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Non è la prima volta che ti parlo di Gmvault, ricordi bene. Il primo articolo a riguardo è datato 5 aprile del 2017 e ti spiega (poiché valido ancora oggi) come effettuare un backup programmato di tutto il contenuto della tua casella di posta Gmail su Windows, sfruttando il progetto Open di @zoobert (disponibile su GitHub). Si installa il necessario, si impara a fare piccoli movimenti in prompt dei comandi (una Shell modificata per gestire proprio Gmvault) e il gioco è fatto, ti dimentichi di averlo fino a quando non sarà necessario ripristinare qualcosa di cancellato. Ti rinfresco la memoria proponendoti qui di seguito il rilancio all’articolo originale.

Un backup in locale di Gmail con Gmvault

Oggi però parliamo di Raspberry Pi e della possibilità di migrare questo lavoro sul tuo RPi, interfacciandolo (come extra) con il NAS di casa (nel mio caso si tratta del Synology DS216j) e tenendo quindi il backup sui dischi sotto costante backup. Certo tu puoi farne a meno sia chiaro, ti spiegherò quindi come agire in ambo i casi e lasciare che RPi svolga un lavoro a basso carico di risorse utilizzate ma estremamente importante per dormire sonni tranquilli.

Abilitare NFS su Synology

Un NAS per casa: Synology DS216j

Puoi saltare questo paragrafo se intendi effettuare il backup della tua posta sulla memoria SD (o su una risorsa esterna collegata tramite USB) del RPi.

Prima di partire con il lavoro su RPi ti consiglio di abilitare NFS sul NAS e rendere così la cartella utente personale accessibile in lettura e scrittura montando l’unità su Linux (autorizzando il solo IP del tuo RPi, per rendere la cosa più sicura). Tutto è spiegato correttamente – corredato da immagini esplicative – nella documentazione ufficiale del prodotto disponibile all’indirizzo synology.com/it-it/knowledgebase/DSM/tutorial/File_Sharing/How_to_access_files_on_Synology_NAS_within_the_local_network_NFS#t4.

Fatto ciò, potrai passare all’installazione di Gmvault su RPi, comune ad ambo gli utilizzi (salvataggio dati su NAS o su memoria SD / esterna collegata a RPi).

Installazione Gmvault su RPi

SMTP di GMail: l'utilizzo tramite app 2

Cosa abbastanza semplice se segui passo-passo una procedura già testata e verificata sul mio RPi. Ci sono alcune dipendenze (Python) da portare a bordo del tuo Raspberry, superato questo passaggio il resto è abbastanza in discesa. Ho raccolto la procedura in un file MD pubblicato sul mio spazio GitHub, lo trovi all’indirizzo github.com/gioxx/SomePublicStuff/blob/master/RPi/scripts/rpi_install-Gmvault.md. Nello specifico installa le dipendenze necessarie:

sudo apt-get install python-dev python-pip python-virtualenv python-setuptools

Al termine spostati nella cartella home di pi, ottieni il pacchetto più recente di Gmvault e installalo creando prima un virtualenv:

cd /home/pi/
wget https://bitbucket.org/gaubert/gmvault-official-download/downloads/gmvault-v1.9.1-src.tar.gz
tar -xvzf gmvault-v1.9.1-src.tar.gz
virtualenv gmvault
cd gmvault-v1.9.1/
~/gmvault/bin/python setup.py install

Ci sei quasi, creati un file Bash che richiami l’esecuzione di Gmvault indicando l’account da portare in backup (lo script di Bash potrai poi richiamarlo anche in Crontab molto facilmente):

#!/bin/bash
/home/pi/gmvault/bin/gmvault sync -d /home/pi/backup/gmvault-db user@gmail.com

Questo prevederà da parte tua un’autenticazione verso la casella di Gmail. Puoi in ogni caso utilizzare il metodo già visto su Windows (quello che fa partire una finestra del browser per l’autenticazione e rilascio del token da riutilizzare anche successivamente) o addirittura copiare e incollare nella cartella /root/.gmvault su RPi (stessa location dove verrà creato il file di configurazione di Gmvault, gmvault_defaults.conf). Lanciando il file di Bash partirà il processo di verifica e download della posta elettronica da Gmail verso la cartella di destinazione da te scelta (che nel mio caso utilizza il NAS e un puntamento da /mnt, nda), salvo errori avrai migrato il backup della tua casella di posta da Windows a RPi, comodo e meno esoso in termini di risorse di corrente, CPU e RAM.

