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Ho avuto la necessità di spostare numerosi file (10 GB / circa 100.000 file) da una cartella di Dropbox a una di Box.com. Un tempo avrei utilizzato Mover (te ne avevo già parlato), ma il servizio è diventato a pagamento, e non si trattava di materiale che meritava un investimento in denaro, nonostante non avrei voluto comunque perderlo. Poi ho scoperto rclone, e ho fatto centro con qualche riga lanciata in un prompt dei comandi di Windows, sulla macchina che mi fa da Media Center a casa (con una connessione in fibra di Fastweb che non mi ha fatto neanche accorgere del passaggio).

Copia dati in bulk tra servizi Cloud

Te la faccio semplice (anche perché in realtà questo tool permette un’infinità di operazioni, tutte minuziosamente documentate) e ti spiego cosa ho fatto io, così che tu possa replicarlo, ma niente e nessuno ti limita rispetto a ciò che potresti fare utilizzando rclone e i tuoi account di Cloud Storage (anche schedulando le operazioni e automatizzandole completamente).

Scarica rclone da rclone.org/downloads (x86 o x64 in base al tuo sistema operativo), scompatta il file ZIP, non necessita di installazione alcuna, è subito utilizzabile.

Collegamento ai servizi

Apri un prompt dei comandi e spostati nella cartella di rclone, quindi lancia un rclone config per entrare in modalità di configurazione. Quando richiesto, aggiungi un nuovo servizio di Cloud Storage (n):

Scegli un nome “parlante” (che ti permetta immediatamente di capire di che account si tratta) ma che non contenga spazi al suo interno (fidati, è per tua comodità, ma se proprio devi utilizza un “_“), per esempio “googledrive“. Ti verrà ora presentata la lista degli storage compatibili, inserisci manualmente il nome di quello che ti interessa (per esempio, per Google Drive dovrai scrivere “drive“):

Copia dati in bulk tra servizi Cloud con rclone

Ti verranno richiesti dei dati che quasi certamente non possiedi già (client_id e client_secret per poter accedere al tuo account di Google Drive), premi invio in corrispondenza di entrambi e arriva alla fatidica domanda che ti chiederà di utilizzare la configurazione automatica, quindi procedi in questa modalità (rispondi “y” quando richiesto), così verrà aperta una scheda del browser in cui potrai autenticarti e confermare l’accesso alle tue risorse, chiudi pure la scheda:

Storage> drive
Google Application Client Id - leave blank normally.
client_id>
Google Application Client Secret - leave blank normally.
client_secret>
Remote config
Use auto config?
 * Say Y if not sure
 * Say N if you are working on a remote or headless machine or Y didn't work
y) Yes
n) No
y/n>y

Il codice verrà catturato in autonomia da rclone, tu dovrai solo rispondere alle ulteriori domande a video (se si tratta di un account di Team, nel caso di Google Drive), poi ti verrà mostrato il token di accesso recuperato, è ciò che serve per “parlare” con quel Cloud Storage, dai un’ultima conferma con “y” quando richiesto.

Hai terminato la configurazione. Puoi / devi replicarla per gli altri servizi di Cloud Storage, o almeno con un altro se la tua intenzione è quella di copiare dati tra due di quelli su cui sei registrato.

Move dei dati

Fai riferimento a questo documento: rclone.org/commands/rclone_move. Io ti riepilogo ancora una volta i passaggi.

Dato per scontato che tu abbia aggiunto almeno un altro account di Cloud Storage, puoi fare un “dir” delle cartelle che hai su un account Cloud lanciando un rclone lsd dbox: (dove dbox è il nome che io ho dato al mio account Dropbox configurato, dovrai sostituirlo con quello scelto da te!), mantieni i due punti finali (:), altrimenti otterrai errore.

