonostante fosse stato promesso), funziona bene e sono molto contento di poterlo sfruttare, le registrazioni si fermano quando io o Ilaria torniamo a casa, ripartono non appena abbandoniamo l’area che ho stabilito, un perimetro piuttosto preciso della casa.
  • Durata delle batterie stimata in 6 mesi. La carica “originale di fabbrica” non era completa, allo stato attuale mi trovo intorno al 50% di energia residua per ciascuna telecamera, sono passati circa 2 mesi e mezzo da quando ho montato Arlo Pro, vediamo quanto è capace di resistere senza che io ricarichi le batterie. eufyCam mi garantiva un anno di durata, non volendo giocare a chi ce lo ha più lungo ti posso dire che mi sta benissimo anche una durata inferiore purché io non sia costretto a ricaricare le batterie ogni mese.

Mi rimane tutto sommato neutro l’audio sul quale sorvolo, l’ho sempre utilizzato poco (sia a una che a due vie, poco importa), qui non brilla certamente ma non posso neanche dire che sia completamente da bocciare. Un grande meh invece per l’applicazione, a tratti lenta e comunque non il miglior esempio di usabilità e bellezza, non c’è widget da poter inserire su Android (mi viene in mente l’esempio di IP Cam Viewer, nda), da poco è stata modificata per introdurre l’autenticazione a due fattori (bene).

Che altro dire? Credo di aver “vomitato” un po’ tutto quello che c’era da buttare sul tavolo riguardo quello che definirei un incauto acquisto degli ultimi tempi. Mi sono forse lasciato trascinare in maniera errata. Non credo si tratti di un cattivo prodotto ma sono sufficientemente certo di poter affermare che si potrebbe fare molto di più con quanto già chiesto al cliente finale (e pensare che io ho pagato l’intero kit molto meno rispetto al prezzo di listino approfittando dell’Amazon Prime Day). Lo ricomprerei? Non a queste condizioni, probabilmente darei molta più fiducia al progetto di Anker.

Io ti lascio in ogni caso i riferimenti per visualizzare la scheda prodotto Arlo Pro sullo store Amazon, puoi darci un’occhiata se proprio non sai come spendere i tuoi soldi 🙃

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Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: ho atteso l'Amazon Prime Day per fare il mio acquisto pur essendo consapevole che non si trattasse dell'ultima versione del kit Arlo. Poco importa, funziona decentemente (con i limiti descritti nell'articolo) e ho speso una cifra inferiore al dovuto.
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22 giorni, è questa la durata media della batteria di Mi Band 4 da quando ce l’ho al polso (ormai da luglio scorso) e posso dirti con enorme soddisfazione che si tratta di un ottimo risultato considerando le novità introdotte e la compattezza mantenuta da uno dei prodotti forse più apprezzati della famiglia Xiaomi.

Mi Band 4: 22 giorni di autonomia, schermo a colori e tanto altro

Xiaomi Mi Band 4 è forse comparabile al lavoro fatto da Microsoft con Windows Vista e Windows 7, è come se Mi Band 3 fosse durato troppo poco, come se potessimo considerarlo un po’ quel Windows Vista volutamente immesso sul mercato con già in cantiere (se non addirittura pronto) il successivo erede del fardello, più bello da vedere e più bravo in tutto, un principe neanche lontanamente ereditario che sta simpatico al popolo che lo circonda ma solo perché porta lo stesso cognome del padre, dimenticato non appena arriva il più giovane in campo.

Ho reso l’idea? Credo di sì, perché ti posso assicurare che io il Mi Band 3 l’ho già dimenticato, una meteora che si è già spenta e che lascia il posto a questa nuova versione che sono certo non avrà tempo da vivere chissà quanto superiore al precedessore, c’è da pregare Xiaomi di prendere fiato e lasciarci un po’ in pace, che ad adottare la tecnica di Apple & Co. non sempre si riesce a portare a casa la vittoria (sono però certo che qualcuno avrebbe da obiettare con il classico chi si ferma è perduto).

