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Stasera (inteso come domenica sera, l’articolo che stai leggendo è stato scritto durante la mattina del 6/10/19) dovrò portare il mio MacBook nuovo di pacca (arrivato e ritirato a cavallo tra giugno e luglio 2019) in Apple Store per sostituzione della tastiera (twitter.com/Gioxx/status/1177609425823117316) e probabilmente dell’intera scheda logica a causa di un problema dovuto all’alimentazione. Certo che sarà necessario resuscitarlo dagli inferi facendo restore dei miei dati appena me lo restituiranno ho chiaramente fatto un completo backup di Time Machine sul mio NAS, non certo però liscio come me lo sarei aspettato, la causa porta il nome di Dropbox.

macOS: modificare la schedulazione di Time Machine

Che c’entra Dropbox?

Te la faccio semplice: se sei utilizzatore della funzionalità di Smart Sync non riuscirai a fare un backup Time Machine completo, o per lo meno non se i dati che tieni sui server di Dropbox occupano davvero molto spazio. Nel mio caso si parla di circa 1 TB di materiale, spazio che posso tranquillamente dedicare anche sul NAS di casa ma che per una questione di ordine e pippa mentale del sottoscritto ho limitato a quota 512GB per il mio MacBook (sarà Time Machine a cancellare il backup più vecchio ogni volta che lo ritiene necessario). Il risultato? Impossibile effettuare un backup completo del MacBook via Time Machine. Di thread simili il forum di Dropbox ne è pieno, qualche esempio:

Bella forza dirai: 1 TB di materiale sul PC e ti lamenti? No. Il mio SSD è da 256 GB e la funzione Smart Sync è fatta apposta per tenere a portata di clic il tuo materiale ma senza che ne esista una copia in locale sul disco del MacBook, questa verrà scaricata solo in caso sia necessario aprire un file per poterlo lavorare, è una killer-feature di Dropbox che amo su Windows tanto quanto su macOS, funziona molto bene ma evidentemente non va proprio d’accordo con Time Machine.

Sarai costretto a fare una scelta, escludere l’intera cartella di Dropbox dal backup di Time Machine oppure tornare a utilizzare la vecchia e secondo me ormai sorpassata Selective Sync. Dato che però a me la cosa non va a genio in nessuno dei casi descritti, ho scelto di escludere dal backup di Time Machine quelle cartelle di Dropbox che allo stato attuale si trovano nella condizione “Online Only” su questo MacBook.

Quando la Smart Sync di Dropbox e Time Machine non vanno d'accordo

Così facendo tu non dovrai ritoccare lo stato della sincronizzazione (mantenendo la Smart Sync e non la Selective) pur modificandolo in qualche maniera via Time Machine. Immagino (lo proverò sulla mia pelle) che al termine del restore dei dati il mio client Dropbox recupererà rapidamente le cartelle mancanti integrandole tramite Smart Sync, o almeno è ciò che spero considerando che le preferenze del client sono salvate altrove e che quindi in qualche maniera dovrebbero conoscere la situazione di partenza alla quale tornare non appena accederò nuovamente al sistema. Sarà mia cura pregare affinché questo accada e aggiornare l’articolo non appena tornerò in possesso del mio laptop.

Incrocio le dita.

