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Stamattina mi trovavo in giro per Milano per un paio di appuntamenti. Ho ingannato l’attesa dando un’occhiata a Twitter, e ho fatto caso ad alcuni strani movimenti decisamente poco avvezzi all’essere autorizzati dai relativi proprietari, si trattava di stati clonati tra di loro, tutti più o meno pubblicati in una stessa fascia oraria, un evidente attacco a tappeto. Si è trattato di un vero e proprio sfacelo, di quelli che da qualche tempo non se ne vedevano più, pare che colpa sia stata di un’applicazione di terza parte con autorizzazioni di lettura e scrittura sugli account Twitter dei suoi utilizzatori.

Di Twitter, Turchia e accessi indesiderati

Ho visto per primi i tweet di Paolo Attivissimo, che è solito ricevere, verificare e rilanciare materiale solo se non si tratta di bufale (che in realtà combatte da sempre e stronca sul nascere). Uno, poi un altro, poi altri ancora e così via, sembra che account non collegati tra di loro abbiano pubblicato stati pro-Erdoğan (il presidente turco):

Il tweet contiene una svastica, alcuni hashtag che si riferiscono al nazismo, un video celebrativo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e varie scritte fra cui “ci vediamo il 16 aprile”. È la data del referendum costituzionale in Turchia che deciderà se rafforzare i poteri del presidente, una riforma promossa e sponsorizzata dallo stesso Erdoğan. I riferimenti al nazismo e ai Paesi Bassi si legano probabilmente ai diversi litigi diplomatici che Erdoğan ha avuto con alcuni leader europei la scorsa settimana, dopo che in diversi paesi ai membri del governo turco è stato impedito di tenere comizi politici in vista del referendum (probabilmente perché non vogliono legittimare un governo autoritario e ultra-nazionalista come quello di Erdoğan).

vedi: ilpost.it/2017/03/15/attacco-hacker-twitter-turchia

I tweet si susseguono, l’attacco dilaga e gli account violati aumentano, basta dare un’occhiata a questo piccolo elenco di tweet, che in realtà sono poi diventati ancora di più, ma non posso certo star lì a recuperarli tutti ;-) (ci vuole ben poco in realtà):

Impossibile fare diversamente, Paolo cala l’asso e consiglia caldamente l’utilizzo della 2FA (l’autenticazione a due fattori, per la quale combatto e scrivo da sempre):

Twitter aveva attivato l’autenticazione a due fattori tramite SMS già nella prima metà del 2013, evolutasi e passata ad autenticazione (sempre a due fattori) tramite la sua stessa applicazione pochi mesi dopo. Dal 2013 le cose sono ulteriormente cambiate e ci sono stati altri miglioramenti. Ora è possibile anche generare codici temporanei utilizzando applicazioni di terze parti come Google Authenticator o Authy. Non hai quindi più scuse per perdere tempo, attivala subito.

È solo dopo un’ora circa dai primi attacchi (orario italiano) che si scopre che il problema non è Twitter, né tanto meno una password troppo debole degli utilizzatori colpiti. Il cavallo di Troia si chiama TwitterCounter, un servizio (a ora che sto scrivendo l’articolo è down per manutenzione) che permette di rilevare diverse statistiche riguardo il proprio utente Twitter. Per utilizzarlo è necessario autenticarsi tramite il proprio user Twitter (sfruttando le API) e dargli accesso in lettura e scrittura. La seconda ACL è quella che ha causato il danno più visibile, evidentemente.

Paolo ha raccolto diverse informazioni e le ha messe a disposizione di tutti nell’articolo che potrai leggere all’indirizzo attivissimo.blogspot.it/2017/03/violazioni-di-massa-di-account-twitter.html.

Da lì a poco anche Matteo è entrato in gioco e ha fornito dettagliate statistiche che mostrano l’evoluzione dell’attacco e gli account colpiti, con relativi rimbalzi, visualizzazioni e chi più ne ha più ne metta. Trovi tutto il materiale all’indirizzo matteoflora.com/a-social-media-analysis-of-the-turkish-%E5%8D%90-nazialmanya-attack-294ff653085c#.mxnysyvy7.

