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Android's Corner è il nome di una raccolta di articoli pubblicati su questi lidi che raccontano l'esperienza Android, consigli, applicazioni, novità e qualsiasi altra cosa possa ruotare intorno al mondo del sistema operativo mobile di Google e sulla quale ho avuto possibilità di mettere mano, di ritoccare, di far funzionare, una scusa come un'altra per darvi una mano e scambiare opinioni insieme :-)

Complice l’arrivo della SIM Iliad (se vorrai, potrai leggere il mio articolo riepilogativo mercoledì mattina, nda), ho potuto mettere in pista due prodotti in un colpo solo, l’altro è il protagonista di questo pezzo di apertura settimana dopo un weekend non esattamente da ricordare: Asus ZenFone 5.

Asus Zenfone 5 (ZE620KL) 1

Archiviato il capitolo Roma e ZenFone 4 (qui la recensione dello smartphone messo in commercio meno di un anno fa), Asus propone un’evoluzione sulla base del “non posso farne a meno, stagione 2018“, quella serie di caratteristiche che ormai ci si aspetta (seppur non sia necessariamente un bene) da un medio-alto di gamma: dal notch alla doppia fotocamera, passando per l’all-screen design e l’ormai immancabile (inevitabile?) intelligenza artificiale.

Asus ZenFone 5

Con la conferma della linea “We Love Photo” Asus ci riprova con ZenFone 5, cercando di migliorare e correggere quanto –rispettivamente– fatto ed errato sul precedente modello che –ancora oggi– può considerarsi un buon fascia media così come avevo segnalato in chiusura del mio pezzo (con quell’inevitabile cammino verso uno street-price più competitivo e appetibile per il cliente finale che deve cambiare smartphone).

Costruzione

Lo ZenFone 5 porta sul mercato il suo ampio display da 6,2″ con risoluzione in 19:9 (Super IPS Full HD+ a 2246 x 1080 pixel ma senza HDR) con un notch davvero inutile e non disattivabile dalle Impostazioni (qui trovi il work-around), esteticamente brutto quando si va a utilizzare un’applicazione non compatibile che ne lascia quindi fuori uno sfondo che nulla c’entra con il resto delle informazioni a video. Il monitor è brillante e reagisce bene anche sotto la luce del sole cocente di questo periodo che non sa ancora bene come comportarsi, regolando la luminosità in maniera abbastanza efficiente e rapida (in alcuni casi esita, è vero, ma nella media il risultato è positivo).

Scocca bella da vedere, elegante, con i pulsanti laterali (solo sulla destra, perché sulla sinistra troverai il carrello SIM, dual o con espansione memoria fino a 2 TB, partendo dalla base con 64 GB già difficilmente riempibili nell’era Cloud) in leggero rilievo così come le fotocamere posteriori in verticale, con subito sotto il loro flash LED. I vetri sono Corning Gorilla e la presa è sufficientemente sicura, non lo si perde sbadatamente dalla mano ma può scivolare se lo si lascia senza custodia su superficie liscia (occhio), e tende a diventare scomodo quando lo si usa per più tempo con una sola mano (quella presa non tanto scomoda inizialmente tende poi a diventare innaturale e stancante). Complessivamente si ha a che fare con un terminale lungo 153mm, largo 75.65mm e profondo 7.7mm, con un peso di appena 155 grammi (niente male considerando il generoso polliciaggio).

Oltre ai 64 GB di memoria di base di cui ti ho parlato qualche riga più sopra, ZenFone 5 monta un Qualcomm Snapdragon 636 Octa-core a 64 bit, il comparto grafico è affidato all’Adreno 509. Al solito, ho catturato le specifiche direttamente via CPU-Z (in cui dovresti notare un Adreno 512 che non so quanto sia realmente montato su scheda madre, suppongo si tratti di un problema lato CPU-Z come già accaduto raramente in passato):

La memoria RAM può arrivare fino a 6 GB (LPDDR4X), nel mio caso ho provato un modello con un paio di GB in meno (4 in totale, in media ne ho usati 3 quasi sempre).

Spazio poi al fingerprint reader, posto centralmente in alto, in corrispondenza del flash, non sempre facile da raggiungere e non sempre infallibile, in generale non troppo veloce per lo standard a cui oggi io (e quasi certamente anche tu) sono abituato, mi ha costretto in alcuni casi a utilizzare il mio PIN di sblocco (non guasta e permette di ricordarlo facilmente, ma è questione di comodità). Questo è il solo metodo funzionante per far riprendere il telefono dallo standby (oltre chiaramente alla pressione del tasto di accensione laterale destro), non esiste infatti un doppio tap sul monitor per farlo riprendere (o un tasto virtuale attivabile con una pressione più forte come previsto sui Galaxy S8/9 di Samsung, per esempio). C’è anche il riconoscimento facciale ma, come detto, non faccio parte dei suoi sostenitori.

Infine, una rapida nota sulla ricarica dello smartphone, Boost Master di Asus tramite alimentatore a muro 5V 2A 10W, non brilla come avrei pensato, ma puoi avere il 50% di batteria in circa mezz’ora di carica (3300mAh è la capienza della batteria al litio integrata e non rimovibile), e puoi sempre sostituire l’alimentatore con qualcosa di più carrozzato, fino a 18W.

Nella confezione del prodotto, oltre all’alimentatore di cui ti ho parlato, troverai anche un cavo USB-C, gli auricolari (sufficienza raggiunta) e una cover morbida per proteggerlo (che però non ho trovato nel mio sample, nda).

Software

Android Oreo 8.0 con patch aggiornate a marzo 2018 (siamo un pelo indietro, decisamente). La ZenUI è la 5, porta con sé una serie di applicazioni di fabbrica non invasive che rispettano l’ottimo lavoro fatto da Asus con i suoi ultimi terminali, sempre meno ricchi di bloatware che verrebbero diversamente disinstallati (o per lo meno ignorati) dall’utente; si può (si deve) ancora lavorarci sopra, ma non posso chiedere la luna, me ne rendo conto (e sicuramente qualcos’altro cambierà in futuro).

Asus Zenfone 5 (ZE620KL) 10

La confusione tra le voci di menu è ancora presente, così come le icone volutamente renderizzate in maniera differente rispetto a un’esperienza più stock che –seppur più spartana– è quasi sempre più chiara e semplice per qualsivoglia livello di utilizzatore. Bisognerebbe provare seriamente a standardizzarsi più di quanto si sia voluto fare fino a oggi, per il bene del cliente finale e della sua pazienza (soprattutto quando si deve cercare una particolare voce che sparisce da ogni radar, motore di ricerca interno compreso).