Cosa può succedere di male? Semplice. Il restore dei dati potrebbe essere interpretato da Dropbox come la cancellazione delle cartelle che gli ho detto di ignorare nel backup di Time Machine. Se così fosse pensa a tutti gli altri client che perderebbero in contemporanea quei dati per poi doverseli riprendere (sì, anche tramite Smart Sync che è un pelo più semplice e veloce) dai server del servizio dopo che io sarò andato a effettuare il restore via Dropbox.com. Insomma, non un gran bello scenario (in alternativa dovrei disconnettere il client Dropbox installato sul MacBook per poi ricollegarlo quando tornerò in possesso del laptop). Una scocciatura per la quale tocca ringraziare Apple in ogni caso.
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È iniziato tutto in un piccolo bilocale dove avevo posizionato il mio primo test di questo tipo, si trattava di una IP Cam che forniva un servizio di accesso Cloud e un’applicazione su smartphone (Banco Prova: Atlantis +Cam (A02-Pluscam)), era il 2013, da lì in poi la strada è sempre stata in salita e di prodotti ne ho provati davvero tanti, tutti in grado di tenere d’occhio l’appartamento da più punti di vista, da più angoli, sono approdato su D-Link e ho aumentato il numero di dispositivi quando ho traslocato. Oggi ho tolto via tutto, sono passato ad Arlo di Netgear, ti spiego il perché.

Arlo di Netgear, tutti per uno, uno per tutti (speriamo!)

Netgear Arlo Pro

Kit ormai superato ma ancora perfettamente funzionante e integrato con i servizi di Netgear e le sue applicazioni. Non si tratta di vere IPCam, sono sì telecamere di sicurezza ma la registrazione – così come il collegamento alla rete – viene eseguita esclusivamente dalla stazione centrale del prodotto che deve avere corrente e connettività via cavo (non puoi farlo funzionare con WiFi a meno di mettere in piedi strani esperimenti), le registrazioni possono andare nel Cloud di Netgear a pagamento come funzione extra quando si supera la settimana dall’evento registrato, diversamente possono essere ospitate da una chiavetta USB o un disco esterno collegato in ogni caso via USB alla centrale. La stessa centrale integra anche la sirena per l’allarme acustico (e di baccano ne fa davvero tanto per essere in appartamento).

Ho sentito l’esigenza di mettere d’accordo tutto il mio “comparto di videosorveglianza“, le diverse marche, modelli di dispositivo e modalità di registrazione ormai avevano stancato. Tutte le D-Link erano state collegate al router con reservation DHCP e mandate in registrazione sulla Surveillance Station di Synology, la eufyCam era quella che teneva d’occhio al situazione all’esterno perché adatta anche all’outdoor (ma non poteva essere integrata nella Synology S.S. fino a quando non è stato reso disponibile il protocollo RTSP), con la sua centrale, la sua sirena e tutto il suo sistema di contorno, nonché applicazione per controllarla e verificare le registrazioni. Quest’ultima lavorava con la batteria integrata, le altre con un cavo allacciato alla presa di corrente più vicina, non c’era più omogeneità.

Tante le ricerche, tante le possibilità, c’è un mondo vasto lì fuori e la stessa eufyCam era nata proprio come principale competitor della serie Arlo Pro. Nessuna scelta è del tutto giusta o del tutto sbagliata, si cerca di posizionarsi in una media che funzioni e che ti porti il risultato sperato, soprattutto quando ci va di mezzo un investimento economico mica tanto da ridere (dato che a nessuno crescono spontaneamente i soldi nel conto in banca, giusto?). Ho provato a chiedere in giro, informarmi, documentarmi, il nome di Arlo Pro spuntava fuori più e più volte in maniera prepotente, è chiaro che nel mercato è stato un innovatore e che gode quindi di una solida base utenti che già lo usa da molto, arrivato ormai a quella che sarà la sua terza versione e che introduce costanti miglioramenti mai realmente “disruptive“, credo che in un certo senso lo faccia perché così facendo può giustificare la versione dopo, prevedibile e scontato.

Di cosa stiamo parlando

Di un kit composto da più telecamere e relative batterie al litio (perché Arlo funziona a batteria, nel caso della versione Pro può funzionare anche attaccando la telecamera alla presa di corrente, nda), un’unità centrale, qualche supporto per il montaggio e null’altro. La scatola è importante e cerca di contenere il tutto con la massima cura e precisione, per evitare che qualcosa al suo interno possa danneggiarsi.