Nel frattempo, anche Gizmodo ha raccolto ulteriori informazioni e le ha inserite all’interno del loro articolo riepilogativo (gizmodo.com/twitter-accounts-hacked-with-swastikas-through-third-pa-1793286451). I passaggi più importanti sono quelli relativi alle affermazioni di Twitter e del servizio di terza parte TwitterCounter, che riporto:

Update, 5:36am: Twitter just sent us this statement:

We are aware of an issue affecting a number of account holders this morning. Our teams are working at pace and taking direct action on this issue. We quickly located the source which was limited to a third party app. We removed its permissions immediately. No additional accounts are impacted. Advice on keeping your account secure can be found here.

vedi: support.twitter.com/articles/76036 (consigli di sicurezza che tutto sommato riportano quanto già detto da me, da Paolo e da molti altri, mille volte)

Da lì a poco, inevitabile il tweet di TwitterCounter:

Ciò vuol dire che, almeno per il momento, nulla si può muovere tramite TwitterCounter, il quale ha anche modificato la sua chiave privata per sfruttare le API di Twitter, così da evitare (si spera) ulteriori attacchi. Se e quando verrà scoperta la falla beh, questo non è ancora dato saperlo (ma salterà sicuramente fuori nelle prossime ore, o almeno tutti ce lo auguriamo).

Occhio a chi hai autorizzato

Il mio consiglio, oltre a quello di andare ad attivare l’autenticazione a due fattori e rimuovere immediatamente l’accesso all’applicazione TwitterCounter (ammesso tu l’abbia mai autorizzata) da twitter.com/settings/applications, è quello di verificare quante altre applicazioni possono accedere al tuo account Twitter, e fare una pulizia di primavera in leggero anticipo, per evitare che chiunque possa sfruttare falle che esulano da Twitter o dalla tua capacità di proteggere l’account con una robusta password e un corretto metodo di verifica.

Se non utilizzi più un’applicazione, se non ne riconosci il nome, se pensi di non averci nulla a che fare, rimuovi il suo accesso. Ricorda che potrai sempre ridarglielo in un secondo momento, senza conseguenze (dovrai semplicemente riautenticarti a Twitter). Fai distinzione tra lettura e scrittura, e prediligi l’eliminazione immediata di chi ha accesso in scrittura al tuo account, guarda la differenza in questa immagine catturata dal mio account:

Di Twitter, Turchia e accessi indesiderati 1

Ricorda solo che, nel caso tu utilizzi iOS o macOS abitualmente (sistemi operativi di casa Apple), revocare i diritti di accesso non è immediatamente banale, devi pensare più in grande e toglierli all’intero sistema, come spiegato nella documentazione ufficiale di Twitter.

Non perdere altro tempo, dai un’occhiata alle tue impostazioni di sicurezza e fai in modo da proteggerti il più possibile da accessi (e utilizzi) indesiderati.

Cheers.

G

Con Android spesso è tutto più semplice, non ha particolari restrizioni nei confronti dell’utente finale e si riescono a fare cose che su iOS attualmente non sono consentite (mi viene subito in mente il controllo remoto, tanto per fare un esempio). L’articolo di oggi parla di un prodotto utile per aggirare l’ostacolo della registrazione del monitor, per realizzare tutorial video o catturare sessioni di gioco da poter poi pubblicare su YouTube (argomento che spesso interessa i più giovani).

Si chiama –senza troppa fantasiaiPhone Screen Recorder, e lo sviluppa la AceThinker.

iPhone Screen Recorder di AceThinker

iPhone Screen Recorder sfrutta la tecnologia AirPlay di Apple per farsi trovare da iOS, e ne cattura l’output. Questo vuol dire che, sul monitor del PC, potrai vedere e registrare qualsiasi cosa accada su iPhone o iPad, audio compreso. Al termine della registrazione, otterrai un video con la qualità e il formato precedentemente stabilito. Il programma nasce evidentemente per Windows, ma è disponibile anche per il più recente macOS, quest’ultimo propone però meno opzioni rispetto a quelle disponibili su sistema Microsoft, ed è la versione che ho provato per scrivere l’articolo.

La configurazione del programma è davvero semplice (e già pronto per funzionare subito dopo l’installazione, senza necessità di particolari impostazioni). Ti basterà cercare dispositivi disponibili per la trasmissione AirPlay dal menu basso di iOS e il gioco è fatto, noterai subito l’applicazione in esecuzione:

Fai clic per trasmettere verso il dispositivo di duplicazione, partirà il mirroring del monitor all’interno dell’applicazione lanciata su PC. Potrai mostrare “la diretta” durante una proiezione, registrare un video o catturare facilmente screenshot, tutto a portata di clic, puoi anche scegliere di mettere a tutto schermo ciò che in quel momento stai facendo sul dispositivo. Ho voluto fare un paio di test con due giochi, dato che la società di sviluppo punta molto su questo aspetto.