Carine alcune piccole “chiccherie” introdotte, come la possibilità di cambiare il posizionamento dei tasti virtuali (multitasking / home / indietro invertendo quindi multitasking e indietro) o di scattare un’istantanea del monitor semplicemente tenendo premuto il tasto relativo al multitasking, meno appetibile è invece quella del volume (basso) che richiama la fotocamera solo se ci si trova in modalità standby e senza Spotify –o equivalente lettore multimediale– avviato (diversamente, abbasserà il volume, ignorando la scorciatoia verso la fotocamera, com’è logico che sia).

C’è –come per ZenFone 4– un set di impostazioni che rileva i consumi ed eventuali anomalie da parte delle applicazioni installate e in uso, per evitare che queste pretendano più del dovuto o vadano seriamente a impattare sulle prestazioni dello smartphone che, per alcuni versi e in alcuni momenti, mostra il fianco quando viene messo sotto sforzo, con un utilizzo un pelo più elevato rispetto alla semplice navigazione o “passeggiata tra i Social Network“. C’è l’AI Boost, vero, ma non può fare miracoli (interviene, non posso negarlo, ma non sposta l’asse terrestre e causa anche un lieve surriscaldamento che di certo non può fare bene alla batteria).

Confermato anche per ZenFone 5 il solito abbonamento a Google Drive con 100GB di spazio di archiviazione gratuito (per 1 anno, oltre il quale sarà necessario pagare o smettere di sfruttare lo spazio in Cloud), con possibilità di sfruttarlo in fase di prima preparazione del sistema.

Se posso dirla chiaramente, non noto il passo da gigante che mi sarei aspettato rispetto a quanto già raccontato per ZenFone 4 e il relativo ZenUI a bordo.

Multimedia

Inevitabile arrivare a questo punto, fotocamera principale con sensore di immagine dual-pixel flagship Sony IMX363 da 12MP e dimensioni 1/2.55″ (con dimensione specifica del pixel da 1.4µm), apertura F1.8 per un campo visivo di 83°. Per aiutare chi non ha la mano esattamente ferma, Asus propone 4 assi, stabilizzazione ottica dell’immagine e 4 stop. A questo va ad associarsi l’ormai immancabile grandangolare da 120° con 12 mm di lunghezza focale (equivalente a una fotocamera o telecamera da 35 mm). L’ottica grandangolare viene esclusa (in realtà viene suggerito di farlo) in notturna o più genericamente in caso di scarsa illuminazione, lasciando quindi il compito più gravoso al sensore Sony principale.

In tutto questo ho notato un buon risultato di media (non nettamente più valido di quello notato nello ZenFone 4) ma una qualità non eccelsa quando si scala in modalità video, il quale non mi ha soddisfatto poi troppo in condizioni di illuminazione medio-scarsa. Qui è dove Asus ci fa sapere che i video possono essere girati in 4K UHD (3840×2160) a 30 fps con la fotocamera principale posteriore, la registrazione video in 1080p FHD avviene a 30/60 fps e quella a 720p è invece in HD a 30 fps. EIS a 3 assi per le fotocamere posteriori, così da stabilizzare il risultato (via software) un po’ più di quanto non si sia capaci a mano libera.

Concludo con una nota sull’audio stereo grazie all’utilizzo della capsula auricolare che però, nonostante tutta la buona volontà, diventa inutile nel momento in cui si tappa il mono fianco USB-C, facendo capire quanto realmente spinge uno rispetto all’altro. Migliora la situazione se modificando il volume si attiva l’opzione “All’aperto“, prerogativa di Asus da qualche tempo, che dona maggiore potenza al dinamico duo andando così a guadagnare qualche punto in più nella cella in fondo a destra nella scheda di valutazione prodotto. C’è il jack (ormai bisogna specificarlo) per le cuffie.

In conclusione

Si tratta di un medio gamma bilanciato in ogni sua componente, che non brilla in nessuna di queste in particolare, ma che continua a tracciare e rendere riconoscibile quella strada che Asus ha scelto di percorrere ormai da tempo. La ZenUI ha ancora tanto da ritoccare e migliorare, l’hardware è di buon livello ma in alcuni casi mostra il fianco e –in tutta onestà– inizia a non poterselo più permettere in un mercato che ha visto arrivare sulle nostre spiagge altri competitor che possono e sanno fare di meglio allo stesso prezzo o quasi. Non è IP67/68 ma non è un dettaglio che ne varia il giudizio finale.

Lo ZenFone 5 si trova a un prezzo di listino di circa 400€ e, chiaramente, va a combattere con i medio gamma di blasonati competitor che in parte ho già citato nell’articolo, e di altri facilmente intuibili.


In memoria della nostra piccola grande creatura, Forti.

Asus Zenfone 5 (ZE620KL)

× Disclaimer

Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: Sample fornito da Asus, torna all'ovile giusto nel giorno di pubblicazione dell'articolo.
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Non è un errore, è voluto. Io alla storia di TrueCrypt che tutto a un tratto è diventato insicuro non ci ho mai veramente creduto, non fino in fondo almeno, ed è un po’ il motivo per il quale qualche tempo dopo è nato il progetto VeraCrypt (perché evidentemente non ero il solo a pensarla in quella maniera), per il quale ho nutrito immediato affetto e sul quale mi sono poggiato per poter continuare ad aprire “in sicurezza” i volumi precedentemente creati da TrueCrypt. All’epoca non esistevano alternative più dinamiche od orientate verso il Cloud, si parla degli anni di Windows Xp, giusto per capirci. Poi però qualcosa è cambiato, e tra le varie novità è saltato fuori anche Cryptomator.

Cryptomator come possibile erede di TrueCrypt

Ciò che è sempre mancato a questo tipo di software è il saper creare un oggetto “thin“, in grado quindi di crescere con l’aumento costante dei file contenuti nei box protetti (generalmente grandi quanto specificato in fase di creazione, quindi di tipo thick), cosa che viene a meno quando si discute dell’intero volume / disco (in quel caso lo spazio è tutto quello che hai tu a disposizione). Per questo motivo in passato creavo più container protetti, cercando nel frattempo una possibile soluzione che colmasse quella lacuna. È per questo motivo che qualche tempo fa ho scaricato a sto provando a usare Cryptomator, software open source disponibile per ogni piattaforma (anche in versione Jar, tanto per dire!).

