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Letture per il weekend: Smettila di rubare lo stipendio anche tu

Letture per il weekend: Smettila di rubare lo stipendio anche tu

Beppe,

oggi voglio cominciare diversamente rispetto al solito questo mio articolo NON puntuale sulle letture per il fine settimana che esce un po’ quando voglio. Oggi voglio cominciare dedicandoti qualche riga, qualche pensiero. Ho letto, ho condiviso, ho ragionato, ci ho dormito sopra eppure il boccone amaro difficilmente può andare giù. Lascia che ti spieghi Beppe, io sono cittadino della tua splendida città, mi ha adottato e io ho saputo in qualche maniera adattarmi a lei apprezzandone le mille sfaccettature, ho sempre cercato di lasciare da parte gli attriti e le costanti critiche rivolte da chi ha ricevuto ceffoni da Milano. Milano prende, Milano dà, è una città che se vissuta male ti costringe a ripensare i tuoi progetti, tornare in patria natia, l’ho già visto accadere decine di volte, io però sono ancora qui, mi sono sposato, ho preso casa, ho un lavoro che intendo tenermi stretto perché lo adoro e difficilmente sceglierò di abbandonare la Madonnina, rispetto le regole, pago le tasse e faccio il mio dovere.

Ecco Beppe, è di lavoro che ti voglio parlare, sono un Amministratore di Sistemi, quello che nell’inglese che tanto ci piace puoi definire un System Administrator. Ho tanti anni di esperienza sulle spalle ormai, ho una serie di competenze che va molto oltre il mio mestiere e adoro metterle a disposizione dell’azienda che ha deciso di investire su di me nell’ormai “lontano” 2011 quando sono passato da consulente che andava avanti e indietro dall’Emilia Romagna alla Lombardia a dipendente. Quell’azienda oggi è cresciuta, è diventata parte di un Gruppo di cui posso vantarmi in giro di far parte, che investe tanto anche sulla risorsa umana senza la quale sarebbe impossibile raggiungere grandi risultati. Abbiamo iniziato a parlare di Smart Working (definizione errata quando si lavora esclusivamente dal proprio appartamento, è più corretto definire “lavoro remoto da casa” o con l’inglesismo da milanese imbruttito che ci contraddistingue “Working from home“, cosa contrattualmente ben diversa dal telelavoro). I nostri dipendenti hanno potuto lavorare sin dal primo giorno di lockdown con la propria dotazione informatica e i servizi da noi messi a disposizione, quello del supporto di primo livello ha ricevuto così tante telefonate ed email che ha portato a un picco mai raggiunto prima, a ogni quesito è stata data risposta, a ogni problema una soluzione. Siamo andati “in bolla” (altro modo di dire molto comune), tutti hanno potuto apprezzare il fatto che nessuno abbia avuto la reale necessità dell’arresto completo delle attività, abbiamo mantenuti i nostri posti di lavoro, i nostri stipendi, le tasse e il mutuo da pagare, le bollette.

Quello che invece non abbiamo mantenuto è stato quel correre del tempo tipico da ufficio comune. Arrivi, parcheggi (sempre che ci sia parcheggio), timbri il cartellino mentre chiedi alla Reception se va tutto bene e sganci un primo sorriso della giornata. Aspetti i colleghi, ti prendi un caffè, ti siedi alla poltrona e cominci a scorrere le email per arrivare al sacro graal della “Inbox 0“, il telefono, lo smartphone, le mille notifiche, i colleghi ritardatari che mentre gli altri lavorano disturbano entrando e facendo caciara quando tu sei lì già da più di un’ora, dipendenti che entrano nell’ufficio pensando che sia più semplice venire a disturbare te anziché sfruttare un servizio di supporto appositamente pensato (e pagato). Ecco Beppe, quello che mi piacerebbe sapere da te è se tutto questo ti accade quotidianamente in Comune. Forse sì, avrai mille problemi a cui pensare, mille incontri da fare e chissà cos’altro ancora e fino a che ora della giornata.