Ti lascio vedere il risultato finale mettendo a confronto Super Mario Run e Fallout Shelter, due titoli molto diversi tra di loro, anche per lo sfruttamento delle risorse del dispositivo (un iPhone 6 con a bordo iOS aggiornato). A te la (per forza piccola) playlist:

Avrai certamente notato una mancata sincronizzazione (fluida) tra video e audio del primo e sì, non è colpa della conversione YouTube, e dubito possa essere colpa del mio MacBook (perché ho fatto un altro test passando per QuickTime). Quella mancata simbiosi si nota molto meno nella registrazione di Fallout Shelter, eseguita con l’identico hardware e software. Il programma in realtà dà il meglio di sé quando si chiede di registrare la normale attività del sistema, o magari un passo-passo di una qualche applicazione che non sia ludica, lo ritengo un utilissimo braccio destro per realizzare dei tutorial da mettere a disposizione degli utenti (anche in azienda), meno per pensare di mettermi a fare lo Youtuber imprecando e urlando sull’ultimo titolo disponibile in AppStore.

Giusto per completezza, ho registrato e caricato un terzo video, registrato con la versione per Windows che, come anticipato, integra alcune altre opzioni riguardo il formato video (e non solo). Ho selezionato prima un diverso livello del gioco, per poi tornare sul livello 1-1 per replicare la registrazione fatta nel primo video catturato dal MacBook.

iPhone Screen Recorder di AceThinker 3

Se ingrandisci l’immagine (ti basterà selezionarla con un clic), noterai una bassa qualità dell’anteprima, cosa che per fortuna sparisce nella registrazione video ad alta qualità.

La licenza (a oggi, che sto pubblicando l’articolo) costa l’equivalente di poco meno di 30€, e permette di sbloccare completamente l’applicazione che stai già provando (magari) sul tuo PC, permettendoti di registrare video lunghi e senza alcun logo all’interno. Una possibile alternativa di fascia alta è AirServer, che avevo provato con risultati molto soddisfacenti in passato, e che propone una licenza meno costosa (meno della metà di quella di iPhone Screen Recorder, nda), con diversi punti a favore e qualche piccola pecca (baso però il mio giudizio su una versione di qualche tempo fa, che potrebbe quindi essere ulteriormente migliorata), e in realtà corrisponderebbe alla mia scelta se dovesse servirmi un software di cattura monitor di iOS.

Esistono ulteriori alternative? Certamente. Con alcuni altri del “settore” bisogna però scendere a compromessi, quelli che a un cliente pagante non piacciono mai (è un po’ più facile mandare giù la pillola amara quando si sfrutta qualcosa gratuitamente, e neanche in tutti i casi).

Milano Real Life (MRL) è il nome di una raccolta di articoli pubblicati sul mio blog, raccontano la vita di un "perfetto nessuno" che ha deciso di spostare abitudini e quotidianità in una differente città rispetto a quella di origine. Alla scoperta della caotica capitale lombarda mai tanto amata e odiata allo stesso tempo, per chi è nato qui e ancora oggi continua a viverci per volere o necessità, per le centinaia di persone che invece vengono da fuori e vedono Milano come una piacevole alternativa o una costrizione imposta dalla propria vita lavorativa. La rubrica "leggera" di approfondimento alla quale però non fare l'abitudine, non siamo mica così affidabili da queste parti!

Questo è uno di quegli articoli che avrei dovuto terminare e pubblicare nel corso del 2016, sappiamo tutti com’è andata ed è sufficientemente evidente (senza troppa fatica) dato che lo stai leggendo adesso. Ci riprovo. L’argomento non mi riguarda nello specifico, ma è pur sempre vero che si parla di uno degli alimenti forse più apprezzati in tutto il mondo e di ciò che riguarda la più classica delle modalità di fruizione: la consegna a domicilio.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 5

Io ci ho lavorato in una pizzeria d’asporto, ai tempi delle scuole superiori (quando gli anni erano giusti per cavalcare un due ruote 50cc e cercare di non fare troppo il pirla per le strade), probabilmente ci hai lavorato anche tu per pagarti il pacchetto di sigarette o qualche piccolo gadget (non è che la paga potesse permetterti di fare chissà cosa). Ancora i problemi me li ricordo piuttosto bene: ho chiamato ma la linea era occupata, hai fatto ritardo di un minuto e ventisette secondi, la pizza è poco pizza, lo scooter ha scooterato troppo e mi hai consegnato la bufala spostata di 20 gradi a destra, e chi più ne ha più ne metta.