Non c’è NFC, ci sono però caratteri ben più piccoli che possono mettere in difficoltà molti (mio suocero in primis, per dirne uno vicino al sottoscritto) ma che permettono finalmente di avere notifiche più complete e molteplici, insieme a una quantità di altre funzioni che sono state confermate o introdotte, controllo della musica con tasti volume, play/pause e avanti/indietro, le watchfaces di cui ti ho già parlato qualche tempo fa (Xiaomi Mi Band 4: modificare l’aspetto del quadrante), un costante aggiornamento dell’applicazione ufficiale Mi Fit che porta con sé contestuali aggiornamenti del firmware. L’aggiornamento più importante? No, non è il colore, ma il fatto che questo sia finalmente arrivato porta con sé un display finalmente leggibile anche sotto la luce del sole. Si tratta di un AMOLED da 0.95” da 120 x 240 pixel che può avere una luminosità più bassa o alta in base alla tua esigenza o in base all’orario della giornata (scoprirai che utilizzando questa funzione il monitor diventa molto meno invasivo nelle ore serali e notturne, mai piacevole quando lo attivi per sbaglio e ti illumina a giorno la camera da letto!).

Mi Band 4: 22 giorni di autonomia, schermo a colori e tanto altro 1

La batteria di cui ti parlavo in apertura articolo arriva a durare circa 20 giorni, 22 nel mio caso che non tengo la misurazione costante del battito cardiaco lasciando questo onere al prodotto durante la mia fase di sonno, notifiche abbondanti invece per tutto il corso della giornata fino ad arrivare alle 22:30 quando faccio partire il DND e mi assicuro che il braccialetto non faccia più il minimo movimento fino al mattino successivo quando le sveglie impostate proveranno a riportarmi online fisicamente (fino a ora non hanno mai fallito, tranquillo).

Tra le funzioni di misurazione compare per la prima volta il nuoto che, oltre a contare le tue vasche, permetterà di mettere in blocco lo schermo touch per evitare che questo continui ad accendersi inutilmente quando entra a contatto con l’acqua (cosa sempre accaduta se ci hai fatto caso), ciò non influisce assolutamente con il blocco schermo che potrai sempre e comunque impostare ma non più da applicazione, bensì dalle funzioni extra che raggiungi direttamente dal touch Mi Band 4.

Nella confezione (che rimane sempre identica nell’aspetto) troverai la nuova culla caricabatterie dove alloggiare il sensore e il braccialetto di gomma nero. Io quel braccialetto non l’ho neanche scartato, ho riutilizzato quello che avevo con Mi Band 3 essendo il Mi Band 4 rimasto perfetto per calzare quel tipo di bracciale (cosa non successa tra Mi Band 2 e Mi Band 3). Con l’occasione sono anche passato a un braccialetto in metallo che ho comprato qualche tempo fa su Amazon e con il quale mi sto trovando particolarmente bene.

Xiaomi Mi Band 4 mantiene il prezzo al quale l’azienda ci ha ormai abituato, lo troverai quindi a 34 euro circa sul mercato libero, talvolta anche a molto meno passando dagli store cinesi che conosci molto bene (si arriva anche a 27 euro in uscita carrello) ma ricorda che la garanzia non va mai presa sottogamba quando si acquista dall’estero. Su Amazon lo si trova più o meno facilmente (io ho preordinato il mio lì e l’ho ricevuto senza problemi, lo stesso non si può dire con quello di moglie e suocero che ho comprato direttamente al Mi Store di Arese quando le attese online diventavano abbastanza insopportabili), teoricamente lo dovresti trovare anche da Unieuro (sito web compreso).

Io preferisco non indicarti e metterti qui di seguito il solito box con l’offerta Amazon perché – ahimé – per un certo periodo dei venditori di terze parti (che usano la vetrina di Amazon) hanno spedito dei falsi che nulla c’entravano con il vero Mi Band 4, fai quindi molta attenzione e ricorda che la garanzia di Amazon copre anche questo tipo di problemi.

Per qualsiasi dubbio non esitare a porre la tua domanda in area commenti qui di seguito.

Buon inizio settimana!

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Prodotto: preordinato e acquistato su Amazon al lancio. Pagato di tasca mia.
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Hai visto i nuovi prodotti presentati da AVM a IFA 2019? Sono tanti e sono tutti splendidi, orientati al futuro e pronti per approdare anche sul nostro mercato quanto prima. Io oggi te ne metto in campo uno già uscito da qualche tempo ma che rientra in ogni caso nei “nuovi arrivi“, si tratta del FRITZ! Repeater 3000, un ponte radio per il tuo segnale WiFi che viene così rilanciato all’interno di casa tua o del tuo ufficio.