Da questo momento potrai tornare – volendo – a utilizzare il gmvault sync -t quick utente@gmail.com -p -d /mnt/Gmailvault. Se per qualsiasi motivo tu dovessi riscontrare delle anomalie nell’utilizzo di Gmvault dai un’occhiata a questa discussione sviluppatasi su Github: github.com/gaubert/gmvault/issues/335.

Buon inizio settimana! 👋


immagine di copertina: unsplash.com / author: Kristina Tripkovic
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Di motivi possono essercene diversi, eppure la sostanza rimane sempre quella: RPi deve poter inviare email in caso di necessità. È comodo, è logico, è necessario quando hai bisogno di essere avvisato riguardo cambiamenti di sistema (un IP nuovo? È solo un esempio), rilevamento di dati da sensori esterni, log di backup che hai fatto eseguire al tuo fedele micro-computer e chissà cos’altro. Con ssmtp è questione di un attimo, sei subito pronto per partire, ti servirà solo un server SMTP da sfruttare (va bene anche Gmail, basati sulle informazioni di questo vecchio articolo: SMTP di GMail: l’utilizzo tramite app (terze parti)).

RPi: inviare posta elettronica da Raspberry

Installazione e configurazione

Dopo aver lanciato un sudo apt-get update utile all’aggiornamento dei pacchetti disponibili, installa ssmtp come anticipato nell’apertura dell’articolo, ti basta poco:

sudo apt-get install ssmtp
sudo apt-get install mailutils

Al termine dovrai inserire i dati di configurazione per poter sfruttare il server SMTP esterno, ti basterà modificare il file di configurazione di ssmtp tramite sudo nano /etc/ssmtp/ssmtp.conf. Puoi commentare le righe già presenti nel file, aggiungendo in coda l’intero blocco necessario:

root=postmaster@contoso.com
mailhub=smtp.contoso.com:587
rewriteDomain=contoso.com
hostname=rpi.contoso.com
AuthUser=postmaster@contoso.com
AuthPass=Pa$$word
UseSTARTTLS=YES
UseTLS=NO

Rapidissimamente:

  • postmaster@contoso.com è l’indirizzo (esistente) sul server SMTP, il quale verrà utilizzato per farsi riconoscere (root=) e autenticarsi (AuthUser=).
  • smtp.contoso.com:587 è il server SMTP che intendi utilizzare, seguito dal :587 che sta a indicare la porta da utilizzare (in questo caso la 587, varia in base alla configurazione del provider che scegli di utilizzare).
  • rewriteDomain=contoso.com è il valore / dominio che sta dopo la chiocciola, se il tuo indirizzo di posta è mario.rossi@pippo.it dovrai specificare pippo.it.
  • rpi.contoso.com è l’hostname dal quale partirà la nuova email. Questo può anche non esistere, ma se il parametro SPF specificato sul tuo server SMTP non permette all’intero dominio di essere riconosciuto dagli antispam, rischi che l’email venga scartata dal provider di posta di chi riceverà le email spedite da RPi. Ti consiglio quindi di mantenere il tuo vero dominio di posta (quello che usi per spedire le email, il famoso “pippo.it” di cui ti parlavo poco fa) così da evitare problemi.
  • UseSTARTTLS=YES e UseTLS=NO sono parametri che servono a chiedere a ssmtp di utilizzare l’autenticazione con protezione StartTLS anziché TLS.