Arlo di Netgear, parliamo dell'incauto acquisto 1

Quando riuscirai ad aprire il tutto senza devastare alcun imballo (io ci tengo e sono un rompiballe precisino in questi casi) allora potrai cominciare a configurare il tuo nuovo prodotto. La prima da montare sarà chiaramente l’unità centrale con sirena integrata. Trovale un posto vicino al router se puoi, il cablaggio con cavo è fondamentale e l’unica alternativa che hai è pensare a un powerline laddove non dovessi riuscire a trovare una giusta posizione, non puoi collegare l’unità centrale di Arlo Pro via WiFi, non almeno in via ufficiale. Applicazione alla mano, crea un nuovo account e inizia a preparare la tua “videosorveglianza casalinga“.

Arlo
Arlo
Price: Free
‎Arlo
‎Arlo
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La stazione base o hub si connetterà chiedendo un indirizzo IP al tuo router (passaggio per te assolutamente trasparente dato che stai usando un cavo e non il WiFi), quindi contatterà i server di Netgear e tu dovrai esclusivamente fare il pairing con l’applicazione che hai appena installato sul tuo smartphone, verrai guidato passo-passo dal software stesso. La stessa cosa si può dire per le telecamere che – una volta accese – potranno essere associate alla stazione base, rinominate in base all’ambiente in cui intendi inserirle e visualizzate da applicazione. Anche questo articolo fa parte di quel gruppo chiamato “Ultimamente ho dimenticato di scattare qualche fotografia durante l’apertura / montaggio prodotto e configurazione dello stesso“, fermo restando che gli screenshot del software potrei ancora farli ma no, si tratta pur sempre di dati e riferimenti alla mia abitazione 😅

Stai divagando

Arlo di Netgear, parliamo dell'incauto acquisto

Sì lo so, hai ragione. Caratteristiche principali del prodotto che ho acquistato sono disponibili sul sito ufficiale all’indirizzo arlo.com/it/products/arlo-pro/default.aspx. Le hai lette? Sembra tutto molto bello, funzionante e assolutamente infallibile, giusto? Bene, perché ora tocca al parere che si basa sulla mia esperienza dopo aver messo in piedi il kit da circa un paio di mesi, bussando quotidianamente alle porte del controllo via applicazione e notifiche push con tanto di ulteriori azioni intraprese tramite IFTTT, da subito compatibile con Arlo Pro ma con molte poche opzioni alle quali ho cercato di aggiungerne altri tramite suggerimenti al produttore (dubito li metteranno in pista).

Contro

  • Non c’è allarme in caso di manomissione della singola telecamera. eufyCam ce l’aveva e lo ritenevo assolutamente intelligente nel caso in cui qualcuno provi a togliere di mezzo il controllore.
  • Lo storage in Cloud è quasi un “must-have” se si intende recuperare un video più vecchio di una settimana, il costo non è esattamente basso, aggiungilo al già costoso kit che hai acquistato (o che intendi acquistare). Alcune delle funzioni spacciate come assoluta novità in realtà su eufyCam esistevano di default, come il riconoscimento facciale e l’esclusione degli animali o ancora il riconoscimento delle targhe, senza necessità dell’intervento dell’intelligenza artificiale applicata dai server del produttore. Ne puoi fare a meno? Sì, in alcuni casi esistono anche metodi che puoi adottare tramite Raspberry (e non solo) che vanno a coprire queste mancanze, chiaramente ti tocca smanettare (lo so, può essere divertente per molti ma non per tutti).
  • Qualità video certamente migliore dell’intero parco composto dalle precedenti telecamere D-Link, ma non migliore di eufyCam, non in maniera così abissale almeno. La differenza non si nota tanto (in realtà affatto) con la luce solare, si nota tutta di notte, quando la nitidezza dovrebbe farti sentire al sicuro, cosa che non accade come dovrebbe. Buono comunque il grandangolare in grado di tenere d’occhio i 130° di campo visivo.