Cryptomator

Progetto tedesco (la società alle spalle è la startup Skymatic), nasce e vince il CeBIT Innovation Award 2016 grazie al suo essere multipiattaforma e all’aver pensato al futuro della protezione dati su Cloud. Cryptomator infatti permette di creare container di file inaccessibili senza la giusta chiave, scelta dall’utente e impostata esclusivamente Client Side, senza quindi che avvenga comunicazione alcuna con server della società o terze entità ulteriori. Cryptomator si installa e si utilizza da subito, con possibilità di arrivare a proteggere anche dati che si trovano sui propri smartphone e tablet (iOS / Android), sempre più centro nevralgico dell’attività online del singolo individuo.

Cryptomator
Cryptomator
Price: 4,99 €
Cryptomator
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Plug and Play

È ciò che mi viene in mente pensando a Cryptomator e a ciò che ho fatto io dopo aver scaricato il DMG sul mio MacBook. Allo stato attuale delle cose, il software è disponibile in versione 1.3.2 stabile (da sito web ufficiale), la quale poggia ancora su WebDAV per montare il disco contenente i file protetti. Questa cosa, contrariamente a Windows, funziona male sul sistema operativo di Cupertino e –da quanto ho capito– anche su Linux. File di grosse dimensioni o spostamenti importanti (quelli che ho evidentemente dovuto fare per migrare i dati da TrueCrypt / VeraCrypt a Cryptomator) mettono in difficoltà seria il software, il quale smonta in maniera forzata il volume criptato e non ne permette un nuovo mount. Per aggirare l’ostacolo, ho dovuto più volte bloccare il volume e riaccederlo tramite la schermata principale di Cryptomator, un’azione che -se ripetuta per più di due volte- fa immediatamente decadere ogni interesse provato per il programma in test.

Per questo motivo ho fatto qualche ricerca e sono approdato su svariate issue aperte su GitHub (qui ne trovi una, tanto per fare un esempio), le quali hanno generato grandi discussioni e un’accelerata inaspettata per l’integrazione di FUSE, alternativa ideale per aggirare questo grande ostacolo. Per questo motivo il team ha pubblicato lo scorso 6 aprile una versione beta (occhio quindi a ciò che fai, perché si tratta pur sempre di software potenzialmente instabile!) disponibile all’indirizzo github.com/cryptomator/cryptomator/releases/tag/1.4.0-beta1 che -come VeraCrypt- si appoggia a FUSE per macOS (il quale dovrà essere quindi installato sulla tua macchina).

Spartano quanto basta

Non c’è evidentemente bisogno di molti abbellimenti estetici quando si tratta di proteggere i propri dati. Cryptomator propone infatti una finestra principale del programma con molte poche informazioni e impostazioni, dalla quale potrai montare / smontare volumi di dati protetti e dare un’occhiata al grafico aggiornato in tempo reale che ti mostra quanto di quel traffico dati è criptato e quanto decriptato (rispettivamente scrittura e lettura, nda).

Cryptomator come possibile erede di TrueCrypt 1

L’interfaccia non servirà ad altro, perché in realtà ciò che a te interessa di più è certamente il contenuto di quel disco (o ciò che andrai ad aggiungere in futuro), e lo gestirai dal Finder (se si parla di macOS) o dall’Esplora Risorse su Windows, come se avessi attaccato al PC una qualsiasi chiavetta USB o un disco fisso esterno, o ancora un’unità di rete montata da NAS, nulla –insomma– di così tanto diverso rispetto a ciò che sei abituato a vedere quotidianamente e, se vogliamo tornare a parlare di TrueCrypt / VeraCrypt, per certi versi più immediato e semplice, senza quella preoccupazione di stare sotto il tetto massimo di disponibilità spazio disco che ti sei imposto all’atto della creazione (qui lo spazio su disco viene occupato man mano che i dati aumentano all’interno del container protetto con Cryptomator).

La lettura e la scrittura di dati sfrutta la velocità (quasi) massima che hai a disposizione. Ciò vuol dire che un volume di dati protetto e salvato sul disco locale del tuo PC (magari con SSD) sarà nettamente più veloce rispetto a quello lavorato da NAS (via LAN), e la stessa cosa vale per i Cloud Storage (i quali salvano copia locale dei dati che conservi sui loro server). Cryptomator ha dalla sua la piena compatibilità (ulteriore punto a vantaggio, nda) per le tecnologie On Demand dei provider di storage in Cloud. Per capirci: Dropbox Smart Sync oppure OneDrive Files On-Demand, andando ovviamente a scrivere o leggere solo ciò che è necessario, senza portare su disco locale l’intero volume criptato (e facendo la medesima cosa verso i server di Dropbox o Microsoft in fase di scrittura, volendo fare riferimento agli esempi riportati poco fa).

Trattandosi di procedure assolutamente trasparenti per te che sei l’utente finale, potrai continuare a lavorare sui tuoi file come nulla fosse, sarà compito di Cryptomator fornirti ciò che desideri senza lasciare che tu ti accorga di qualche rallentamento o simili.

Uno sguardo all’azienda

Cryptomator nasce per l’utente finale casalingo, ma basta una rapida visita alla sezione Enterprise del sito web ufficiale per scoprire che le tecnologie utilizzate per dare vita a questa utility, permettono di proteggere potenzialmente anche un team di lavoro o un’azienda ben più strutturata, offrendo un layer contro malware e sicurezza nella sincronizzazione tra NAS e client, ma anche verso una terza parte in Cloud. Sorvolerò su questo aspetto perché richiederebbe di mettere in gioco un diverso strumento (Defendor), da provare e valutare in un ambiente reale, mi sembrava però giusto dargli visibilità.

In conclusione

Un software non senza difetti e con qualche rallentamento in alcune occasioni, ma che dalla sua ha quel grande vantaggio dato dalla possibilità di far crescere progressivamente l’archivio dei file che conservi sotto la sua campana di vetro, proteggendola il più possibile da occhi indiscreti e tentativi di accesso non autorizzati.

L’accoppiata con FUSE su macOS è praticamente fondamentale, e per questo spero che esca quanto prima dalla fase Beta (così da poterlo dichiarare un pelo più affidabile, almeno in via ufficiale). La stessa Beta, nonostante mi sembri che fili abbastanza liscia, ha ancora qualcosa che non gira proprio nel verso giusto, ma gli sviluppatori ci stanno ancora lavorando e voglio essere fiducioso a riguardo (incontro puntualmente un errore molto stupido che non riesco a risolvere perché non accedo ai log del programma, tanto per dire, anche se ho trovato come aggirarlo facilmente).

Cryptomator merita certamente una prova, magari con dati non esattamente critici per evitare brutti scherzi, ma in prospettiva può sicuramente sostituire l’affidabile VeraCrypt.