Da PizzaBo a JustEat, ma non solo

Le cose nel frattempo sono molto cambiate, il servizio si è evoluto nonostante l’alimento sia rimasto tale (e meno male, non lo cambierei per nessuna facilitazione al mondo) e la tecnologia è corsa in soccorso di ogni cliente. Se il nonno preferisce sempre alzare la cornetta e contattare la pizzeria più vicina a casa (sopportando la linea occupata, il baccano di sottofondo e la mancata comprensione di chi solitamente prepara i cartoni della pizza e che in quel caso scriverà la metà degli ingredienti richiesti), il giovanotto con lo smartphone integrato in una mano preferisce l’applicazione, a qualcun altro basterà la via di mezzo, il sito web. Se da soli però non si va molto lontano, insieme si mette in piedi una forza, è su questa base che PizzaBo era cresciuto e aveva potuto abbandonare la splendida Bologna (soprattutto dopo l’acquisizione di Rocket), sappiamo poi tutti (forse) com’è andata a finire, e non è stata affatto una storia a lieto fine, non per chi quel progetto l’aveva messo in piedi (su StartupItalia trovi un’evoluzione dell’intera questione, tutta ben scritta).

La strada è stata tracciata, il destino è quello, e non credo si possa tornare indietro (a meno di voler rimanere una piccola e classica pizzeria di quartiere, non necessariamente una brutta cosa). Tutto diventa più freddo ma estremamente più preciso, ci si distacca da quel povero ragazzetto che deve smettere di preparare i cartoni, cercare le vie e accorpare le consegne più vicine, insieme a tutto il resto delle cose che c’è da fare (e qualcuno dovrà pur farle). Certo ogni tanto mancano ingredienti sul divino disco di pasta lievitata, ma è qualcosa che si sopporta (al massimo un paio di volte, ti avviso in entrambi i casi, dalla terza in poi cambio pizzeria), si saltano fasi seccanti (come quella del pagamento in contanti alla consegna, con scene al limite del ridicolo per resti mai sufficienti e mancanza di appoggi validi per terminare la transazione).

Survive

Poi arriva Domino, in Italia intendo, perché in America è presente da sempre, e se la gioca con Pizza Hut per il monopolio della pizza da fast food. Nasce la prima sede della Martinella e a seguire il sito web, attraverso il quale ordinare la pizza consegnata a domicilio, chiedere di pagare immediatamente e attendere il giusto tempo per affrontare le varie fasi di preparazione e consegna, in pratica è l’arma definitiva, quella messa bene in mostra e in attesa di brevetto, il Tracker:

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto

Il non plus ultra dello stalking applicato all’alimento per eccellenza, un falco che guarda e pressa il pizzaiolo che riceve l’ordine e che dovrà gestirlo cercando di rispettare i termini, una garanzia che non perdona e che veleggia in bella vista sul cartone e sul sito web: una pizza che arriva a casa sempre calda (stampato sul cartone che la contiene) e addirittura una tempistica al limite di Transporter (hai presente il film? Quello in cui se non si spacca il minuto preciso si infrangono almeno 35 regole o giù di lì?), come riportato dai monitor all’interno della pizzeria (ogni tanto la si va anche a prendere direttamente) e che mostrano fieri quei 20 minuti circa dall’ordine alla consegna (oltre oceano questa tempistica ha un costo aggiuntivo).

L’evoluzione non perdona

In tutto questo, nonostante non ci siano garanzie scritte, si innesca un meccanismo al quale il cliente fa l’abitudine, e che alla lunga pretenderà, dandolo (in maniera errata, non lo metto in dubbio) come scontato. Spesso un servizio (un prodotto o un fornitore) viene scelto rispetto a un altro proprio per piccole differenze, come il tempo richiesto per ottenere il bene (e credo che in questo specifico ambito il tempo non sia un fattore così banale). Ciò non va assolutamente d’accordo con le promozioni che mettono sotto stress uno staff che però rimane sempre lo stesso (per numero di componenti) e che già affronta il normale carico di lavoro al quale è sottoposto quotidianamente. Ne è stato l’esempio proprio la Martinella (chiamo così la filiale Domino di quella via di Milano), che si è ritrovata un po’ tanto in ginocchio in quasi ogni “occasione particolare“, dagli Europei di calcio (2016) al periodo festivo di S.Ambrogio, a quello a cavallo tra vecchio e nuovo anno.

Lo ricordo ancora quell’ordine. Partito durante lo scorso ponte di S.Ambrogio (7-10 dicembre), mi aveva insospettito perché solitamente il tracker impiega molto poco a passare dalla fase 2 alla 3 (quando le pizze vanno in forno), cosa che non è successa. Nel commento sulla pagina Facebook c’è scritto tutto, l’ho pubblicato qualche tempo dopo l’accaduto, perché quella sera ho solo pensato a risolvere il problema, e quando la filiale non è riuscita a procedere per il mio rimborso (avevo pagato con carta di credito immediatamente, come sempre) ha scambiato l’ordine della mia consegna sacrificando quello di un altro cliente, una cosa che mi ha infastidito due volte, perché quel cliente (che non conosco) si è beccato ulteriore ritardo a causa mia, che però non c’entravo nulla. Sono arrivate le scuse (con molta calma) e anche il classico buono sconto su un ordine successivo, per farsi perdonare.