Io, che la cartella da spostare l’ho salvata in una sotto-cartella di un’altra sotto-cartella, arrivo a ottenere una cosa simile:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone lsd "dbox:laboratorio\temp\Test rclone"
 -1 2017-12-02 17:05:33 -1 spostami

Se devi esplorare cartelle che nel nome contengono degli spazi, ti basterà racchiudere il tutto tra apici. Per ottenere una lista completa dei file oltre che delle cartelle, sostituisci lsd con ls, per capirci:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone ls "dbox:laboratorio\temp\Test rclone"
 0 spostami/Nuovo Documento di Microsoft Word.docx
 6559 spostami/Nuovo Foglio di lavoro di Microsoft Excel.xlsx
 59904 spostami/Nuovo Microsoft Publisher Document.pub
 0 spostami/Nuovo Presentazione di Microsoft PowerPoint.pptx
 0 spostami/Nuovo documento di testo.txt

Veloce giro anche su Google Drive per capire dove spostare la cartella:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone lsd googledrive:
 -1 2013-08-27 14:31:01 -1 ABPXFiles
 -1 2015-10-06 19:23:15 -1 Apps
 -1 2012-11-13 14:47:41 -1 Archivio
 -1 2013-11-12 14:56:02 -1 Mozilla Italia
 -1 2012-11-13 14:48:37 -1 Personali
 -1 2017-12-02 15:59:13 -1 Test rclone

È fatta. La cartella “spostami” che si trova nella sorgente (Test rclone su Dropbox) dovrà finire nella medesima sulla destinazione (Test rclone su Google Drive). Il comando Move di rclone viene quindi in soccorso:

rclone move "dbox:laboratorio\temp\Test rclone" "googledrive:Test rclone"

Salvo errori, il risultato è quello aspettato:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone ls "googledrive:Test rclone"
 0 spostami/Nuovo Documento di Microsoft Word.docx
 6559 spostami/Nuovo Foglio di lavoro di Microsoft Excel.xlsx
 59904 spostami/Nuovo Microsoft Publisher Document.pub
 0 spostami/Nuovo Presentazione di Microsoft PowerPoint.pptx
 0 spostami/Nuovo documento di testo.txt

rclone ricreerà –se necessario– anche l’albero cartelle che nella sorgente c’è ma che non trova corrispondenza nella destinazione, così da mantenere lo stesso identico ordine per tutti i file che andrai a copiare / muovere / sincronizzare i tuoi dati.

Cosa conviene ricordarsi

Nel caso in cui ti dovesse servire ficcare il naso nel file di configurazione (lo sconsiglio, ma può tornare utile, io l’ho fatto per operare una modifica manualmente e per replicare la medesima configurazione su una diversa postazione), ricordati che potrai trovarlo nella tua cartella utente (%UserProfile%), quindi in .config\rclone.

Qui –salvo modifiche future del programma– troverai un file chiamato rclone.conf. è lui a contenere i nomi delle tue connessioni e relativi token di accesso.

Potrai sempre (da prompt dei comandi) leggerlo anche dalla riga di comando di rclone, semplicemente lanciando il comando rclone config show.

That’s all folks!

Probabilmente hai trovato il metodo giusto per spostare i tuoi file, o magari per tenerli sincronizzati costantemente tra più servizi Cloud :-)

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Tutti noi facciamo backup delle nostre macchine, giusto? Bravo, vedo che sei convinto della tua risposta mentre continui ad annuire fintamente con la testa. Ora, archiviato questo piccolo dettaglio (non sto scherzando, il backup è fondamentale, dannazione), passiamo all’argomento chiave di questo articolo: snellire il backup di Time Machine.

macOS: come dare una snellita la backup di Time Machine

Time Machine è uno strumento eccezionale sui sistemi di casa Apple, permette di congelare lo stato di file e configurazioni ogni volta che si avvia e che fa backup su un disco esterno (che sia di rete o collegato via USB) ma, salvo diversa configurazione impostata da te, escluderà ben poca roba del sistema su cui sta girando, di certo non andrà a non considerare programmi e cartelle che possono essere facilmente scaricati in caso di rifacimento macchina (o di reinstallazione software). Sto parlando di materiale magari salvato su Dropbox, oppure degli eseguibili della suite Office, giusto per fare un paio di esempi abbastanza facili.

Si tratta infatti di GB che potrebbero mancare su un disco esterno, un NAS o un Time Capsule, ma che sono nulla per una connessione in fibra lasciata lì a fare dei download diretti da internet. O magari non si tratta neanche di spazio mancante, ma di questioni di tempo per andare a terminare il lavoro iniziato.