Pro

  • Impermeabili e resistenti alla polvere, questo è sicuramente un punto a favore delle telecamere Arlo Pro, c’è anche il magnete che mi permette di attaccarle facilmente su parti metalliche esattamente come facevo con eufyCam.
  • C’è il geofencing via applicazione e GPS dello smartphone, su eufyCam non c’è mai stato dal Day-1 (nonostante fosse stato promesso), funziona bene e sono molto contento di poterlo sfruttare, le registrazioni si fermano quando io o Ilaria torniamo a casa, ripartono non appena abbandoniamo l’area che ho stabilito, un perimetro piuttosto preciso della casa.
  • Durata delle batterie stimata in 6 mesi. La carica “originale di fabbrica” non era completa, allo stato attuale mi trovo intorno al 50% di energia residua per ciascuna telecamera, sono passati circa 2 mesi e mezzo da quando ho montato Arlo Pro, vediamo quanto è capace di resistere senza che io ricarichi le batterie. eufyCam mi garantiva un anno di durata, non volendo giocare a chi ce lo ha più lungo ti posso dire che mi sta benissimo anche una durata inferiore purché io non sia costretto a ricaricare le batterie ogni mese.

Mi rimane tutto sommato neutro l’audio sul quale sorvolo, l’ho sempre utilizzato poco (sia a una che a due vie, poco importa), qui non brilla certamente ma non posso neanche dire che sia completamente da bocciare. Un grande meh invece per l’applicazione, a tratti lenta e comunque non il miglior esempio di usabilità e bellezza, non c’è widget da poter inserire su Android (mi viene in mente l’esempio di IP Cam Viewer, nda), da poco è stata modificata per introdurre l’autenticazione a due fattori (bene).

Che altro dire? Credo di aver “vomitato” un po’ tutto quello che c’era da buttare sul tavolo riguardo quello che definirei un incauto acquisto degli ultimi tempi. Mi sono forse lasciato trascinare in maniera errata. Non credo si tratti di un cattivo prodotto ma sono sufficientemente certo di poter affermare che si potrebbe fare molto di più con quanto già chiesto al cliente finale (e pensare che io ho pagato l’intero kit molto meno rispetto al prezzo di listino approfittando dell’Amazon Prime Day). Lo ricomprerei? Non a queste condizioni, probabilmente darei molta più fiducia al progetto di Anker.

Io ti lascio in ogni caso i riferimenti per visualizzare la scheda prodotto Arlo Pro sullo store Amazon, puoi darci un’occhiata se proprio non sai come spendere i tuoi soldi 🙃

× Disclaimer

Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: ho atteso l'Amazon Prime Day per fare il mio acquisto pur essendo consapevole che non si trattasse dell'ultima versione del kit Arlo. Poco importa, funziona decentemente (con i limiti descritti nell'articolo) e ho speso una cifra inferiore al dovuto.
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Prima messo a disposizione in versione Beta per tutti gli abbonati Business (in azienda usiamo il pacchetto Enterprise, non ho idea se fosse immediatamente disponibile anche per i pacchetti inferiori) e poi approdato sugli abbonamenti Personal (mantenendo la dicitura Beta), Dropbox Transfer è l’imitazione più classica di WeTransfer, dotato però di steroidi che ne aumentano le capacità e ti portano a un pieno controllo dei file che stai rilasciando e a chi.