Da lì a una settimana ho fatto un nuovo ordine, io e Ilaria avevamo ospiti in casa, c’era la “CyberWeek“, tutto si stava ripresentando alla stessa maniera, ho chiamato a neanche 10 minuti di distanza dalla ricezione dell’ordine e indovina un po’, l’antifona era la stessa, c’erano troppi ordini. Mi è bastato dire che facevo parte della serie di errori della settimana precedente per far nuovamente scalare il mio ordine, portando così un ritardo di soli 20 minuti rispetto al previsto. Ovviamente, come per ogni cosa fatta di fretta, le pizze erano deludenti e una in particolare, nonostante una richiesta ben specifica per intolleranza ai latticini, è arrivata con la mozzarella a bordo (l’adesivo tipico di Domino attaccato al cartone della pizza riportava correttamente la mia richiesta dell’evitare i formaggi).

La gatta frettolosa …

Google conosce il resto del proverbio, nel caso in cui tu non lo conosca. Da qualche giorno è disponibile la nuova applicazione di Domino’s Pizza Italia, per iOS e Android, la quale però non condivide il database utenti con il sito web. Io, in maniera assolutamente stupida e sbadata, ho provato a entrare con la mia coppia di credenziali, ottenendo l’errore a video.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 3

Vuoi che ti dica che sono stordito perché avevo davanti agli occhi la risposta? Si, lo sono, è come se lo sguardo avesse ignorato completamente quelle prime righe in cui si spiega molto chiaramente che occorrerà registrare un nuovo utente per poter collegarsi con l’applicazione, mi sono fatto prendere per i fondelli anche dallo staff della pagina Facebook, che solitamente impiega diverso tempo a rispondere, e che invece ha rimpinguato il team dedicato, che ora risponde molto rapidamente.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 4

Perché tutto questo? Non ne ho idea, davvero, non ha alcun senso. Registri due volte la stessa identica casella di posta associata al tuo profilo Domino (la password è già diversa, tanto per dire), qualcuno provvede a verificare (in maniera automatica o manuale, chi lo sa) gli ordini arrivati da sito web e da applicazione per poter far risultare i giusti “punti” sul profilo.

Domino’s Pizza Italia
Developer: Timeware srl
Price: Free
Domino’s Pizza Italia
Developer: TIMEWARE SRL
Price: Free

Occorrerà inserire da zero i propri dettagli, l’indirizzo di consegna, la carta di credito da utilizzare per i pagamenti. Non c’è condivisione degli ordini precedenti, non c’è nulla di nulla, non c’è persino il dettaglio del citofono, così il fattorino è costretto a chiamarti sul cellulare (come accaduto sabato sera scorso), perdendo ulteriore tempo, il tutto condito da un primo periodo di blackout totale a causa dei troppi accessi da mobile, evidentemente sottovalutati.

Di pizze e riflessioni sui servizi di asporto 6

In conclusione

Ho scritto e mi sono lamentato fin troppo, ma è chiaro che nulla (neanche la gentilezza dei fattorini, la bravura di un pizzaiolo o la bontà di una materia prima) può nulla (o quasi) contro un’arretratezza tecnologica o una serie di errori ai quali è difficile porre rimedio (a meno di non tornare indietro nel tempo).

Vola basso Domino (da non leggere con presunzione o voglia di polemica facile), sei davvero una valida alternativa a JustEat e alle pizzerie (e non solo quelle) che è in grado di raggruppare e proporre, puoi fare strada, ma devi stare al passo con i tempi (quelli di consegna previsti) e con le richieste dei tuoi clienti, non serve a nulla fare l’applicazione se poi quando la lanci sul mercato non è ancora completa. La aspettavamo da tanto tempo, è vero, ma prendersi un mese in più non vuol dire tradire la fiducia del mercato, vuol dire pubblicare qualcosa di fatto e finito, non beta (anche se non specificato), e già che ci sei sarebbe bello capire quanto carica è una tua filiale, così da evitare che possano accadere episodi come i due citati qualche riga più sopra, che poi è il problema che da sempre contraddistingue chi si associa a JustEat (zero regole realmente rispettate, indipendenza totale e ritardi all’ordine del giorno).