AVM FRITZ! Repeater 3000 3

FRITZ! Repeater 3000

Se dovessi descrivertelo pensando a cosa ho già visto in passato beh, mi verrebbe da dirti che è la rivisitazione in chiave moderna del 6820 LTE, anche se di SIM qui non se ne vede neanche l’ombra. Stessa ispirazione estetica per un prodotto che ti porta sulla scrivania (o differente piano stabile) un triplo segnale senza fili (2 da 5 GHz e 1 da 2,4 GHz) e ben due porte Gigabit che ti permettono così di mantenere una connessione quanto più performante possibile anche quando la distanza dal router principale di casa non ti permette di sfruttare tutta l’ampiezza di banda del 5 GHz.

[Perdona l’infelice watermark della fotocamera Xiaomi aggiornatasi insieme alle patch di agosto, si è riattivato senza che io fornissi autorizzazione, grazie Xiaomi!]

Montare e configurare il FRITZ! Repeater 3000 è talmente semplice che non ti chiederà più di 5 minuti di fatica, tempo che diventa ancora più inferiore se sei solito utilizzare la funzione WPS del router che però – come mia personale tradizione vuole – continuo a sconsigliarti caldamente per questioni di sicurezza. Un’impostazione relativa alla lingua da utilizzare, un primo riavvio e i dettagli sul segnale WiFi da replicare spedendolo più in là di quanto non possa fare in maniera “naturale“, soprattutto quando si ha a che fare con aree molto estese o su più livelli, magari con impedimenti architettonici difficili da superare anche per i migliori prodotti disponibili sul mercato.

Collegati al prodotto con un cavo di rete LAN o tramite la sua rete WiFi (porta lo stesso nome del repeater, è quindi facile da individuare) e la password che trovi nell’etichetta posta sotto il ripetitore, accedi ora alla pagina di amministrazione dello stesso (sprovvista di password inizialmente). Selezionagli una rete da 2,4 e una da 5 GHz da rilanciare dandogli in pasto la password di accesso e chiedendogli di fare da rilancio della rete senza cavi, una conferma a video ti permetterà di capire se tutto è andato a buon fine, a quel punto il FRITZ! Repeater 3000 smetterà di avere l’IP predefinito di fabbrica (192.168.178.2 per la cronaca) e ne prenderà uno dal router di casa.

Teoricamente potresti scordarti della sua esistenza. Il FRITZ! Repeater 3000 ora funziona e rilancia il segnale della tua rete senza fili, i tuoi dispositivi si sposteranno in maniera intelligente sul segnale più potente, quindi quello più vicino alla posizione fisica dove si trovano nello specifico momento, tanto ti dovrebbe bastare sapere. La rete di casa è di tipo Mesh, te ne ho già parlato in un precedente articolo, ogni punto di questa rete è tecnicamente un rilancio della stessa, il FRITZ! Repeater 3000 non fa certo eccezione se non per le sue caratteristiche che lo rendono un ponte radio decisamente più potente e affidabile rispetto ad altri, il consiglio è quello di installarlo sul lato opposto dell’appartamento (rispetto al router, nda) o in un punto strategico prima di un impedimento architettonico che si possa considerare tale (un muro molto spesso o una scalinata). Se vuoi potrai sempre gestirlo autonomamente o andare a controllare le sue statistiche passando dal router principale:

Quello che certamente puoi (e ti consiglio di) fare è cercare l’aggiornamento al FRITZ!OS 07.12 prima di mettere il FRITZ! Repeater 3000 “in produzione“, potrebbe arrivarti a casa con un firmware precedente (il mio era ancora sul 07.05).

Prima di concludere qualche rapido riferimento certamente necessario. Trovi la scheda prodotto del FRITZ! Repeater 3000 all’indirizzo it.avm.de/prodotti/fritzwlan/fritzrepeater-3000 mentre le sue specifiche tecniche sono disponibili all’indirizzo it.avm.de/prodotti/fritzwlan/fritzrepeater-3000/dati-tecnici. Il prodotto è disponibile su Amazon al prezzo di circa 130€. So benissimo che non è una cifra molto bassa ma chiaramente la qualità è quella di AVM, c’è da fidarsi, vale la pena fare l’investimento se il tuo segnale WiFi casalingo (o dell’ufficio) risulta troppo basso in alcune zone. Nell’eventualità per te fosse troppo puoi sempre valutare l’impiego di un 1750E di cui ti avevo parlato qualche tempo fa, il prezzo in questo caso si abbassa sensibilmente.