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Android's Corner è il nome di una raccolta di articoli pubblicati su questi lidi che raccontano l'esperienza Android, consigli, applicazioni, novità e qualsiasi altra cosa possa ruotare intorno al mondo del sistema operativo mobile di Google e sulla quale ho avuto possibilità di mettere mano, di ritoccare, di far funzionare, una scusa come un'altra per darvi una mano e scambiare opinioni insieme :-)

Ci ho provato spesso e volentieri, mettendomici anche di buona lena e tanta volontà, ma i Password Manager online non riescono a conquistarmi nonostante la loro comprovata compatibilità con qualsivoglia sistema (fisso, portatile, mobile) e “sicurezza” nell’evitare inconvenienti legati a un mancato backup (e mi fermo qui). La mia configurazione “tipo” riguardo la custodia delle password prevede l’uso di database KeePass (più di uno, in base allo scopo), uno spazio in Cloud messo al sicuro (criptato sì, ma pur sempre ospitato su Dropbox) e la possibilità di accedervi da più programmi e configurazioni.

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi

Quell’antipatia a pelle

Chi si interessa di questo mondo sa quasi certamente a cosa mi sto riferendo: attacchi che in passato hanno messo a segno accessi indesiderati su sistemi che avrebbero dovuto garantire la massima sicurezza per i dati degli utenti, papabili portoni spalancati verso un mondo fatto di account che a loro volta avrebbero potuto dare accesso a servizi più o meno importanti (nei più, manco a dirlo, trovano spazio i sempiterni conti correnti bancari, giusto per fare un esempio delicato che ti fa salire quel brivido lungo la schiena).

E come se non bastasse, in caso di problemi di connettività, ritrovarsi improvvisamente appiedati da una memoria corta nei confronti di quegli accessi utilizzati forse troppo poco, oppure resi pressoché inattaccabili dalla complessità della password precedentemente generata (direttamente dal Password Manager online) volutamente complessa, impossibile da memorizzare (a meno di avere capacità non comuni a tutte le persone che ti circondano), e tutto questo perché il metodo da sempre funzionante (cerca di personalizzare la password in base al servizio utilizzato, che sia di facile ricostruzione per un tuo ragionamento ma di difficile previsione da parte di una terza parte non autorizzata, il tutto facendo uso di parole comuni apparentemente banali, ecc.) sta diventando sempre meno utilizzato (e giuro che fatico a comprenderne il motivo).

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi 1

https://xkcd.com/936

Le cose fortunatamente si sono molto evolute nel tempo, alcuni di quei servizi storici sono nettamente migliorati, altri sono morti (mancanza di fondi, di utenti, di voglia di portare avanti qualcosa che evidentemente costava più di quanto rendeva in termini non solo economici) o sono stati assorbiti da quelli più robusti e con spalle ben più coperte, c’è chi quindi li utilizza testimoniando molto positivamente a loro favore; eppure io no, continuo a preferire la vecchia scuola che può sostituirsi al servizio web ben congegnato con un pelo di fatica e componenti in più, non sempre uguali sui diversi sistemi operativi (quasi mai, a dirla tutta).

Evoluzione del mondo macOS

Se su Windows la coppia ufficiale composta da KeePass e KeePassRPC non è quasi mai stata messa in dubbio (salvo qualche test che ho eseguito per dare continuità al passaggio tra il MacBook di casa e il Lenovo d’ufficio), su macOS ho scelto di testare diversi programmi e modi di intendere l’interfaccia dedicata al custode degli accessi. Insieme a loro, considera sempre che ho a che fare con un Galaxy S8 (Android Oreo, a oggi) e un iPhone 6 (iOS 11, a oggi).

Sul Sistema Operativo di casa Apple, contrariamente a quello nato a Redmond, ho scelto (dopo parecchi test) una coppia differente alla quale assegnare la gestione dei file kdbx, ed è quella composta da KeePassXC e relativo componente aggiuntivo sviluppato per Firefox.

Dando per scontato che tu abbia già avuto a che fare con un database di password KeePass e che questo sia già a tua disposizione (su Dropbox, sul tuo disco fisso, sul NAS di casa o qualsiasi altro luogo dove possa essere conservato un agglomerato di dati), io procederei con il raccontarti cosa e come configurare sul tuo Mac.

KeePassXC

Si tratta di un vero e proprio reboot di KeePass, diversamente non disponibile per macOS, e ne ripropone un’interfaccia tutto sommato simile e ben sviluppata, capace di leggere i database generati da KeePass sotto Windows a prescindere dalla versione del programma nativo, aggiungendo come ciliegina sulla torta la sua compatibilità con i sistemi Linux e Windows, concentrandosi quindi sulla forte presenza su più territori. Il progetto è completamente Open Source, puoi dargli un’occhiata passando per il sito web ufficiale keepassxc.org.

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi 2

Sono approdato a KeePassXC dopo attimi di panico vissuti con KeePassX, uno dei primi porting che ho usato sul sistema Apple, il quale –una volta cominciato a modificare il database tra Windows e macOS, integrando Kee per l’utilizzo con Firefox– non riusciva più a leggere correttamente proprio il campo password di ogni accesso salvato, facendomi pensare a una corruzione del mio archivio e costringendomi a recuperare uno dei tanti backup salvati (ne salvo diversi su Windows e altri con Mac, senza considerare le numerose copie salvate da Dropbox grazie al Versioning, nda), il quale risultava nuovamente leggibile da KeePassX, ma che ho poi scoperto (aprendo una versione “corrotta” su Windows) che era rimasto troppo indietro per stare al passo con i tempi.

KeePassXC ha gli stessi richiami da tastiera di KeePass (per esempio CTRL+B o l’equivalente ⌘+B su macOS per copiare lo username, oppure CTRL+C / ⌘+B per copiare la password), propone nativamente il salvataggio della favicon del sito web per il quale si sta salvando un accesso (cosa che su KeePass faccio tramite plugin), e può essere integrato con il browser che preferisci grazie all’utilizzo di componenti aggiuntivi appositamente sviluppati e rilasciati gratuitamente. Per Firefox (ma tranquillo, funziona alla stessa maniera per Chrome) ti basterà installare KeePassXC-Browser:

KeePassXC-Browser
KeePassXC-Browser
Developer: KeePassXC Team
Price: Free

Una volta installata l’estensione, fai clic sull’icona (rappresentata dal logo del programma, nda) che ti si caricherà nella barra dell’URL e connettiti al database di KeePassXC (il programma dovrà essere aperto), ti verrà richiesto di dare un nome a questa nuova connessione (che rimarrà perennemente autorizzata fino a tua volontaria modifica) e potrai così allacciare il collegamento tra browser e archivio dei tuoi accessi:

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi 3

Maledizione, non funziona, non capisco!