Nel caso in cui tu voglia utilizzare il server SMTP di Gmail ti consiglio di dare un’occhiata a questo articolo che ho trovato sul web.

Modifica ora il contenuto del file revaliases (sudo nano /etc/ssmtp/revaliases) aggiungendo semplicemente questa riga:

root:postmaster@contoso.com

Salva il file e chiudilo, a questo punto ti manca solo da mettere a posto i permessi del file di configurazione di ssmtp (sudo chmod 774 /etc/ssmtp/ssmtp.conf) e sei pronto a eseguire il primo test di invio posta elettronica dal tuo RPi.

Test di invio

Lancia da terminale un semplice echo "testo della email" | mail -s "test" mario.rossi@contoso.com sostituendo ovviamente mario.rossi@contoso.com con il tuo indirizzo reale di posta elettronica, questo dovrebbe inviarti nel giro di poco una nuova email alla tua casella, segno che tutto è andato per il verso giusto.

Ma

Nel caso tu avessi mancato o riprodotto male un passaggio potresti avere la sfortuna (come successo la prima volta al sottoscritto) di incorrere nell’errore mail: cannot send message: Process exited with a non-zero status. A questo punto ti serve qualche informazione in più, io per averla io ho installato mpack (sudo apt-get install mpack) e:

  • creato un file di testo contenente il corpo di un messaggio di test (echo "Messaggio di test" > messaggio.txt),
  • creato un file di testo che fungesse da possibile allegato (echo 123prova > attach.txt),
  • fatto un invio di test tramite mpack per ottenere un messaggio di errore più esplicativo (mpack -s "Invio di test" -d messaggio.txt attach.txt mario.rossi@contoso.com).

Ed ecco servito il reale problema:

sendmail: RCPT TO:<mario.rossi@contoso.com> (504 5.5.2 <pi@raspberrypi>: Sender address rejected: need fully-qualified address)

Una volta messo a posto quanto sbagliato (segui scrupolosamente la procedura riportata poco sopra in questo mio articolo e assicurati di aver specificato nel modo giusto il tuo dominio di posta e le relative credenziali) la mail è partita correttamente, consegnata ancora calda nella mia mailbox poco dopo:

RPi: inviare posta elettronica da Raspberry 1

Da questo momento sarà possibile inviare mail da RPi, potrai quindi inserire i comandi necessari in qualsiasi script o esecuzione programmata (cronjob) secondo esigenza.


Grazie a:
askubuntu.com/questions/643873/how-to-get-ssmtp-to-map-local-user-to-email-address-for-the-to-field
raspberrypi.org/forums/viewtopic.php?t=191675
raspberry-projects.com/pi/software_utilities/email/ssmtp-to-send-emails
possiblelossofprecision.net/?p=591
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Ti è capitato almeno una volta nella vita: lasciare le icone in una determinata posizione e poi, per un aggiornamento di driver o per essere passato dalla modalità Desktop a quella Laptop (da docking station a trasporto del proprio PC portatile), ti ritrovi tutte le icone del Desktop disordinate rispetto a quanto da te inizialmente stabilito. Sì certo, può accadere anche per un cambio di risoluzione del monitor e per tanti altri motivi, la sostanza rimane in ogni caso invariata, è un fastidio. Desktop Restore è lo strumento che potrebbe aiutarti a risolvere questo problema.

.NET Framework 3.5 e Windows 10, come risolvere l'errore 0x800F081F

Disponibile all’indirizzo midiox.com/index.htm?http://www.midiox.com/desktoprestore.htm (qui una copia di backup sul mio spazio Box: go.gioxx.org/desktoprestore), è gratuito e privo di pubblicità. Una volta installato troverai una nuova sezione del tasto destro sul Desktop del tuo PC che – con poca fantasia – si chiamerà Desktop Restore. Le azioni consentite sono ovviamente poche e necessarie, serviranno a creare un backup partendo dalla tua situazione attuale o caricare un restore nel caso in cui la situazione sia cambiata e tu la voglia riportare a uno stadio precedente. Puoi inoltre specificare che voci di programma visualizzare nel menu principale del tasto destro o a cascata sotto la “Desktop Restore” (quest’ultima la consiglio perché permette di tenere una situazione più pulita, nda). La documentazione di programma è disponibile all’indirizzo midiox.com/html/desktop.htm.