Io come sempre ringrazio AVM per la preziosa collaborazione e ti anticipo che incontrerò l’azienda venerdì in occasione di Milan Games Week 2019 a Milano, fiera di Rho, sarà certamente una buonissima occasione per dare un’occhiata ai nuovi prodotti e chiacchierare in merito ai prossimi test e relativi articoli su questo blog (seguimi su Instagram, cercherò di pubblicare qualche Stories). A te metto a disposizione l’area commenti qui di seguito per poter fare domande o discutere eventuali altre soluzioni da adottare in merito al rilancio del segnale WiFi di casa.

Grazie per aver letto l’articolo e buon inizio settimana!

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Prodotto: fornito da AVM, devo ancora capire se sarà necessario farlo rientrare all'ovile al termine dei test (e pubblicazione di questo articolo che stai leggendo).
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Ok, ci siamo, ho scavalcato la recinzione e ho scoperto quanto diversa possa essere la tana del bianconiglio dalla parte opposta della barricata. Ho comprato un Echo Dot di terza generazione durante il periodo di forte sconto su Amazon (era arrivato a costare 20€). L’ho portato a casa, configurato con il mio account, tenuto in test per qualche mese e scoperto che tutto sommato i pro e i contro con Google Home sono forse troppo sottili per determinare la vittoria predominante di uno sull’altro. Quello che voglio fare oggi è prendere la mia recensione di Google Home e confrontarla direttamente con Echo Dot evidenziandone vantaggi e svantaggi.

L’assistente in casa: Amazon Echo Dot (terza generazione)

Amazon Alexa
Amazon Alexa
Price: Free
‎Amazon Alexa
‎Amazon Alexa
Developer: AMZN Mobile LLC
Price: Free

Amazon Echo Dot Mini (3rd Gen)

Uno dei rari casi in cui non ho scattato qualche fotografia durante lo spacchettamento e montaggio, lo ammetto e me ne dispiaccio. Ciò detto, nulla di chissà quanto diverso rispetto a Google Home Mini. Amazon Echo Dot è corredato dal suo materiale informativo e rapide istruzioni d’uso, il corpo principale dal peso che si fa certamente sentire sul palmo della mano e da un caricabatterie decisamente generoso se si considera che quello di Google può facilmente essere sostituito da qualsivoglia cavo microUSB disponibile in casa (e collegato così a una ciabatta elettrica o placchetta a muro che preveda l’ingresso diretto), costringendoti quindi a cercargli un posto innegabilmente più ingombrante rispetto al competitor di pari fascia, il cavo resta di tipo gommato (come Google Home Mini).

L’assistente in casa: Amazon Echo Dot (terza generazione) 1

fonte immagine: lifewire

Una volta acceso dovrai associare Echo Dot alla rete casalinga. Contrariamente alla Fire TV Stick ho dovuto fare tutto manualmente (la prima citata mi è arrivata già configurata in parte, basata sul mio account Amazon e con la necessità di doverla solo collegare alla WiFi privata, quella dedicata alla famiglia e ai dispositivi da non far utilizzare direttamente agli ospiti), la procedura può essere completata tramite smartphone e applicazione dedicata (ti ho proposto i badge in apertura articolo, sia per Android che iOS, nda). Nulla di complesso o troppo lungo sia chiaro, in questo i due prodotti si somigliano moltissimo, Google però vince perché ovviamente può leggere la configurazione di rete dallo smartphone Android e la eredita facendoti risparmiare del tempo prezioso.