Apri KeePassXC e verifica di aver abilitato la funzione di integrazione con i browser tramite KeePassXC-Browser. Vai nelle Impostazioni (o Preferenze su macOS) del programma, spostati su Integrazione con i browser e abilita la funzione, scegliendo poi il browser che preferisci (anche più di uno), quindi attivando o disattivando le opzioni che più ti interessano:

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi 4

Riprova ora a collegare Firefox con KeePassXC, dovresti finalmente riuscirci :-)

“sa, sa, sa, prova, prova, prova”

Al primo tentativo di accesso da far compilare automaticamente (inteso come prima volta che stai usando la coppia KeePassXC e relativa estensione per Firefox) ti verrà richiesto di consentire a Firefox di catturare la coppia di credenziali necessaria dal tuo database:

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi 5

Fai clic su “Ricorda questa scelta” per evitare che venga nuovamente richiesto in futuro, poi un clic su Consenti per completare l’operazione. Questa operazione dovrà essere eseguita giusto la prima volta (ammesso che tu abbia selezionato il Ricorda questa scelta).

Su Windows

Mi ripeto nel dirti che su Windows è tutto più semplice ma comunque somigliante a quanto visto per macOS (se hai letto il paragrafo precedente). La coppia scelta è quella composta dal programma KeePass originale (l’attuale 2.38 a oggi che scrivo l’articolo), seguito dal plugin KeePassRPC (in sostituzione dell’ormai prossimo fuori dai giochi KeePassHTTP) scaricato, copiato e compilato partendo dalla cartella di programma (quella Plugins che -se non esiste già- dovrai creare e popolare sotto C:\Program Files\KeePass Password Safe 2\ o C:\Program Files (x86)\KeePass Password Safe 2\ su sistemi a 64 bit). Su Firefox ho installato Kee, che poi è alla base anche del progetto KeePassRPC su GitHub:

Kee
Kee
Developer: Luckyrat
Price: Free

Kee propone la sua icona nella barra URL di Firefox e –così come già visto per KeePassXC-Browser– dovrà stabilire un collegamento con il tuo database di KeePass.

Una volta stabilito, potrai lasciare che l’estensione compili autonomamente i campi username e password dei siti web che visiti, chiedendo autorizzazione alla comunicazione tra estensione e database solo la prima volta (esattamente come KeePassXC, nda); potrai inoltre chiedere di salvare l’ultimo accesso utilizzato durante la navigazione (funzione utile nel caso in cui tu abbia creato un nuovo utente e non lo abbia ancora memorizzato in KeePass) o creare password complesse che verranno immediatamente salvate nel tuo database in attesa che tu vada a compilare il resto (username e nome da assegnare all’accesso, per poi spostarlo sotto la cartella che meglio calza a quest’ultimo).

Android & iOS

Il capitolo più importante di questi tempi, perché moltissimi accessi vengono effettuati direttamente da mobile, in applicazioni dedicate (native), web ottimizzate o direttamente da browser (e non coadiuvate dal sempre comodissimo Google Smart Lock su Android, per dire). Avere a portata di mano il proprio database diventa pressoché fondamentale, e lo è ancora di più servirsi quindi di un partner che permetta questa facilità di trasporto, è il principale motivo per il quale ho scelto di appoggiarmi a una cartella Dropbox, poiché accessibile da qualsiasi mia postazione fissa e mobile.

L'ecosistema "KeePass based": gestire password tra più sistemi 6

Dato il minimo comune denominatore, l’applicazione per poterlo gestire cambia, e lo fa in base al Sistema Operativo su cui mi trovo. Le mie due scelte rispettivamente per Android e iOS sono ricadute sull’imbattibile KeePass2Android per Android (lo avresti mai detto dal nome?!?) e MiniKeePass per iOS. La prima delle due gestisce direttamente il file degli accessi prendendolo da Dropbox, la seconda invece necessita che il file gli venga passato tramite la funzione di “Apri con” nativa del sistema di casa Apple, e me la sto portando dietro da diversi anni (magari nel frattempo il panorama si è evoluto e migliorato, ben vengano qui i tuoi consigli per un’alternativa sempre gratuita dopo l’acquisto perso di KyPass di qualche anno fa).

Android: KeePass2Android

Completa e ben strutturata, KeePass2Android è in grado di sincronizzarsi costantemente con Dropbox per poter aprire e modificare sempre l’ultima versione del database contenente i tuoi accessi. Si scarica gratuitamente dal Play Store e la si configura davvero in pochi passaggi, con un minimo di accortezza puoi anche usare l’autofill previsto da Oreo così da compilare automaticamente i campi username e password quando richiesto:

ProContro

  • costantemente sincronizzato ma puoi scegliere di lavorare anche offline;

  • icone (favicon) e cartelle proprio come le hai lasciate l'ultima volta sul client Desktop;

  • hai accesso a ogni campo del database, allegati compresi (sì, puoi scaricarli liberamente);

  • la funzione di ricerca è immediata e molto rapida;

  • una volta aperto, potrai bloccare e sbloccare rapidamente il database grazie alla funzione nativa che ti richiederà solo le ultime lettere della tua master password;

  • gratuito (non fa mai male se non hai enormi pretese);


  • è in costante miglioramento, ma nonostante tutto ci sono alcuni problemi nell'Autofill di Oreo se il programma non viene prima aperto;

  • manca la cronologia delle modifiche accessi (non puoi dare un'occhiata alle password precedentemente utilizzate come faresti dal client Desktop);

Come tu stesso avrai notato, l’autofill si trova nei Contro, e un motivo c’è; dovrai infatti aprire KeePass2Android prima di tentare un autofill, altrimenti l’applicazione andrà in crash e lo farà continuamente, fino a quando continuerai a tentare l’auto-completamento senza prima aprire l’applicazione e autenticarti, a quel punto tutto funzionerà correttamente. È un bug già segnalato e sul quale sono certo che lo sviluppatore stia già lavorando, ma bisogna avere pazienza e per il momento aggirare l’ostacolo così come descritto e più volte testato con successo.

iOS: MiniKeePass

Per iPhone la storia cambia, e come riportato qualche riga più sopra io utilizzo un’applicazione che è un po’ la storia del database KeePass aperto e gestito da iOS. Nel tempo le cose potrebbero essere cambiate ma la mia abitudine non mi ha ancora convinto a testare più a fondo questa parte, perché in fondo la maggiorparte delle azioni le compio dal mio Galaxy S8 personale più che dal telefono aziendale. MiniKeePass è una pietra miliare di AppStore e ti permette di accedere ai tuoi account conservati nell’archivio KeePass:

MiniKeePass
MiniKeePass
Price: Free
ProContro

  • la funzione di ricerca è immediata e molto rapida;

  • gratuito, le limitazioni sono molto forti, il progetto però è Open Source e tutti possono collaborare per farlo crescere;


  • non puoi pensare di aprire l'applicazione ed essere già a posto, dovrai prima lanciargli la copia del database più aggiornato passando dall'applicazione (nel mio caso) di Dropbox;

  • icone (favicon) e cartelle NON esattamente come le hai lasciate l'ultima volta sul client Desktop (sì, alcune non le digerisce proprio);

  • manca la cronologia delle modifiche accessi (non puoi dare un'occhiata alle password precedentemente utilizzate come faresti dal client Desktop);

  • non hai accesso a ogni campo del database, scordati gli allegati (solo una delle cose alle quali non avrai accesso);

Posso solo immaginare cosa stai pensando dopo aver dato un’occhiata alla tabella qui sopra, eppure ti assicuro che questa applicazione ha fatto scuola e (ti basta dare un’occhiata alla sezione altri link della pagina Download di KeePass per notarlo tu stesso) i plagi sono all’ordine del giorno e senza neanche sapere cosa davvero ci gira dietro, cambia al massimo solo il nome (e l’icona, certo) ma non la sostanza.

L’unico progetto che sembra aver apportato dei miglioramenti si chiama SyncPass, si basa sempre sul core originale di MiniKeePass ma introduce la funzionalità di sincronizzazione Dropbox che va quindi a mettere al sicuro il tallone d’Achille forse più importante di questo progetto. Non ho comunque sufficienti statistiche riguardanti l’applicazione per potertela consigliare (si tratta pur sempre di dati molto delicati e con cui non giocare).

In conclusione

Spero di averti dato qualche spunto valido per aiutarti a mettere ordine nel mondo dei tuoi accessi e di come cercare di gestirli al meglio (fermo restando che “il meglio” è sempre ampiamente discutibile). Esistono certamente altre alternative a quelle da me suggerite, probabilmente le usi già e vuoi condividerle con me e con gli altri lettori, per questo motivo ti invito a lasciare il tuo commento nell’area a tua disposizione dopo le informazioni di chiusura articolo (anche in modalità anonima!).

Per qualsiasi dubbio o ulteriore informazione inerente questo pezzo, il metodo è quello appena citato (una riga fa), lascia un commento e cercherò di darti una mano nei limiti della mia conoscenza :-)

Buona giornata!


immagine di copertina NeONBRAND on Unsplash
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Android's Corner è il nome di una raccolta di articoli pubblicati su questi lidi che raccontano l'esperienza Android, consigli, applicazioni, novità e qualsiasi altra cosa possa ruotare intorno al mondo del sistema operativo mobile di Google e sulla quale ho avuto possibilità di mettere mano, di ritoccare, di far funzionare, una scusa come un'altra per darvi una mano e scambiare opinioni insieme :-)

La domanda alla base di un articolo evidentemente pubblicato fuori dal tempo potrebbe essere: “Mi conviene pensare all’acquisto di un simile smartphone?“. Asus mi ha spedito uno ZenFone AR da provare per qualche tempo, portato con me e affiancato al resto dei telefoni che sono solito avere a portata di mano. Ti racconto com’è andata, tieni sempre a mente il mio schema di valutazione e che, anche questo come lo ZenFone 4, punta molto sulle sue fotocamere, soprattutto considerando la terza dedicata alla profondità, dedicata all’AR / DayDream e Tango Project di Google.

ASUS ZenFone AR (ZS571KL)

Asus ZenFone AR

Nasce dall’esigenza di Asus di esplorare un mercato ancora troppo poco ricco di giocatori di grosso calibro (è il secondo telefono a supportare la tecnologia sperimentale di Google), ma nel frattempo Tango Project muore e ci si ritrova quindi con un pezzo di tecnologia orfano inconsapevole e soprattutto incolpevole di quanto deciso da un’azienda della grandezza di big G. Non so quanto sia il caso di dirlo, ma “fortunatamente” AR ha avuto poco successo tra i papabili clienti, così come il predecessore Phab 2 Pro di Lenovo. Nessuno probabilmente piangerà la sua scomparsa, o al massimo si troverà in compagnia della particella di sodio dell’ormai nota pubblicità che tutti almeno una volta abbiamo visto in televisione o sentito in radio. Resta da capire quanto di questo hardware molto potente è ancora sfruttabile per l’ordinaria amministrazione, rapportandolo a un prezzo che potrebbe indurre all’acquisto pur sapendo che si tratta di un Walking Dead.

Con un prezzo di listino che è stato capace di toccare i 900€, oggi si trova ad almeno 300 euro in meno senza troppa fatica. Non è cosa da poco, ne sono pienamente consapevole, ma se si confronta la sua dotazione hardware con quanto disponibile sul mercato, si arriva facilmente alla conclusione che Asus (e i venditori terzi) non stanno chiedendo più di tanti altri competitor (ti ricordo che questo è da considerarsi top di gamma, almeno in una sua fascia).

Sotto al cofano

Dotazione da PC portatile a dir poco, considerando che avrai a che fare con un processore 64-bit Qualcomm Snapdragon Quad-Core 821 @2. 35 GHz (volutamente ottimizzato per Tango) e grafica Adreno 530, coadiuvato da 6 GB di RAM (il modello da me provato, perché in realtà esiste anche con 8 GB di RAM) e 128 GB di spazio disco senza espansione alcuna (con microSD si può arrivare fino a 2 TB, e ci sono anche 100 GB di spazio su Google Drive gratuiti per due anni), che diventano circa 112 perché 16 (più o meno) se li tiene da parte il sistema, riservandoli e rendendoli inaccessibili.

Android è fermo alla versione 7.0 (e ZenUI alla 3.0), e in tutta onestà non so quanto Asus voglia tenere al passo questa sua cometa, considerando che il livello di patch mi comunica come data quella del primo luglio del 2017, davvero un peccato considerando che qualche acquirente là fuori esiste per forza, e dubito sia molto contento di essere tenuto indietro. Si parla di aggiornamento major a Oreo, ma non trovo molte informazioni certe in merito, c’è addirittura aria di salto alla 8.1 senza passaggio dalla 8.0 (tante voci, qualche firmware installato in maniera forzata ma non una roadmap con date ben evidenziate, prometto di aggiornare questo paragrafo nel caso dovessi venire a conoscenza di novità in merito, e i tuoi commenti per farmele notare sono i benvenuti).