Quando salvi la situazione attuale del tuo Desktop l’applicazione scrive ogni singolo valore all’interno del Registro di Windows, più precisamente all’interno della chiave HKEY_CURRENT_USER\Software\JOConnell\DeskTop. Se vuoi salvare il tutto in un file che potrai così conservare in maniera differente dovrai selezionare la voce Desktop Restore (dal tasto destro, chiaro) → Custom Save/Restore…Save to File….

Questo è quanto, non credo ci sia bisogno di riportare altro. In caso di dubbi la “morale è sempre quella“, fai merenda con Girella utilizza l’area commenti a tua disposizione! 😉


fonte: askwoody.com/2019/deannas-freeware-spotlight-desktop-restore
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Tutto parte da una segnalazione di bug arrivata tramite il mio bug bounty program (openbugbounty.org/reports/809068) e, seppur protetto da alcuni metodi di cui ti ho già parlato in passato, effettivamente il file XML-RPC di WordPress risultava raggiungibile dall’esterno, mostrando potenzialmente il fianco a un qualche attacco poco gradito. Per questo motivo ho voluto aggiungere un ulteriore strato di sicurezza che gli permette di continuare a rimanere disponibile per Jetpack e nulla più. Per farlo mi è bastato mettere mano al file .htaccess del dominio.

WordPress: 5 step per la sua (e tua) sicurezza

La documentazione a cui fare riferimento è quella ufficiale di Jetpack, disponibile all’indirizzo jetpack.com/support/hosting-faq. Nello specifico ciò che a te interessa è quel paragrafo relativo a “Whitelist all communications between WordPress.com and Jetpack“, utile per permettere al tuo sito e al servizio messo a disposizione da WordPress.com di parlare senza incontrare ostacoli, lasciando fuori tutto il resto.

Al solito, prima di cominciare, il consiglio resta sempre lo stesso:

ATTENZIONE: Prima di eseguire qualsiasi modifica ai tuoi file e/o dispositivi sei pregato/a di effettuare un backup di questi (o lavorare in ambiente di test e mai di produzione). Solo così sarai capace di tornare indietro ponendo rimedio a eventuali errori di distrazione.

Una questione di .htaccess

Pronto? Cominciamo. Il trucco è semplice e sta tutto nel file che può limitare l’accesso alle risorse contenute nel tuo sito web. Apri il file .htaccess con un editor di testo degno (Notepad++ o Atom), non toccare nulla che sia stato messo lì dal tuo WordPress o da qualsiasi altro plugin da te utilizzato (penso a iThemes Security o W3 Total Cache e simili), trova uno spazio nuovo da occupare con una porzione di codice che dovrebbe essere quanto più simile a questa proposta di seguito:

<Files xmlrpc.php>
    Order Allow,deny
    Allow from 122.248.245.244
    Allow from 54.217.201.243
    Allow from 54.232.116.4
    Allow from 192.0.64.1/192.0.127.254
    Allow from 192.0.80.0/20
    Allow from 192.0.96.0/20
    Allow from 192.0.112.0/20
    Allow from 195.234.108.0/22
    Deny from all
    Satisfy All
    ErrorDocument 403 https://gioxx.org/403.shtml
</Files>

Io ho inserito il codice subito prima del termine del “paragrafo” modificato da WordPress (per capirci, prima di “# END WordPress“). Una volta terminato il tuo lavoro, salva la modifica e sovrascrivi il file presente sul tuo spazio FTP. Ciò che hai appena fatto consiste nel bloccare ogni possibile comunicazione con il file xmlrpc.php a esclusione degli IP appartenenti a WordPress.com, come una sorta di Firewall che taglia fuori tutti tranne loro. Chiunque proverà a puntare a quel file php sul tuo spazio hosting, si troverà davanti a una pagina di errore (nel mio caso https://gioxx.org/403.shtml, nel tuo ti consiglio di modificarla con qualsiasi altro tipo di indirizzo).