Un rapido aggiornamento se presente, un riavvio, una partenza con tutti i servizi pronti per essere configurati e aggiunti insieme alle “Skill”, le applicazioni che si interfacciano con la struttura di Alexa e con la possibilità di controllare con la voce tutto ciò che ti serve. Ecco, forse in questo caso ho trovato un po’ più macchinoso cercare e abilitare ciò che mi serviva, ho cercato di ricreare un ambiente molto simile a quello che ho costruito in Google Home, il mio Echo Dot si trova nella stanza che attualmente utilizzo come studio, l’ho collocato “fisicamente e virtualmente lì“, gli ho associato il necessario più vicino tralasciando magari il resto della casa (non mi importa che controlli il lampadario dell’ingresso se per chiederglielo devo prima arrivare fino allo studio!), una condizione che ho modificato poi nel corso del tempo solo perché può capitare di voler pilotare qualcosa tramite smartphone, arrivando quindi anche laddove la voce non può.

Hai un bel sound!

È tamarro, dal basso prepotente per un piccoletto così, è decisamente agli antipodi di Google Home Mini, Echo Dot sa farsi sentire, sa disturbare ma finisce per esagerare facilmente, supera abbondantemente la soglia per la quale un basso non lascia più ascoltare a dovere la voce, bisognerà intervenire (se lo vorrai) nelle impostazioni di equalizzazione audio del dispositivo (accessibili sempre tramite applicazione, chiaro).

Così come il competitor anche lui può fare gioco di squadra e creare gruppi di altoparlanti dello stesso tipo che – se nella stessa rete e preferibilmente nella stessa stanza – ti permettono addirittura di fare gruppo audio con tanto di subwoofer, cosa assolutamente non pensata e non prevista da Google. Non ho potuto provare personalmente questa opzione ma l’ho sentita suonare a casa altrui, senza avere idea di che tipo di impostazioni il mio conoscente tenesse, ma posso dirti che faceva una buona figura senza troppo sforzo.

Inserirei nello stesso paragrafo tutto ciò che riguarda il comparto voce e riconoscimento della stessa con separazione dei poteri. Ho creato il mio modello vocale e quasi mi ero scocciato di rispondere a tutti gli input forniti da Amazon (e in un certo senso obbligati per poter arrivare al traguardo) eppure avevo torto. Il riconoscimento della mia voce è impeccabile, non fallisce un colpo a qualsiasi volume della voce, anche tentando un disturbo volutamente infilato in conversazione con il dispositivo, sono molto colpito e allo stesso tempo amareggiato perché una casa totalmente basata su Google Home non ottiene il medesimo risultato e talvolta mi obbliga a dover dire più volte un comando, una cosa che – se pensi alla comodità di poter sfruttare la voce come tramite – è assai penalizzante per i prodotti della grande G.

Così come Google Home anche Amazon Alexa ed Echo Dot possono interfacciarsi con i servizi musicali quali Spotify o Apple Music (da poco entrato in scuderia), con possibilità di modificare il predefinito da utilizzare. Tutto funziona bene, la ricerca nel catalogo, la selezione delle playlist ma anche il consiglio “automagicamente selezionato” in base al momento o all’umore. Ho avuto l’occasione di provare Amazon Music libero, senza abbonamento, non è poi così male, pensavo peggio in tutta onestà.

Di automatismi e capacità

L’assistente in casa: Amazon Echo Dot (terza generazione) 5

Così come il prodotto di Google, anche quello di Amazon si interfaccia senza troppi problemi con il servizio messo a disposizione da IFTTT, seppur io debba riconoscere un merito al lavoro che sta facendo Amazon da quando è arrivata sul mercato: cercare di dialogare maggiormente in maniera nativa con tutti i servizi che a oggi conosciamo e che stanno continuamente nascendo. C’è una comunità di sviluppatori che ingolosita dalla possibilità di portarsi a casa dispositivi gratuitamente (maggiori informazioni qui, per fare giusto un esempio, ma anche qui per una più ampia panoramica) è pronta a darsi da fare per approdare sull’assistente vocale del monopolio (a oggi) del commercio digitale su scala internazionale.

È su Alexa che ho trovato la possibilità di dialogare con la mia Xbox, sempre con Alexa ho creato la mia prima skill attualmente al vaglio, in grado di leggere gli ultimi titoli degli articoli pubblicati su questo blog. È solo un piccolo primo passo, ma potenzialmente espandibile in mille modi diversi.

Alexa può collegarsi a TuneIn e mandare in streaming Radio Deejay o m2o. Ora però non fraintendermi, se sulla seconda posso comprendere il tuo sguardo schifato per la maranza spicciola che può scorrere potente in me (rispetto al passato è nulla, posso assicurartelo), sulla prima un po’ mi spiace per l’assistente di Google (che usa TuneIn anch’esso, vorrei ricordartelo), la mia radio preferita è 105 ma in alcune fasce orarie difficilmente la sopporto, preferendo di gran lunga l’emittente con Linus a capo della direzione artistica.