Dropbox Transfer è il WeTransfer con gli steroidi

Dropbox Transfer

Trasferisci una serie di file da A a B, è tutto molto semplice. Peculiarità dello strumento ormai conosciuto da tutti è che dopo 7 giorni di permanenza sui server del servizio il tuo file viene automaticamente distrutto e non sarà più possibile scaricarlo successivamente (a meno di caricarlo ancora). Tutto questo c’è anche in Dropbox Transfer, al quale però si aggiunge:

  • un limite di GB che puoi caricare nello spazio Cloud davvero alto, si parla di 25 GB a tua disposizione per ciascun Transfer (e no, non è quello del tuo abbonamento, è uno spazio differente che viene utilizzato per il Transfer),
  • una data di scadenza del file (o dei file se più di uno) che può variare in base alla tua esigenza (3 o 7 giorni per il piano Personal, si arriva a una data personalizzata quando si utilizza un piano Professional o superiore),
  • una password a protezione del Transfer che stai creando (disponibile solo però per i piani Professional o superiori).

A questo si può aggiungere un logo e uno sfondo personalizzato, opzioni disponibili anch’esse per piani Professional o superiori. Sono tutte limitazioni che con un piano Enterprise ho sbloccato di default ma che, a vederle dal piano Personal, possono essere considerate tante e pesanti. A mio parere se confronti lo strumento WeTransfer standard con Dropbox Transfer hai già la risposta davanti agli occhi: non lo sono.

Al termine del caricamento otterrai chiaramente un collegamento che puoi copiare e incollare ovunque tu voglia, condividendolo via email, Social Network e chi più ne ha più ne metta, il tutto senza aver mai abbandonato Dropbox che sei già abituato a utilizzare per una serie di altre cose. Da qui in poi otterrai una notifica a mezzo posta elettronica e client Dropbox ogni volta che il tuo collegamento di download verrà utilizzato, così che tu possa renderti conto se tutto è nella norma o c’è qualcosa che non ti torna, andando immediatamente a intervenire, magari cancellando immediatamente l’accesso al tuo Transfer, direttamente dal pannello del nuovo servizio: dropbox.com/transfer/manage.

Dropbox Transfer è il WeTransfer con gli steroidi 1

È qui che puoi verificare quali Transfer sono attualmente attivi e quali scaduti, numero di visualizzazioni e di download, possibilità di andare a cancellare immediatamente il collegamento al Transfer (facendolo quindi scadere prima del dovuto). Nel piano Professional o superiore hai anche accesso alla cronologia dei Transfer passati, cosa invece non accessibile per chi possiede un piano Personal.

Ti stai chiedendo se con un piano Professional o superiore puoi resuscitare un Transfer generando un nuovo collegamento nel caso in cui ti serva ancora? No, eppure mi rendo conto che a questo punto potrebbe tornare utile in sporadici casi (e perché no, lo butto lì come suggerimento a Dropbox stessa).

In ogni caso si tratta di un ottimo nuovo ingresso all’interno di un ecosistema che sta andando sempre più espandendosi e che continuerà a farlo soprattutto per ciò che riguarda l’offerta rivolta alle aziende, hai già dato un’occhiata alla registrazione del keynote del “Work in Progress” dello scorso 25 settembre? Ti do una manina:

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Bella domanda eh? In un’epoca che ci vede e identifica come fossimo tutti dei prodotti dai quali ottenere quante più informazioni possibili su abitudini e orientamenti di qualsivoglia tipo (e qui strizzo l’occhio ad Emanuele che so che mi leggerà e sorriderà sotto ai baffi) l’argomento VPN è prepotentemente presente sulla bocca di tutti e non solo. Se ne parla su vecchia carta stampata tanto quanto su blog, siti web specializzati e non solo. Non è della rete TOR che parlo, ma di portali di accesso alla rete Internet che ti permettano di nasconderti, di restituire quell’anonimato che il web voleva e aveva dato a noi tutti agli albori.

Serve davvero utilizzare una VPN?