Ora torno nella gabbia, con permesso, e grazie a te se sei riuscito a leggere fino a qua il mio delirio colato :-)

Buongiorno, ancora buon anno, bentrovato (sento voci dal fondo della fila che inneggiano al buongiorno un …, più o meno ciò che ho pensato io rientrando in ufficio la settimana scorsa). Fai finta che tu abbia già letto un fantastico post di chiusura anno, di quelli che tirano una riga (tanto adorata da Lapo) e fanno le varie somme, qualcosa di davvero gradevole, perché nonostante la buona volontà il tempo è tiranno e non sono riuscito a scriverne uno, quindi continuiamo con i soliti contenuti del blog come nulla fosse, ci sarà tempo per dire “benvenuto” al 2017.

Dopo circa un mese di onorato servizio (in realtà qualche giorno in più, e ancora io e Ilaria dobbiamo smontare l’albero e l’illuminazione fuori dal balcone, non voglio pensarci), posso finalmente parlarti delle prese intelligenti, quelle che –secondo una mia personale visione– vanno a sostituire in maniera egregia e più tecnologica i temporizzatori (questi, per capirci).

Prese intelligenti: cosa acquistare?

Il tuo smartphone, l’applicazione dedicata, la presa collegata al WiFi di casa e un clic, così puoi accendere o spegnere qualsiasi dispositivo collegato a quella presa, anche se ti sei dimenticato di impostarne l’accensione o lo spegnimento automatico, una comodità –a patto di avere una WiFi sempre attiva in casa– che ha pochi eguali. Pensa all’utilizzo in una casa di campagna fredda durante l’inverno o troppo calda in estate, e ora pensa ai pochi secondi che ci vogliono per accendere una piccola stufetta che hai lasciato collegata a quella presa, prima che tu arrivi ad aprire le porte della casa, la troverai già calda, ti sembra poco? :-)

Il mio utilizzo è stato decisamente più spartano e bislacco, ma comunque ha risolto qualcosa per me scomodo: il dover accendere e spegnere le luci di natale fuori dal balcone. Si, ho una compagna anche io, quella alla quale ha fatto piacere avere già le luci accese al rientro a casa e spente al mattino, al primo sorgere del sole. Studiati gli orari migliori, restava l’acquisto della presa intelligente da tenere sul balcone, protetta da pioggia e sole diretto. Ho fatto due acquisti per valutare un prodotto di fascia medio-bassa e uno di alta.

Da Yongse a D-Link

Acquistata su Amazon a circa 20€, costa una decina di euro in meno di una D-Link (l’alternativa di fascia più alta, acquistata insieme alla prima approfittando di uno sconto), svolge però lo stesso mestiere principale: accende e spegne a comando qualcosa che è stata collegata a lei, con schedulazione oraria oppure manualmente, dall’applicazione.

Rapidamente, qualche osservazione: l’applicazione “Broadlink” per controllare la presa Yongse si scarica dal sito web del produttore, non da Play Store, fonte “non sicura” (qui ne trovi una copia sul mio Dropbox), dovrai abilitare l’opzione di installazione pacchetti di terze parti sul tuo Android. Non ho provato (in tutta onestà) l’applicazione iOS. Non la conoscevo prima, l’ho scaricata, creato un account per la prima volta (utilizzando una password dedicata) e tutt’oggi la utilizzo. Tutto sommato spartana, potrebbe fare più di quanto sia realmente necessario.

Sotto rete WiFi è alquanto schizzinosa, lenta nel collegarsi all’account, spesso fallisce proprio. Basta un attimo sotto rete 4G (o 3G, ovviamente) e tutto si risolve. Anche dopo un login fallito sotto WiFi (non si capisce per quale strana magia) riuscirai comunque a controllare la tua presa intelligente, anche se non sei teoricamente connesso (all’account, intendo, ricorda che comunque avrai effettuato almeno un login precedentemente).

Un pulsante, un’azione, è semplice, saprebbe usarla davvero chiunque (e secondo me vale anche per la parte relativa alla schedulazione di giorni e fasce orarie). Altri difetti non ne ho trovati, davvero (ma ricorda che non puoi farla lavorare su WiFi 5GHz, e questo per alcuni potrebbe essere un problema, così come una password superiore ai 16 caratteri o con caratteri particolari come lo spazio).

La presa è sul balcone di casa da più di un mese, in perfetta forma, non perde un colpo e nonostante le temperature non siano proprio tra le più tropicali, non mostra segni di cedimento. Ah si, un’altra cosa: nella stessa presa intelligente c’è un attacco USB femmina, che puoi utilizzare per alimentare contemporaneamente un’altra periferica, come un cellulare o equivalente.