La modifica è immediata e dovrebbe portare beneficio alla tua installazione WordPress – in termini di sicurezza, nda – che non risentirà così alcun problema nell’utilizzo del sempre troppo mastodontico JetPack, in attesa che quest’ultimo si decida a utilizzare un diverso metodo per comunicare con le installazioni del CMS in giro per il mondo.

Al solito: per qualsiasi ulteriore dubbio o informazione l’area commenti è a tua totale disposizione (anche per suggerire metodi alternativi a quello proposto poco sopra).


fonti:
namehero.com/startup/how-to-safely-disable-xmlrpc-in-wordpress-while-keeping-jetpack
jetpack.com/support/hosting-faq
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Tranquillo, capisco possa trattarsi di un titolo molto ricco ma ti assicuro che il filone è unico e che lo si segue abbastanza agilmente. Il succo del discorso? Affrontare un ormai inevitabile (se ci tieni alla sicurezza e all’aggiornamento della tua postazione di lavoro) upgrade da Windows 7 a 10 sulle postazioni che sei solito utilizzare e che per qualche (buon?) motivo non hai ancora toccato. Windows 7 uscirà fuori dal supporto esteso tra una manciata di mesi (support.microsoft.com/it-it/help/4057281/windows-7-support-will-end-on-january-14-2020, ma anche blogs.windows.com/windowsexperience/2019/03/12/making-the-transition-to-windows-10-and-office-365), ha davvero senso tenerlo ancora in vita? (hint: no). Vediamo insieme che fare.

Bloccare l'installazione driver su Windows 10

Lunga vita a 7!

Lungi da me dal dirti cosa devi o non devi fare, posso comunque farti sapere che a mio parere (e non solo il mio, a dirla tutta) Windows 7 è definibile oggi come un Sistema Operativo ormai vecchio e abbondantemente superato. Siamo nuovamente arrivati a quel punto della storia che ha visto – e vede ancora oggi – Windows Xp fare la stessa identica fine, con una miriade di utenti che si sarebbero strappati ogni veste e capello in testa pur di non fare questo salto. Lo hanno fatto. Forse non tutti è vero (vedo ancora dei Windows Xp come il bambino del Sesto Senso vedeva la gente morta), eppure la maggior parte si è arresa davanti all’evidenza di un’evoluzione tecnologica del tutto naturale. Seven può finalmente andare in pensione ed essere ricordato come degno erede di un mai troppo amato Windows Xp (che a sua volta ha ereditato lo scettro di Windows 98 SE, impossibile da dimenticare, nda). Windows 10 è maturato tanto, è cambiato nel tempo e si è adattato alle esigenze dei suoi utilizzatori e ai tempi più moderni, dando un taglio netto con quel passato fatto di Tile e menu di Start prima abbandonati e poi tornati prepotentemente a occupare il loro spazio sul monitor (com’è giusto che sia, tranquillo, non faccio parte della schiera talebana che non voleva più il menu di Start).

Grazie Windows 7, sei stato compagno fedele a casa come in ufficio, ci sarà occasione di incontrarsi ancora – ne sono certo – ma è tempo di lasciare definitivamente il passo a Windows 10, chi te lo dice è un utilizzatore del “giovane” SO già dalla sua prima versione (luglio 2015), ormai soddisfatto di quanto cambiato in questi ultimi 4 anni.