Un pelo fuori luogo la batteria, tendenza difensiva del 2017 per molti produttori. Asus ZenFone AR monta una 3300 mAh che sembra davvero piccola considerando il grande monitor da 5,7″ e le tecnologie che vuole padroneggiare (te ne sto parlando come se tutto fosse ancora vivo e vegeto, lo so, ma considera che è nato senza sapere della chiusura di Project Tango, quindi è giusto metterlo sul piatto della bilancia con tutto il corredo). C’è chiaramente la possibilità di ottimizzare i consumi del sistema (come già successo per ZenFone 4, nda), ma in alcuni casi potrebbe non essere abbastanza. Fortunatamente per la ricarica si è pensato a Quick Charge 3.0 e BoostMaster Fast Charging che permette di arrivare al 60% di carica in 39 minuti circa (con il caricabatterie originale che eroga 18W).

Multimedia

Jack per le cuffie (inutile sorridere, sai bene che ormai non possiamo più darlo per scontato!), altoparlante mono con effetto stereo, attacco USB-C. Sensore di impronte estremamente veloce e preciso (pressoché infallibile) sul fronte, subito sotto al pannello monitor (Super AMOLED WQHD 2560×1440, Gorilla Glass 4 con una cornice molto sottile inferiore ai 2mm), i pulsanti di accensione / spegnimento / standby e volume si trovano tutti sulla destra, il profilo è sottile ma buono, non danno fastidio alcuno, non ci si può sbagliare.

C’è anche la Radio FM, così come tutto un reparto audio che si fregia dei marchi DTS Headphone:X (7.1) ma in generale l’equalizzazione audio e la qualità in bluetooth non mi soddisfano, deve essere un tallone d’Achille che lo accomuna allo ZenFone 4, ed è un peccato (si nota molto la differenza quando si passa da un volume medio-basso a uno decisamente più alto, trasmissione sorgente via Spotify in altissima qualità, la medesima combinazione che con un diverso smartphone e stesso impianto funziona perfettamente).

Chip WiFi 802.11a/b/g/n/ac che funziona bene ma non brilla, nonostante sia stato messo alla prova con la stessa distanza da router e aggancio 5 GHz che dovrebbe fare molto meglio di quanto stabilito (ho provato più test passando da Google, SpeedTest e Fast):

Software e usabilità

In linea di massima ci siamo, nonostante si stia parlando di ZenUI 3.0 e una serie di ragionamenti vecchio stile che non ho mai apprezzato di Asus, primo tra tutti la presenza di una serie di software pre-installati che sostengo essere ormai gesto superato e anche fastidioso, correzione apportata in una ZenUI 4.0 che probabilmente approderà su ZenFone AR con Oreo. Tango e Daydream già installati (mi stupirei del contrario), così come alcuni giochi che possono dare il meglio su uno schermo così grande e con quella quantità di RAM associata alla GPU Adreno (nonostante si tratti di una coppia CPU/GPU appartenente a una precedente generazione, strano considerando il costo e la data d’uscita di ZenFone AR).

Troverai tutta la famiglia di applicazioni Zen, Facebook e Messenger, ma anche Instagram e una serie di applicazioni che sfruttano la realtà aumentata, come iStaging (ho aggiunto un cestino in casa, ma non credo che lo comprerò di quel colore, guarda la fotografia di seguito), Visualiser di BMW, Towers for Tango, Measure per prendere misure più o meno corrette (c’è un margine dovuto all’applicazione e uno dovuto alla tua capacità di colpire i punti giusti dai quali partire con la misurazione) e un gioco (Slingshot Island) anch’esso basato su AR.

ASUS ZenFone AR (ZS571KL) 10

Io ho installato e provato Hot Wheels Track Builder Tango solo per il mero gusto di tornare bambino e far volare quattroruote a caso per casa (sì, gioco di parole voluto). A proposito di giochi: ne troverai preinstallati alcuni della famiglia Gameloft, tra cui N.O.V.A. Legacy e Asphalt 8: Airborne, ma non solo. Diciamo che la dotazione hardware dello ZenFone AR ti permette certamente di goderti questi titoli per definizione esosi, trovandoli invece ragionevolmente fluidi e reattivi ai comandi.

Fotografia

Eccoci qui, arrivati al paragrafo indubbiamente fondamentale per un terminale di questo tipo, perché le caratteristiche di ZenFone AR parlano chiaro (in parte prese direttamente dalla scheda tecnica ufficiale, perché a elencarle tutte si finisce nella mattinata di domani!):

Fotocamera principale (posteriore)

  • Fotocamera 23 megapixel PixelMaster 3.0
  • Apertura diaframma f/2.0
  • Sensore SONY IMX 318 (sensori di grandi dimensioni 1/2.6″, 1,0 µm dimensione pixel )
  • Lunghezza focale 27mm
  • 6 lenti per 4 assi, stabilizzazione ottica dell’immagine e 4 stop per foto perfette
  • Stabilizzazione ottica dell’immagine a 3 assi per foto prive di effetto movimento
  • Videoregistrazione 4K UHD (3840px x 2160px) a 30 frame al secondo,1080p HD 30 fps o 720p HD sempre a 30 fps, con stabilizzazione elettronica dell’immagine a 3 assi (e possibilità di fotografare anche durante la ripresa video)
  • Dual-LED real tone flash

Fotocamera secondaria (anteriore)

  • Foto a 8 megapixel
  • Sensore OV 8856 (1/4″, 1.12um)
  • Apertura diaframma f/2.0
  • Screen Flash (sì, quella roba che apparteneva agli avi, all’incirca)

Più delle parole contano come al solito i fatti, ed ecco quindi che ti propongo qualche scatto catturato in ogni condizione di luce, così che tu possa trarne direttamente le conclusioni. Per ciò che mi riguarda, sembra che l’applicazione della fotocamera (nonostante il sensore di Sony, che in questo campo può insegnare a molti, nda) non carichi sufficientemente i colori e si faccia ingannare dalle luci in condizioni non ottimali (ho volutamente fatto un paio di fotografie alla tartaruga mentre la sua lampada le puntava addosso la luce UVB, tanto per dire), tutto migliora se si catturano soggetti illuminati dalla luce del giorno e, per assurdo, anche in condizioni di luce molto scarsa (guarda la foto della candela sulla scrivania, fatta completamente al buio):

E qui un esempio di video (grazie al meteo di Milano per la preziosa collaborazione :-p):

In conclusione

Nonostante alcune sbavature che onestamente non pensavo di trovare su uno smartphone che pretende quasi 1000€ in cassa (considerando il listino all’epoca della realizzazione e inserimento in commercio), l’hardware che lo ZenFone AR propone è certamente in grado di sostenere una grande mole di lavoro, seppur non correttamente coadiuvato da una batteria che poteva certamente essere più capiente e pronta a giornate di lavoro particolarmente stressanti.