Con D-Link la storia invece è diversa, lo si capisce già da come è costruita, dai dettagli e dalla sua applicazione fatta per tenere sotto lo stesso tetto più tipi di dispositivi (vale anche con alcune delle loro telecamere, giusto per dire). Costa di più (circa 40€, tranne negli ultimi tempi, attestatasi ormai sui 30€ circa), è meno dolce nei lineamenti, per certi versi più tedesca, lavora bene, l’applicazione permette di dare un’occhiata anche ad altri dettagli (come il consumo di kW/h e il loro costo). Anche questa permette di fissare una schedulazione oraria per l’accensione e lo spegnimento automatico del dispositivo connesso, così come la creazione di un ambiente fatto da più prese, da poter controllare contemporaneamente (immagina un ambiente intero, come una stanza).

L’applicazione è gratuita e disponibile sugli store Apple e Android:

mydlink Home
Price: Free
mydlink Home
Price: Free

E si presenta in maniera estremamente intuitiva, aiutandoti anche nella fase di setup del dispositivo (un po’ come vale per la Yongse, una procedura adatta a chi ha il WiFi in casa, ma non ha molta confidenza con le impostazioni del router, e vuole passare quindi da un semplice accoppiamento rapido, magari in WPS).

Questa, un po’ per non fare torto all’altra, l’ho usata per il medesimo scopo, ma tenendola indoor. È servita per accendere e spegnere le luci dell’albero di Natale, senza dover andare a staccare e riattaccare la spina nascosta volutamente dietro il divano (avevo pensato inizialmente di mettere una ciabatta con interruttore, ma così facendo è stato ancora più comodo, da smartphone è tutt’altra cosa) :-)

Migliore la fattura, un pelo più grande l’ingombro (un po’ come detto già all’inizio evidenziando il particolare riguardo la sua estetica), in entrambi i casi però è perfetta la profondità della spina che andrà a fare da tramite tra la spina vera e l’accensione completamente comandata (o programmata, poco importa).

Sono prodotti (entrambi) che torneranno nella scatola entro breve, e che potranno essere riutilizzati certamente nel corso dell’anno, per poi rendere più facile e snella la vita quando incomberà la festività del Natale del 2017. In tutto questo, l’unico gesto di mancata benedizione di Ilaria è stato quello che ha riguardato il prezzo. Per me è stato tutto sommato bilanciato rispetto ai produttori (forse sul primo avrei avuto un pelo più di riserva, ma volevo metterne due sui piatti della bilancia, per capire che differenza ci fosse tra le varie prese disponibili sul mercato).

Aukey non ne esce bene

Si perché in realtà era partito tutto dalla necessità di una semplice presa “parzialmente intelligente“, qualcosa che poteva andare bene anche controllandola con un telecomando lasciato sul tavolo di casa, da accendere e spegnere senza necessità di uscire in balcone, a prendere freddo per staccare o riattaccare la spina nella presa a muro. Per questo motivo avevo dato una possibilità ad Aukey, ottima azienda dalla quale ho acquistato diversi loro prodotti in passato e mi sono sempre trovato bene, ma che stavolta non ha fatto centro rispetto alla mia esigenza.

Sono 3, è vero, ma soffrono di una necessità di occupazione spazio non indifferente, senza contare che non sono affatto adatte a prese schuko di ogni tipo (nel caso della mia esterna, non riuscivano a rimanere attaccate, costringendomi a utilizzare un adattatore!), la ciliegina sulla torta che ha fatto partire il reso verso Amazon è stata l’impossibilità di attaccare una spina schuko a mia volta (quella delle luci esterne), costringendomi ancora una volta a prendere un adattatore. Ho voluto stare al gioco e provarci, in pratica da muro avevo circa 25cm di distanza tra un adattatore e l’altro, una vera schifezza.

Dopo questo tentativo andato a male, sono passato alle prese intelligenti di cui ti ho parlato nella prima parte dell’articolo, com’è andata lo sai già (se hai letto fino a qui) :-)

Se hai domande, come al solito, l’area commenti è a tua totale disposizione.

Disclaimer per un mondo più pulito
Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" riportano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistare il prodotto e decidere di pubblicare un articolo ad-hoc in seguito, solo per il piacere di farlo e condividere con voi i miei pensieri. Ogni articolo rispetta -come sempre- il mio standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: ogni prodotto è stato acquistato in completa autonomia, nulla mi è stato fornito per realizzare questo articolo.