VPN

Virtual Private Network. Mi rendo conto che a parlare per sigle e acronimi spesso si lasciano indietro coloro che non sono esattamente ferrati sull’argomento. Tu connetti il tuo PC o il tuo smartphone (o qualsiasi altro dispositivo) a Internet tramite il modem che hai in casa o la SIM dati, ottieni un indirizzo IP tramite il quale sei in qualche maniera identificabile e rintracciabile, navigando arrivano poi i cookie e altri metodi di controllo che in qualche maniera costruiscono il tuo io digitale con relative abitudini. Ti ho inserito una visione estremamente semplicistica e fin troppo riassuntiva della tecnologia che oggi permette alla maggior parte delle aziende di confezionare una navigazione che sia quanto più calzante con le tue necessità e abitudini.

Esistono componenti aggiuntivi che proteggono la navigazione effettuata dal browser sul tuo PC, ci sono metodi che bloccano in qualche maniera le richieste che Facebook e simili sono in grado di fare per ottenere informazioni dalla tua postazione anche quando navighi ben distante dai loro server (i casi di analisi Facebook in applicazioni Android e software che nulla in teoria c’entrano con il colosso di Zuckerberg hanno fatto parte della cronaca di qualche settimana fa, nda), c’è Pi-hole in casa (ma anche fuori con le opportune modifiche). Perché allora una VPN?

Perché il tuo IP ti identifica ancora prima di qualsiasi altro software. Perché il tuo IP ti lega alla località di connessione, alle limitazioni imposte dal paese all’interno del quale ti trovi, a una traccia che in qualche maniera permetterà a chi lo vuole o deve di identificarti in caso dovesse succedere qualcosa di male, di sbagliato. L’argomento pirateria televisiva che è sulle principali testate giornalistiche nell’ultimo periodo (il caso di Xtream Codes, nda) non fa altro che confermare la necessità in alcuni specifici casi di proteggere la propria identità, questo è però l’esempio più sbagliato perché non è certo per favorire la pirateria che nascono le VPN.

Pensa alla sicurezza dei tuoi dati quando ti connetti a reti pubbliche non sicure, pensa a quelle situazioni in cui ti trovi all’estero e hai bisogno di comunicare con i tuoi servizi e non vuoi certo che un provider per te completamente sconosciuto possa in qualche maniera infilarsi nella comunicazione tra te e la destinazione scelta. Pensa a quei professionisti che senza una connessione VPN rischierebbero la vita in molti casi (parlo di zone di guerra dove la privacy è fondamentale per la sopravvivenza). Ci sono davvero molti buoni motivi (positivi) per scegliere di dare una possibilità a una VPN, per abbonarsi a qualche servizio Premium che ti garantisca anonimato, sicurezza e tranquillità prima di un viaggio all’estero. Un argomento off-limits per molti fino a qualche tempo fa (parlo di anni) è oggi davvero alla portata di tutti.

Locale o SaaS?

Per VPN locale intendo quella che puoi farti a casa lasciando un apparato connesso alla rete e che possa garantirti un accesso dall’esterno, permettendoti così di navigare, risolvere query DNS e molto altro ancora sfruttando la tua connettività casalinga. Così facendo tutto transiterà da casa tua in maniera più sicura e controllata, ma non è una cosa che tutti possono fare (anche se prendere un Raspberry e metterci sopra Wireguard è davvero un attimo). Questo in ogni caso renderà pubblico il tuo indirizzo IP (quello di casa), è giusto che tu lo sappia se l’intenzione è quella di preservarlo quanto più possibile.

Per VPN come SaaS (Software as a Service) intendo uno dei tanti servizi che puoi acquistare in abbonamento da chi lo fa per mestiere e ti fornisce un client che puoi installare su qualsiasi piattaforma (PC / smartphone / SmartTV / console / browser tramite componenti aggiuntivi / ecc.), router di casa compreso, per incanalare tutto il traffico verso un server esterno che a sua volta ti permetterà di navigare e fare qualsiasi attività su Internet passando da un IP completamente diverso rispetto al tuo. Questo potrà garantirti privacy e parzialmente anonimato (dipende poi da dove effettui il login con i tuoi account, usando quale browser e quali accorgimenti in merito a cookie & co.).