Passaggio a Windows 10

Non mi voglio dilungare su questa particolare procedura, è maledettamente semplice e non ti sono necessario. Posso solo dirti che per fare un upgrade in-place (passare da Windows 7 a Windows 10 sulla macchina che stai attualmente utilizzando, ma anche su qualsiasi altra) ti basterà scaricare il Media Creation Tool (microsoft.com/it-it/software-download/windows10), avviarlo e chiedergli di aggiornare la macchina in uso. Fatto ciò ti basterà seguire le istruzioni a video e nulla più, è davvero a prova di ignorante informatico (e non penso tu lo sia).

Lo stesso strumento ti permette di creare una chiavetta USB che puoi inserire in qualsiasi macchina Windows 7 non connessa a internet e aggiornarla a Windows 10 con il minimo sforzo. La chiave USB partirà all’accensione del PC (in automatico o con il tuo aiuto) e seguirà poi lo stesso iter di aggiornamento che il Media Creation Tool seguirebbe se tu volessi aggiornare “in diretta” il Sistema Operativo, scaricando in quel momento tutto il necessario dai server di Microsoft.

Generic Product Keys (chiavi di licenza di default)

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi

È in questo momento che può tornarti utile conoscere i Product Key di default di Windows 10, i quali ti permetteranno di affrontare un’installazione del Sistema Operativo passando indenne il passaggio relativo alla validità del prodotto, per poi metterti a posto con coscienza e legge in un secondo momento (quello dell’attivazione, da eseguire a sistema ormai installato e avviato). Perché dirlo ora? Perché nonostante Microsoft permetta ancora l’upgrade del proprio codice di licenza Windows 7 (trasformandolo in licenza digitale Windows 10 assolutamente legale e valida) conosco benissimo i miei polli e so bene che là fuori girano molti Windows 7 piratati ancora oggi.

  • Se utilizzi Windows 7 correttamente licenziato, Microsoft trasformerà quel codice in licenza digitale Windows 10 assolutamente valida e a te assegnata.
  • Se utilizzi Windows 7 pirata, probabilmente il codice di licenza non verrà accettato e ti verrà impedito di procedere con un normale upgrade, chiedendoti un Product Key da usare per procedere. È qui che entra in gioco un riferimento della documentazione ufficiale di Microsoft.

Le “Generic Product Keys” sono fatte proprio per questo. Puoi utilizzarle per installare il Sistema Operativo ma non per attivarlo, per quest’ultima operazione dovrai infatti acquistare e pagare regolare licenza (retail, ESD, ecc.). Uno specchietto di facile utilizzo è disponibile sul forum di tenforums all’indirizzo tenforums.com/tutorials/95922-generic-product-keys-install-windows-10-editions.html. Stabilita la versione di Windows che dovrai installare (o aggiornare) puoi pescare un codice da quella tabella e utilizzarlo per procedere.

Una volta approdato su Windows 10, ti verrà notificato che dovrai eseguire quanto prima l’attivazione del prodotto, così da sfruttare in maniera completa le potenzialità del tuo nuovo Sistema Operativo.

Licenze a basso costo (ESD)

Windows 10, licenze ESD e Product Key di default

source: unsplash.com / author: Hanson Lu

Ed ecco la soluzione a ogni possibile protesta di coloro che pretendono di non pagare lo sviluppo di un prodotto che sta alla base della piramide alimentare (escludendo il puro costo dell’hardware). Si chiama ESD ed è l’acronimo di Electronic Software Delivery, in parole povere si tratta di codici di licenza assolutamente legali che non sono associati ad alcun supporto ottico o scatola acquistabile negli store fisici. Non hai DVD di installazione di Windows, non hai la scatola da conservare tra le tue cose, non hai nulla a eccezione della Product Key utile all’attivazione del tuo nuovo Sistema Operativo, il costo è quindi molto più basso del normale, spesso inferiore anche a un codice OEM che segue la vendita di una specifica macchina (o produttore che ne acquista in blocco). Questo codice è in qualsiasi momento rivendibile se non più (o mai) utilizzato.