Quella appena passata è stata una settimana poco ricca di articoli, me ne rendo conto. Capirai che però questo periodo funziona un po’ come quello che precede quello delle ferie estive, sembra che tutti abbiano fretta (ma di cosa) e che tutte le deadline, in ufficio così come a casa, scadano “per ieri“. Facile quindi intuire che tra una cena di Natale con gli amici e una con i colleghi di lavoro, il tempo non basti più, e a rimetterci è sempre questo povero blog. Dopo essere sopravvissuti alla cena della vigilia e al pranzo di Natale, e aver tirato bidone per l’uscita dell’articolo ieri, non posso far mancare il quarto e ultimo appuntamento di questa serie dedicata al #4WeekendApps :-)

Natale, feste, Merry Christmas (XMas)

Auguri a tutti voi!

Di cosa si tratta?

4 settimane per 4 app: Dovrei rispondere? 14 settimane per 4 app (#4WeekendApps) è la classica iniziativa a tempo che ti propone un articolo leggero, adatto al sabato alla domenica (stavolta) al lunedì (causa ritardo natalizio), alle tue letture da viaggio, senza l’abuso di quel povero neurone messo sotto torchio durante i giorni feriali passati in ufficio (o altrove, ma pur sempre #PerLavoro!).

Perché Android? Perché è il sistema operativo che utilizza il mio smartphone personale, che sfrutto principalmente, perché lo preferisco spesso a iOS. Questo non vuol dire che le applicazioni di cui ti parlo esistono solo su Play Store (anzi, tutto il contrario), vuol solo dire che immagini e riferimenti sono stati catturati da Android, #Gomblottoh!

Oggi ti parlo di: Dovrei rispondere?

Tutto vero (cit.), ho sostituito in maniera definitiva TrueCaller (te ne avevo parlato qualche tempo fa) con questa nuova applicazione che si prefigge lo stesso scopo, ma che arriva all’obbiettivo senza l’invasività della più conosciuta. Ritengo che questo sia stato un dettaglio importantissimo per la scelta. TrueCaller svolge il suo mestiere, non lo metto in dubbio, ma tra pubblicità e suggerimenti non richiesti risulta davvero essere sempre in mezzo ai piedi. Dovrei rispondere? è nettamente più discreta, con impostazioni che permettono di controllare ogni singolo comportamento, funziona bene ed è gratuita, basandosi anch’essa sulla grande collaborazione degli utilizzatori.

Una volta installata, dovrai impostarla secondo tue preferenze, dandole ovviamente accesso a ciò che dovrà controllare (ammesso che tu sia un utente di Android 6 o superiore). Io ho lasciato fuori dai controlli i messaggi SMS e la utilizzo esclusivamente per controllare gli ID chiamanti, per evitare quanto più possibile di farmi scocciare da call center commerciali (e non solo), soprattutto durante gli orari di lavoro. Non c’è molto da raccontare su come l’applicazione debba essere tirata in piedi, agevolo (come al solito) una galleria di immagini che ti mostrano l’applicazione in attività, così da lasciarti godere una panoramica ad ampio spettro sul prodotto:

Puoi decidere (come ho fatto io) di bloccare un numero di telefono pubblicitario solo dopo averlo valutato negativamente, oppure di fidarti ciecamente delle recensioni altrui (scaricabili a tua discrezione) e bloccarli immediatamente, senza dare possibilità alcuna all’interlocutore dall’altra parte della cornetta.

L’applicazione, come già detto, è gratuita e non infila pubblicità ovunque, né nelle schermate principali dell’applicazione, né nel blocco popup che compare a video quando un ID chiamante non si trova nella tua rubrica, è disponibile a oggi solo su Android, non è detto che possa comparire un domani in versione più limitata su iOS (questo non permette di controllare l’applicazione telefono sovrascrivendo la schermata corrente):

Dovrei rispondere?
Price: Free

Piccola chicca: nonostante l’azienda abbia già fatto un ottimo lavoro sviluppando l’applicazione e tenendo sempre in gran forma il database, ha anche aperto una serie di siti web che permettono di cercare rapidamente un numero di telefono e leggerne le recensioni (ammesso che questo sia stato segnalato). Esistono più siti web per cercare di coprire le diverse lingue, italiano compreso. Il sito web adatto a noi risponde all’indirizzo chistachiamando.it, e nonostante una grossolana localizzazione (che lascia alquanto a desiderare), fa comunque il suo dovere a prescindere che l’applicazione sia installata sul tuo telefono, fornendo inoltre una classifica dei numeri più segnalati e di quelli da poco recensiti, dagli tu stesso un’occhiata! :-)

Al solito: per suggerimenti, commenti e alternative (anche metodi particolari per la misurazione o hardware che esula da applicazioni installabili sul proprio smartphone), l’area commenti è a tua totale disposizione.

Buona domenica! Buon lunedì e ancora buone feste! ;-)

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