Te la faccio semplice: hai una buona connessione internet? Bene. Che senso ha allora fare un backup di qualcosa già in backup (Dropbox, nda)? Fermo! Prima di partire in quarta ricorda però una cosa. Una risposta possibile a questa domanda esiste, e si tratta della “profondità di versioning“. Dropbox salva infatti ogni versione modificata di un tuo file, facendola però scadere nei successivi 30 giorni di vita, oltre i quali non sarà più possibile recuperarla dai loro server a meno di avere il servizio aggiuntivo chiamato EVH (Extended Version History). Se per te questo non è un problema, allora sei a cavallo. Se invece non sono stato chiaro, prova a dare un’occhiata qui.

Andare per esclusioni

Bando alle ciance, ne abbiamo fatte abbastanza, passiamo all’esempio pratico. Ho modificato la mia configurazione di Time Machine per fare un test e rendermi conto dell’effettivo guadagno in termini di velocità di backup (lo spazio disco per il momento non è un problema). Ho escluso in un primo step la suite di Office, facilmente scaricabile per me che sono abbonato Office 365. Dalle Opzioni di Time Machine (il pulsante è in basso a destra nella finestra delle impostazioni di backup) si può andare ad aggiungere (o rimuovere) dati “ignorabili“, così:

macOS: come dare una snellita la backup di Time Machine 1

Senza troppa fatica, ho tolto 8 GB dal monte dati da mandare in backup ogni volta che macOS si trova in modalità standby, collegato alla WiFi (o al cavo cablato) e alla rete elettrica (il requisito minimo per far lavorare Time Machine mentre non si è davanti al PC).

E nel caso questo non basti, si può sempre pensare di escludere tutta la ~/Dropbox (nel mio caso altri 15 GB circa, su questo MacBook).

Chi occupa cosa / quanto

Tutto qui? No, non necessariamente. Nessuno conosce (in teoria) meglio di te il tuo Mac, ed è per questo motivo che teoricamente dovresti essere sempre tu a sapere cosa escludere e cosa no. Per aiutarti nel compito, io posso dirti cosa occupa più spazio all’interno del tuo hard disk (e quindi nel tuo backup), grazie all’utilizzo di uno strumento di terza parte. Si chiama Disk Inventory X, e si scarica gratuitamente dal sito web derlien.com.

Una volta installato e lanciato, ti permetterà di avviare una scansione di tutti i dati salvati sul tuo disco, generando poi un report visuale che ti consentirà di renderti subito conto di chi sta occupando spazio:

macOS: come dare una snellita al backup di Time Machine

Va da sé che immagini (Libreria di Foto in primis), video e musica la fanno generalmente da padrone, e tocca a te capire se vuoi tenerli in backup o meno (nel mio caso Spotify mi permette di non avere musica salvata su disco, i video li tengo già in una diversa cartella del NAS e la Libreria di Foto è un “guai a chi la tocca“, quella è fondamentale che resti sempre sotto la protezione di Time Machine). Poi magari hai una macchina virtuale (come me), una libreria giochi di Steam o chissà cos’altro.

Grazie a Disk Inventory X puoi facilmente individuare questi file e cartelle, e con la scusa approfittarne per fare una pulizia manuale, seguita eventualmente da un’esclusione nelle impostazioni di Time Machine.

Tutto chiaro? Sei già pronto a ritoccare la tua configurazione di backup? :-)

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Dropbox ha da poco tempo pubblicato un nuovo URL dedicato alla verifica della tua “messa in sicurezza” dei dati ospitati sui loro server. Quale migliore occasione per provarlo e fare pulizia di qualcosa non più utilizzato? Vale ovviamente anche una verifica dei dispositivi connessi, applicazioni che utilizzano Dropbox, migliorare l’attuale password (e ricordati che è bene attivare l’autenticazione in due passaggi, dato che è disponibile).

Parte tutto da dropbox.com/security_checkup, segui poi i vari punti proposti, fino alla fine:

Dropbox: verifica la sicurezza, passo dopo passo

Un po’ come Google, anche questo Security Check è da ripetere nel corso del tempo, giusto per evitare di lasciare a marcire qualcosa che un domani potrebbe diventare un buon punto di ingresso per chi, in realtà, non dovrebbe nulla avere a che fare con i tuoi dati personali.

esc

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Tutto nasce da una richiesta (un commento) nell’articolo originale dedicato alla stampa automatica che tiene d’occhio una cartella di Dropbox. Non so se te lo ricordi, ma eventualmente ti rinfresco la memoria:

Stampare in automatico da Dropbox

Quello di cui ti parlo oggi è un metodo alternativo, che sfrutta un programma di terza parte che può, tra le altre cose, tenere d’occhio una specifica cartella del disco e lanciare alcune azioni, tra le quali la stampa di un documento, anche in più copie (semplicemente facendo un lancio dietro l’altro, di una singola stampa, coadiuvato da un piccolo script in PowerShell che va a fare pulizia in seguito). L’applicazione è gratuita, si chiama Folder Agent e la scarichi da qui: folderagent.com

Stampare automaticamente da una cartella di Windows (con Folder Agent)

Per fartela breve, una volta installata e avviata, potrai immediatamente dargli una cartella da tenere d’occhio, quindi creare una “todo list” di azioni che verranno eseguite in successione quando un file comparirà all’interno di quella cartella, un po’ come se venisse lavorato e poi smaltito, così da tenere la cartella sempre pulita, pronta per un successivo “inizio-processo-fine“.

Questo è il mio esempio, dedicato a coloro che hanno necessità di stampare un documento PDF in più copie (nell’esempio: 2), con successiva chiusura del programma (Adobe Acrobat Reader, nda) per evitare che rimanga aperta la finestra sul PC:

Stampare automaticamente da una cartella di Windows

Lo sleep di 10 secondi serve al sistema per permettere di lavorare senza che le operazioni in rapida successione impediscano il corretto susseguirsi delle azioni richieste (con c’è pausa prevista tra le azioni, devi quindi prevederla tu quando necessario). Lo script di PowerShell che richiamo all’ultimo step, invece, serve esclusivamente a chiudere i processi aperti di Adobe Acrobat Reader, così da lasciare inutilmente aperto un programma (consuma RAM, in ogni caso). Occhio però: se in quel momento stai utilizzando il software per altri motivi (e per altri documenti) subirà la stessa sorte di quello utilizzato per lanciare il doppio processo di stampa, dovrai quindi riaprirlo:

Stampare automaticamente da una cartella di Windows 1

Non c’è altro da sapere. Il programma è molto semplice da utilizzare e permette di lanciare un set di operazioni che possono facilmente essere provate in ambiente di test, senza danneggiare quello di lavoro (quindi di produzione). Una volta padroneggiata l’interfaccia di Folder Agent, la strada è tutta in discesa :-)

Buon lavoro!

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Office 365, Dropbox, Amazon, GMail. Quelli che a te sembrano semplici nomi ai quali ormai hai fatto la più completa abitudine, nascondono in realtà un minimo comune denominatore: si tratta di Public Cloud. Servizi che si trovano su server altrui, gestiti da amministratori che non sono i tuoi colleghi d’ufficio e disponibili (per definizione) 24 ore su 24, 365 giorni all’anno e 366 nei bisestili, una disponibilità garantita da strutture in grado di sopportare il carico di lavoro imposto da una clientela distribuita a livello mondiale, e altrettante strutture di backup che entrano in gioco nel caso in cui quelle di produzione diano qualche rogna.

Public Cloud: di cosa si tratta e perché lo si utilizza così tanto

Perché funziona?

Il perché del suo successo è presto detto: è adatto a tutti. Dalla casalinga di Voghera (che come ben sai, usa GMail per inviare le sue ricette e trucchi di pulizia a tutte le amiche ;-) ) alla piccola o media impresa che può scegliere un partner affidabile, che gli consenta di controllare i costi e le risorse tempo / uomo che servono per tenere vivo e in forma quel servizio, oltre ovviamente a supportarlo ed essere sempre presenti per gli utenti utilizzatori. Contrariamente alle soluzioni ibride o private, il cloud pubblico è -ovviamente- condiviso con molti altri clienti, un po’ come funziona da sempre con l’hosting condiviso sfruttato da moltissime installazioni di software (questo blog compreso). Non per questo è meno sicuro o meno affidabile, anzi, spesso un problema che affligge un cloud pubblico è anche quello che viene risolto più velocemente (proprio perché colpisce molti, spesso troppi, utilizzatori), e questo lo noto quasi ogni giorno da amministratore di un tenant Exchange (Office 365).