In linea di massima puoi pensare di usare un SaaS se non vuoi minimamente impegnarti nell’approfondire l’argomento e ti serve qualcosa di immediatamente fruibile. Un abbonamento a questo tipo di servizio può essere molto utile se spesso ti trovi in giro per città di altri paesi dalle quali devi lavorare e connetterti ai tuoi account, se prevedi di fare un viaggio e sfruttare quindi punti di accesso alla rete non particolarmente sicuri, se vuoi provare servizi che sei solito utilizzare a casa ma con cataloghi diversamente limitati perché si arriva da una diversa connessione (penso al catalogo Netflix, per fare un esempio).

Perché a pagamento?

Perché quando un servizio ti viene offerto gratuitamente vuol dire che al 99,9% i dati ottenuti “in cambio” sono la moneta di scambio apparentemente trasparente per l’utilizzatore finale, rileggiti tutta la pippa tremenda che ti ho fatto per introdurre l’articolo e capirai quanto questo sia fondamentalmente sbagliato. Ci sono servizi che ti permettono di essere messi alla prova pagando una mensilità e ricevere un rimborso completo se non ci si trova bene, altri che partono gratuiti e si trasformano successivamente (passerai a pagamento tipicamente una settimana o un mese dopo l’inizio dell’utilizzo, un periodo di prova che va bene ad ambo le parti in causa), altri ancora che necessitano da subito di essere pagati e senza forma di cautela alcuna sul trovarsi o non trovarsi bene.

Questo mercato è in forte fermento, i giocatori in campo iniziano a diventare tanti e tutti molto agguerriti, le differenze si assottigliano e posso affermare con sufficiente tranquillità che le caratteristiche iniziano a livellarsi su piani che portano risultati soddisfacenti per il tuo uso quotidiano, che si tratti di pura navigazione o ulteriori servizi a corredo (persino il gaming o lo streaming a qualità massima, fidati). Io sto mettendo alla prova alcuni dei competitor più importanti della scena e sono fiducioso sul poterti parlare dei risultati quanto prima.

L’outsider che nulla ha a che fare con tutto questo mondo (inteso come servizio a pagamento di pura VPN full-traffic) ma che ha voluto in qualche maniera lanciarsi nel calderone offrendo una buona alternativa che fa uso dei tuoi dati in maniera responsabile e apparentemente non invasiva (apparentemente perché non essendo dall’altro lato della barricata non posso sapere esattamente ciò che accade) è Cloudflare. Ha lanciato Warp una manciata di giorni fa, andando ad arricchire quanto già fatto con 1.1.1.1 e l’applicazione per deviare le query DNS su sistemi Android / iOS, tutto riportato all’indirizzo blog.cloudflare.com/1111-warp-better-vpn.

‎1.1.1.1: Faster Internet
‎1.1.1.1: Faster Internet
Developer: Cloudflare
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Non credo possa essere considerato un servizio di VPN a tutti gli effetti, Michele Nasi ha fatto un’analisi più approfondita (trovando anche un possibile baco di sicurezza) e ci ha scritto sopra un articolo che ti consiglio di leggere: ilsoftware.it/articoli.asp?tag=Cloudflare-WARP-da-oggi-per-tutti-cos-e-e-come-funziona-Ma-non-e-una-VPN_19976.

In conclusione

Forse lo avrai capito: non esiste una risposta universale per dare conclusione a quanto posto nel titolo dell’articolo. Utilizzare una connessione VPN è certamente una buona soluzione per tanti motivi e tanti di questi dipendono dalle tue abitudini quotidiane. Se ti colleghi a reti non protette o pubbliche con scarse protezioni allora la risposta è sì, un collegamento VPN andrà a proteggerti in moltissimi casi incanalando il tuo traffico e tenendolo lontano quanto più possibile da sguardi indiscreti e comportamenti potenzialmente dannosi o fraudolenti. Se sei solito frequentare i soliti posti (casa e ufficio) e tenere esclusivamente la rete LTE accesa quando sei in giro con lo smartphone o il tablet la storia cambia, viene un po’ a meno quella sua utilità di spicco.