Puoi trovare ed esplorare tutte le skill all’indirizzo go.gioxx.org/alexaskill.

In conclusione

Un prodotto che è assolutamente interessante e per nulla inferiore a quello realizzato da Google. Per certi verso l’ho trovato migliore e questo un po’ mi spiace dopo aver ormai scelto Google come partner per l’automazione casalinga e aver sparso Home Mini un po’ ovunque. L’Echo Dot è più tronfio e pieno di sé quando c’è da fare un po’ di baccano ma si dimostra anche affidabile e puntuale quando si ha bisogno di una mano con un semplice comando vocale. La piattaforma di Amazon è – secondo me e secondo tutti i test eseguiti – parecchio più veloce di quella di Google, anche quando si tratta di accendere una semplice lampadina, pur tenendo conto che di Google sfrutto i rilasci del firmware ancora in beta (quindi papabilmente problematici).

Quando il prezzo inizia a raggiungere una media accettabile (non minimi storici magari irripetibili, ma comunque quelli che toccano cifre intorno ai 35/40€) io credo che un nuovo progetto di “smart house” possa prendere in seria considerazione la scelta di Alexa come assistente vocale, non perdendo di vista però il punto fondamentale che riguarda la privacy e l’evidentemente inevitabile necessità di ascolto a campione dei messaggi che si inviano ai server di Amazon (vedi: pcprofessionale.it/news/alexa-spia-dipendenti-amazon-ascoltano-trascrivono), cosa che certamente accade con Google ma anche con Apple (anche in questo caso è semplice risalire a notizie già pubblicate e comportamenti nel frattempo modificati).

Buon inizio settimana! 👋


immagine di copertina: unsplash.com / author: Andres Urena
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Prodotto: acquistato in autonomia durante una delle promozioni Amazon che piazzavano Echo Dot a 19€ circa. Un affare considerando tutto. Lo acquisterei ancora? Molto probabilmente sì.
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Dimentichi da qualche parte le chiavi dell’auto, lo smartphone ti sparisce tra i cuscini del divano, non ricordi dove hai lasciato quella cosa che fino a 5 secondi fa avevi tra le mani. Un portachiavi intelligente sembra essere diventato un must have tra i gadget che oggigiorno si comprano senza pensarci troppo sopra. Io ne ho ricevuto uno in regalo durante un incontro con un fornitore che ho incontrato per lavoro, si tratta di un tile Mate, ho avuto modo di provarlo per qualche tempo, credo di poterne parlare per capire insieme quanto può tornare utile un simile accessorio nella quotidianità.

tile Mate: quanto è utile avere un portachiavi intelligente?

tile Mate

Un ciondolo, un portachiavi, una piastrina da attaccare su un dispositivo, tile Mate può essere tutto sommato descritto in vari modi, dipende dall’uso che intendi farne. È piccolo, leggerissimo, necessita di una batteria per funzionare (CR1632), quest’ultima chiaramente ha una lunga durata che può però variare in base all’utilizzo che si fa del prodotto. Il mio modello, antecedente il restyling del 2018, non prevede il cambio semplificato della batteria, è molto scomodo.

È un pulsante, un ricevitore/trasmettitore bluetooth e un piccolo speaker che insieme compongono una soluzione che dovrebbe permetterti di ritrovare facilmente un qualcosa che tendi a perdere di vista quando meno te lo aspetti, il mazzo di chiavi non è solo un modo per raffigurare il prodotto sulla scatola originale, è forse il componente più comune che completa il dinamico duo. Questo perché le chiavi vengono spesso smarrite, dimenticate, lasciate nei posti più impensabili anziché essere custodite al sicuro, un po’ quello che potenzialmente può accadere anche con uno smartphone o la borsa contenente il proprio laptop (ecco, quest’ultima è stata la mia cavia durante il periodo di test di tile Mate).

tile Mate è davvero semplice da installare e configurare. Lo si allaccia al portachiavi o a ciò che si vuole tenere sempre d’occhio, si apre l’applicazione dedicata per iOS o Android e lo si associa al proprio account (controllabile da smartphone, in parte anche da sito web), la procedura dura pochi minuti. Alcune delle funzioni potenzialmente più interessanti sono però disponibili a pagamento, non ti basterà quindi acquistare il prodotto fisico, dovrai mettere in conto la parte software a rinnovo che costa circa 30$ all’anno.