Chi manca all’appello? Ormai nessuno, perché sono le stesse (nuove) startup che per prime tentano l’impresa di lanciarsi (guadagnandosi l’investimento) appoggiandosi spesso al cloud pubblico e ai servizi erogati tramite esso. Parlando proprio di questi, manco a dirlo, ne è pieno il web, si spazia dal puro storage (quello professionale di Amazon, ma anche quello più semplice da utilizzare targato Dropbox, Google Drive o OneDrive) e si arriva alle istanze server vere e proprie (anche qui Amazon la fa pressoché da padrone, ma molti sono i competitor che si sono messi in gioco, e nuovi ne arrivano quasi quotidianamente), passando per applicazioni vere e proprie (GMail è forse l’esempio più lampante, ma non certo l’unico).

Sicurezza & Privacy

Inutile negarlo. Il cloud pubblico può generare preoccupazione in quelle persone particolarmente attente alla riservatezza dei dati, poiché –per definizione– condiviso con altri clienti che sfruttano una stessa piattaforma. Normalmente però, è corretto pensare che un tenant (seppur avviato su una macchina che ne ospita diversi) è isolato e protetto, limitato alla propria piccola realtà (o media azienda), e che quei dati restino al sicuro, garantiti da chi il servizio lo eroga.

Il tutto senza considerare inoltre le vigenti normative in merito e la sempre più forte intenzione di far diventare la GDPR uno standard da rispettare alla lettera (se non sai di cosa si tratta, ti rimando all’articolo completo su Wikipedia: it.wikipedia.org/wiki/Regolamento_generale_sulla_protezione_dei_dati), in breve:

[…] restituire ai cittadini il controllo dei propri dati personali e di semplificare il contesto normativo che riguarda gli affari internazionali unificando i regolamenti entro l’UE.

e ancora:

La sicurezza dei dati raccolti è garantita dal titolare del trattamento e dal responsabile del trattamento chiamati a mettere in atto misure tecniche e organizzative idonee per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio. A tal fine il titolare e il responsabile del trattamento garantiscono che chiunque faccia accesso ai dati raccolti lo faccia nel rispetto dei poteri da loro conferiti e dopo essere stato appositamente istruito, salvo che lo richieda il diritto dell’Unione o degli Stati membri (Articolo 32). A garanzia dell’interessato il Regolamento UE 2016/679 regolamenta anche il caso di trasferimento dei dati personali verso un paese terzo o un’organizzazione internazionale (Articolo 44 e ss) e prevede che l’interessato venga prontamente informato in presenza di una violazione che metta a rischio i suoi diritti e le sue libertà (Articolo 33).

[…]

Il titolare del trattamento dei dati avrà l’obbligo legale di rendere note le fughe di dati all’autorità nazionale. I resoconti delle fughe di dati non sono soggetti ad alcuno standard “de minimis” e debbono essere riferite all’autorità sovrintendente non appena se ne viene a conoscenza e comunque entro 72 ore. In alcune situazioni le persone di cui sono stati sottratti i dati dovranno essere avvertite.

A questo ulteriore step, si associa generalmente un uptime garantito molto alto, con relativa assistenza tecnica specializzata che è sempre disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per un totale di 365 giorni all’anno (e 366 nei bisestili!), utile per risolvere problemi tecnici ma anche di esaudire ogni nuova richiesta basata su specifiche esigenze. In un contesto pubblico, le grandi spese e gli obblighi riguardanti il trattamento dei dati sono quasi del tutto eliminati (per modo di dire).

Ricordati che garantire la manutenzione e la sicurezza di un cloud pubblico è responsabilità del provider che vende, togliendo così quel carico di lavoro all’ufficio IT del cliente, che riduce al minimo il tempo e i soldi spesi per il continuo aggiornamento del sistema e la formazione specifica (sul prodotto) del personale, permettendo a quest’ultimo di dedicarsi a nuovi progetti.

Il tuo core business è ciò che vuoi realizzare e mettere a disposizione dei clienti, non il mezzo attraverso il quale arrivi a farlo, lascia che quest’ultimo non sia più un chiodo fisso :-)

In conclusione

Veloce (sia nel provisioning iniziale, sia nell’utilizzo), economico (nella maggior parte dei casi), estremamente scalabile (le risorse possono aumentare o diminuire in base alle esigenze, in un tempo molto rapido e andando a modificare così il costo del servizio stesso), completamente supportato (da chi il servizio lo eroga, evitando di doversi specializzare in configurazione, utilizzo e soprattutto manutenzione).

Questa macchina di cui dovrai solo girare la chiave e guidare è disponibile in molti concessionari, l’Italia propone diversi provider, tra i quali c’è certamente Seeweb.

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