Curiosare non è mai un male e non può che farti bene per imparare qualcosa di nuovo. Scegli il tuo collegamento VPN da mettere alla prova, porta con te quella configurazione su smartphone e PC quando vai in giro, prova a configurare il tuo router per uscire su Internet incanalando tutto il traffico verso un server remoto sicuro e protetto, non ti nascondo però che gli abbonamenti ai servizi VPN iniziano ad essere particolarmente economici solo quando gli si assicura una permanenza su quei lidi per 12 o 24 mesi (quest’ultima opzione rende tutto quasi sempre davvero molto economico e accessibile), ma anche pagare un solo mese per fare le tue valutazioni non costituisce una spesa che ti manderà in rovina.

Io sono ben contento di scambiare opinioni con te in area commenti, lascia un suggerimento, un parere se hai già messo alla prova qualcuno di questi servizi in attesa che io pubblichi il mio risultato con annesso parere soggettivo sui competitor messi alla prova.

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Mi sono accorto di essere un patacca e non aver pubblicato nulla di relativo alla conversione dei file HEIC su macOS, cosa che solitamente faccio negli articoli dove ti suggerisco software e metodi per sopravvivere su ambo i sistemi operativi che più utilizzo quotidianamente. Poco male, rimedio subito e ti racconto passo-passo di come un semplice flusso di Automator può aiutarti senza la necessità di ulteriori applicazioni da installare sul sistema della mela morsicata.

Convertire rapidamente file HEIC in JPG

Passo indietro all’articolo dello scorso 10 settembre quando ti parlavo della conversione da HEIC a JPG su sistemi Windows o tramite l’utilizzo di API da browser: Convertire rapidamente file HEIC in JPG. Su macOS la storia è diversa, non servono prodotti di terza parte, ci pensa direttamente il sistema operativo con l’assistenza di alcune operazioni da far eseguire ad Automator, il tutto richiamabile rapidamente dal tasto destro del mouse.

Per partire avvia Automator, lo trovi nella cartella Applicazioni o se preferisci puoi richiamarlo da Spotlight. Fatto questo dovrai semplicemente creare un nuovo flusso e:

  • selezionare un’Azione rapida,
  • cercare e trascinare sulla destra l’azione “Copia elementi del Finder” (scegliendo contestualmente la cartella all’interno della quale le immagini JPG verranno salvate),
  • cercare e trascinare sulla destra l’azione “Modifica tipo di immagini” (scegliendo il formato che preferisci, io ho optato per il JPG ma potresti sempre volere il PNG),
  • salvare il flusso dandogli un nome “parlante” per il comando che troverai nelle azioni rapide del tasto destro. Nel mio caso ho scelto “Converti in JPEG“.

La semplice operazione è terminata e tu ora avrai l’azione rapida a portata di tasto destro del mouse. Ti basterà selezionare il file (o i file se più d’uno) HEIC e chiedere a macOS di convertirli in JPEG.

Convertire rapidamente file HEIC in JPG su macOS 5

Ho salvato il flusso di istruzioni Automator in un file che puoi anche importare più semplicemente all’interno del tuo macOS, lo trovi all’indirizzo go.gioxx.org/automator-heicjpg. In caso di problemi non esitare a lasciare un commento qui di seguito all’articolo 🙂


grazie a howtogeek.com/398927/how-to-convert-heic-images-to-jpg-on-a-mac-the-easy-way
× Le pillole del Dr.Mario

Pillole

Le pillole sono articoli di veloce lettura dedicati a notizie, script o qualsiasi altra cosa possa essere "divorata e messa in pratica" con poco. Uno spazio del blog riservato ai post "a bruciapelo"!
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