La mia giornata in teoria è fatta di 8 ore lavorative con un quarto d’ora “abbuonato” dall’azienda. Entro alle 8:15/8:30 e potrei uscire alle 17:15, non capita mai, solitamente fare le 17:30 è cosa comune, andare anche verso le 18:00 e oltre può succedere. Da quando lavoro da casa (cosa che già facevo ben prima del lockdown per un paio di giorni alla settimana, giusto per dire) quegli orari non esistono più. Inizio a lavorare intorno alle 8:00, finisco probabilmente alle 18:00, non è raro andare verso le 20:00. Questa cosa che capita a me è comune in realtà a molti altri colleghi che hanno in qualche maniera potuto bilanciare la loro presenza in famiglia, la spesa dal contadino (cosa che ho scoperto durante la quarantena e che non abbandonerò), la passeggiata al parco e il momento di svago con i propri figli. Il tempo Beppe, il tempo, è quella cosa che nessuno può restituirci ed è impagabile poterlo passare con le persone che ami. Ho lavorato spalla a spalla con mia moglie anch’essa costretta al lavoro da casa e anche lei assolutamente in grado di continuare a fare quello che ha sempre fatto in ufficio.

Ecco Beppe, sono sicuro che le tue parole in qualche maniera possano essere state travisate, che chi ti ha scritto il copione lo abbia fatto in buona fede ma senza rileggerlo con l’attenzione dovuta, che quell’effetto da te definito grotta con quel mugugno subito dopo l’affermazione sullo stipendio sia un po’ figlio della necessità di riportare il milanese nell’ufficio fisico per permettere la sopravvivenza dell’indotto che lo circonda. Il caffè al mattino, il pranzo freddo pagato come una cena in un ristorante di medio livello, i mezzi di trasporto pubblici (chi si appoggia a Trenord per i propri spostamenti di storie da raccontare ne ha parecchie, io proverei a chiedere quelle che raccontano la modalità “carro di bestiame“), i mezzi privati, l’inquinamento, l’aperitivo e già che ci siamo anche la cena perché magari la cosa va per le lunghe.

Ti dico le cose come stanno Beppe, il mio non è “verbo” ma puro e semplice spirito di osservazione con un pizzico di esperienza personale. Lascia che sia io a decidere in quale bar andare, non necessariamente quello sotto il mio ufficio (dove ce n’è solo uno e ha pure un caffè imbevibile), lascia che sia sempre io a decidere dove pranzare e con chi, dove prendere l’aperitivo, dove cenare, lascia che sia io a decidere se quel giorno non intendo uscire di casa (dove lavoro più che proficuamente guadagnandone in minore stress e minore spesa, senza considerare il poter tenere bloccata la mia vettura Diesel Euro 5b dato che il mio ufficio non è raggiunto dai mezzi pubblici), a recarmi presso l’Esselunga in orario un po’ più umano senza quindi avere la necessità di fare a gomitate con gli altri clienti.

Lascia che sia io a lavorare nella modalità che più preferisco – sempre che l’azienda sia assolutamente d’accordo – perché così facendo tutti viviamo meglio e possiamo goderci un po’ di più quella famiglia che diversamente vedremmo di meno, sconosciuti che abitano sotto lo stesso tetto. Io lo stipendio non lo rubo, te lo posso assicurare, e da quando siamo stati costretti a lavorare con questa modalità mi sto impegnando ancora di più allo stesso prezzo di prima (anzi, non del tutto se si considera che così facendo pago una bolletta della luce, dell’acqua e del gas superiore alla mia media rispetto allo scorso anno quando mi recavo in ufficio). Chi prende regolare stipendio mangiando sulle spalle della propria azienda può farlo a casa tanto quanto in ufficio, è una nota dolente della quale difficilmente voglio parlare, non è raro imbattersi in dipendenti d’ufficio (e non parlo della mia azienda, non solo) che per la maggior parte del tempo trovi su Facebook anziché sul gestionale, che fumano una sigaretta, che bevono un caffè con a corredo 30 minuti di chiacchiere del più e del meno, che entrano tardi ed escono presto.

Dai Beppe, lascia questi ragionamenti agli anni ’80, quando un dipendente che non sedeva alla scrivania era automaticamente visto come un dipendente non produttivo. Svolgi il tuo mestiere, noi svolgiamo il nostro, entrambi percepiamo uno stipendio (il tuo sicuramente migliore del mio) per cercare di essere dei professionisti senza macchia (impossibile) e senza però la necessità di giudicare chi fa cosa e in quale modo. Lo Smart Working (il poter lavorare da ovunque si voglia a patto di garantire determinate condizioni) è una di quelle pratiche che può solo fare bene al nostro lato umano, alla nostra vita privata, alla famiglia (che fatica sempre di più a esistere e soprattutto durare nel tempo), si lavora per vivere, non si vive per lavorare.

E ora basta chiacchiere, torniamo a fatturare. Taaaaac.


Nonostante io nella rassegna cerchi di raccogliere gli spunti che più ritengo interessanti, ti ricordo che sono solito rilanciare molte altre notizie utilizzando il mio feed di Twitter, se non mi segui ancora fallo subito! ?

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