Prima che compaia qualche paladino della giustizia all’interno dell’area commenti, ti segnalo una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (C-128/2011) che parla dell’argomento (seppur trattando una causa di Oracle International Corp. contro UsedSoft GmbH) e che puoi liberamente consultare all’indirizzo eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:62011CJ0128&from=IT. Estraendo parte di quanto riportato, i passaggi più importanti sono quelli relativi al diritto di sfruttamento di una licenza e alla vendita della stessa come “seconda mano” con qualsivoglia mezzo, nello specifico:

L’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2009/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2009, relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore, deve essere interpretato nel senso che il diritto di distribuzione della copia di un programma per elaboratore è esaurito qualora il titolare del diritto d’autore che abbia autorizzato, foss’anche a titolo gratuito, il download della copia su un supporto informatico via Internet abbia parimenti conferito, a fronte del pagamento di un prezzo diretto a consentirgli l’ottenimento di una remunerazione corrispondente al valore economico della copia dell’opera di cui è proprietario, il diritto di utilizzare la copia stessa, senza limitazioni di durata.

Gli articoli 4, paragrafo 2, e 5, paragrafo 1, della direttiva 2009/24 devono essere interpretati nel senso che, in caso di rivendita di una licenza di utilizzazione che implichi la rivendita di una copia di un programma per elaboratore scaricata dal sito Internet del titolare del diritto d’autore, licenza che era stata inizialmente concessa al primo acquirente dal titolare medesimo senza limitazione di durata ed a fronte del pagamento di un prezzo diretto a consentire a quest’ultimo di ottenere una remunerazione corrispondente al valore economico della copia della propria opera, il secondo acquirente della licenza stessa, al pari di ogni suo acquirente successivo, potrà avvalersi dell’esaurimento del diritto di distribuzione previsto dall’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva medesima e, conseguentemente, potrà essere considerato quale legittimo acquirente di una copia di un programma per elaboratore, ai sensi del successivo articolo 5, paragrafo 1, di tale direttiva, beneficiando del diritto di riproduzione previsto da quest’ultima disposizione.

È per questo motivo che di store di licenze ESD ne sono spuntati quasi più che “Compro oro” nelle tante città d’Italia. È un business che può certamente essere remunerativo per chi lo mette in piedi ma anche per tutti coloro che vogliono corrispondere almeno una parte della cifra inizialmente richiesta (in questo caso da Microsoft) per lo sviluppo di un software. Questo si applica a qualsiasi tipo di software e di licenza, ivi compresi Windows e Office.

Ho già acquistato codici ESD che hanno correttamente attivato delle installazioni di Windows 10 (sia nuove che upgrade da sistema non correttamente licenziato) e posso quindi consigliarti di fare lo stesso se hai intenzione di fare questo salto. Ciò che mi preme dirti è che trattandosi di licenze già utilizzate, è bene fare acquisti solo attraverso piattaforme in grado di garantirti un rimborso della cifra spesa in caso di malfunzionamento del codice, siti web come Amazon o eBay con protezione degli acquisti PayPal quindi. Io personalmente tendo sempre a utilizzare il primo, la garanzia dalla A alla Z protegge più che bene anche questo tipo di “shopping“.

Qui di seguito ti lascio qualche riferimento a prodotti ESD su Amazon, anche se la lista è decisamente più nutrita. Occhio alla versione che acquisti e al tuo attuale sistema operativo se desideri pagare una licenza per upgrade.

Se stai usando Windows 7 Pro a 64 bit, posso consigliarti questo acquisto. In tutti i casi il codice di licenza ti verrà recapitato a mezzo posta elettronica (tramite sistema mail interno di Amazon) nel giro di qualche ora al massimo, dovrai solo pazientare un attimo. A te non resta che andare a inserirlo nel pannello Impostazioni di Windows 10 e procedere con l’attivazione (tra verifica e conferma impiegherai un minuto al massimo).

Siamo arrivati al termine di questo articolo. Come al solito per qualsiasi dubbio ti invito a lasciare un commento qui di seguito, la registrazione a Disqus non è affatto obbligatoria.

Buon lavoro!

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