Tile
Tile
Developer: Tile Inc.
Price: Free+
‎Tile: trova chiavi e telefoni
‎Tile: trova chiavi e telefoni

Parliamo però del piano base, quello che offre la possibilità di contattare il tile Mate dallo smartphone o che – al contrario – permette dal tile Mate di far partire una suoneria sullo smartphone anche se questo si trova nello modalità silenzioso, utile per chi è solito smarrire in casa o in ufficio il proprio telefono. L’applicazione è estremamente intuitiva, c’è una mappa su cui verrà mostrata la posizione del proprio tile Mate e dello smartphone (che verrà ora riconosciuto come dispositivo tile anch’esso e che potrà essere individuato da web.thetileapp.com/find-your-phone, molto simile al Find my iPhone di Apple), tu potrai da qui verificare la raggiungibilità di tile Mate (la comunicazione avviene tramite Bluetooth, nda), farlo suonare e – in caso di furto o smarrimento – far partire la ricerca di ciò che hai perduto grazie alla rete costituita da tutti i possessori di tile. Sono questi che si attiveranno infatti per intercettare il tuo dispositivo e trasmettere al tuo smartphone la posizione non appena verrà rilevata, così che tu possa tornare in possesso di quanto perso.

Il tutto funziona quindi se la rete tile è ben nutrita in ogni zona della tua città, diversamente nulla di tutto ciò potrà realmente aiutarti. Aggiungo che la posizione viene rilevata dal GPS dello smartphone che comunica con il tile Mate e necessita che l’applicazione ufficiale di tile non venga sottoposta a risparmio energetico (come spesso accade con custom ROM che preservano lo stato della batteria), diversamente questa non potrà di tanto in tanto aggiornarsi e mostrarti l’indirizzo più recente rilevato, l’esempio sopra è palese, la comunicazione con il mio tile Mate è avvenuta l’ultima volta il 2 agosto, eppure lo zaino era con me qualche ora fa in ufficio. Io ho comunque segnalato come smarrito il mio dispositivo (seppur non vero) giusto per verificare il comportamento quando gli farò nuovamente rilevare il tile Mate.

Per verificare se nei tuoi dintorni ci sono altri possessori di tile puoi spostarti nella seconda scheda dell’applicazione (utilizzando il menu formato dalle 3 icone in basso) e scorrere verso destra, questo andrà a delimitare un’area abbastanza estesa all’interno della quale ti verrà segnalato il conteggio totale di utenti tile che potrebbero aiutarti a ritrovare il tuo oggetto smarrito:

tile Mate: quanto è utile avere un portachiavi intelligente? 14

Il funzionamento alla base di quanto appena scritto è parte integrante del video pubblicato dalla stessa azienda su YouTube, puoi dargli un’occhiata direttamente da qui:

Io credo ormai di averti detto tutto. La mia impressione è che un tile possa tornare comodo solo in alcune particolari occasioni e che le funzioni effettivamente più interessanti (come quella relativa al promemoria automatico per non dimenticare nulla a casa o in ufficio o la cronologia delle posizioni dove un dispositivo è stato rilevato nel corso del tempo) si trovino esclusivamente nel piano in abbonamento, che è un po’ come prendere in giro il cliente che ha appena speso dei soldi per comprare un hardware che non può essere considerato completo.

Certo c’è il periodo di prova dell’abbonamento Premium, è vero, eppure non riesco proprio a farmi piacere questo modo di intendere un gadget che si può trovare anche su un mercato parallelo, di diversa marca, che magari integra anche altra tecnologia in grado di rendersi autonoma e completamente staccata dallo smartphone, prezzo chiaramente diverso, eppure c’è da pensarci bene sopra.

Se sei curioso di provare tile posso anticiparti che il prodotto (in varie versioni o bulk) è disponibile su Amazon, ti lascio qualche riferimento qui di seguito.

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Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: si tratta di un regalo ricevuto durante un incontro con un fornitore aziendale.
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