Buono il materiale con il quale è stato pensato e sviluppato che ne garantisce ottima presa (nonostante le generose dimensioni), non scivola in nessuna condizione (quella che trovi sulla scocca posteriore è una finta pelle, il resto di ZenFone AR è tutto metallo).

La generazione di CPU / GPU “nata vecchia” non è necessariamente una pecca, è stabile e non scalda più del dovuto, regge bene la condizione sotto sforzo, viene quindi promossa con voti più che sufficienti. La disponibilità di un secondo slot SIM ti permette di pensare a ZenFone AR come uno smartphone unico per parenti / amici e anche colleghi d’ufficio (se, come me, hai ben pensato di tenere le due cose separate), pur facendo attenzione a ottimizzarne l’utilizzo per arrivare a sera senza troppe preoccupazioni. La confezione è molto completa e propone il solito set fatto di auricolari in-ear e caricabatterie, quest’ultimo con uscita 5 e 9 V, per dare uno sprint alla carica (come ti ho spiegato qualche paragrafo più sopra), una custodia in silicone trasparente e una pellicola in vetro (tutto materiale che solitamente si compra in un secondo momento, quindi lodevole!). Non può chiaramente mancare il visore in cartone da costruire.

Lo comprerei? Probabilmente aspetterei ancora un po’, per capire qual è il suo destino in merito ai prossimi aggiornamenti e ad Android Oreo, con l’occasione il prezzo potrebbe ulteriormente variare (in meglio, per il cliente finale). ZenFone AR potrebbe essere un buon compromesso tra qualità e costo se lo si considera come un terminale completo in grado di affrontare le sfide poste dalle applicazioni (e giochi, anche se io non sono solito giocare con lo smartphone) più pesanti, perché la fluidità è assolutamente uno dei suoi punti forti.

× Disclaimer

Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: fornito da Asus, tornerà all'ovile al termine del mio test.
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Ho avuto la necessità di spostare numerosi file (10 GB / circa 100.000 file) da una cartella di Dropbox a una di Box.com. Un tempo avrei utilizzato Mover (te ne avevo già parlato), ma il servizio è diventato a pagamento, e non si trattava di materiale che meritava un investimento in denaro, nonostante non avrei voluto comunque perderlo. Poi ho scoperto rclone, e ho fatto centro con qualche riga lanciata in un prompt dei comandi di Windows, sulla macchina che mi fa da Media Center a casa (con una connessione in fibra di Fastweb che non mi ha fatto neanche accorgere del passaggio).

Copia dati in bulk tra servizi Cloud

Te la faccio semplice (anche perché in realtà questo tool permette un’infinità di operazioni, tutte minuziosamente documentate) e ti spiego cosa ho fatto io, così che tu possa replicarlo, ma niente e nessuno ti limita rispetto a ciò che potresti fare utilizzando rclone e i tuoi account di Cloud Storage (anche schedulando le operazioni e automatizzandole completamente).

Scarica rclone da rclone.org/downloads (x86 o x64 in base al tuo sistema operativo), scompatta il file ZIP, non necessita di installazione alcuna, è subito utilizzabile.

Collegamento ai servizi

Apri un prompt dei comandi e spostati nella cartella di rclone, quindi lancia un rclone config per entrare in modalità di configurazione. Quando richiesto, aggiungi un nuovo servizio di Cloud Storage (n):

Scegli un nome “parlante” (che ti permetta immediatamente di capire di che account si tratta) ma che non contenga spazi al suo interno (fidati, è per tua comodità, ma se proprio devi utilizza un “_“), per esempio “googledrive“. Ti verrà ora presentata la lista degli storage compatibili, inserisci manualmente il nome di quello che ti interessa (per esempio, per Google Drive dovrai scrivere “drive“):

Copia dati in bulk tra servizi Cloud con rclone

Ti verranno richiesti dei dati che quasi certamente non possiedi già (client_id e client_secret per poter accedere al tuo account di Google Drive), premi invio in corrispondenza di entrambi e arriva alla fatidica domanda che ti chiederà di utilizzare la configurazione automatica, quindi procedi in questa modalità (rispondi “y” quando richiesto), così verrà aperta una scheda del browser in cui potrai autenticarti e confermare l’accesso alle tue risorse, chiudi pure la scheda:

Storage> drive
Google Application Client Id - leave blank normally.
client_id>
Google Application Client Secret - leave blank normally.
client_secret>
Remote config
Use auto config?
 * Say Y if not sure
 * Say N if you are working on a remote or headless machine or Y didn't work
y) Yes
n) No
y/n>y

Il codice verrà catturato in autonomia da rclone, tu dovrai solo rispondere alle ulteriori domande a video (se si tratta di un account di Team, nel caso di Google Drive), poi ti verrà mostrato il token di accesso recuperato, è ciò che serve per “parlare” con quel Cloud Storage, dai un’ultima conferma con “y” quando richiesto.

Hai terminato la configurazione. Puoi / devi replicarla per gli altri servizi di Cloud Storage, o almeno con un altro se la tua intenzione è quella di copiare dati tra due di quelli su cui sei registrato.

Move dei dati

Fai riferimento a questo documento: rclone.org/commands/rclone_move. Io ti riepilogo ancora una volta i passaggi.

Dato per scontato che tu abbia aggiunto almeno un altro account di Cloud Storage, puoi fare un “dir” delle cartelle che hai su un account Cloud lanciando un rclone lsd dbox: (dove dbox è il nome che io ho dato al mio account Dropbox configurato, dovrai sostituirlo con quello scelto da te!), mantieni i due punti finali (:), altrimenti otterrai errore.

Io, che la cartella da spostare l’ho salvata in una sotto-cartella di un’altra sotto-cartella, arrivo a ottenere una cosa simile:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone lsd "dbox:laboratorio\temp\Test rclone"
 -1 2017-12-02 17:05:33 -1 spostami

Se devi esplorare cartelle che nel nome contengono degli spazi, ti basterà racchiudere il tutto tra apici. Per ottenere una lista completa dei file oltre che delle cartelle, sostituisci lsd con ls, per capirci:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone ls "dbox:laboratorio\temp\Test rclone"
 0 spostami/Nuovo Documento di Microsoft Word.docx
 6559 spostami/Nuovo Foglio di lavoro di Microsoft Excel.xlsx
 59904 spostami/Nuovo Microsoft Publisher Document.pub
 0 spostami/Nuovo Presentazione di Microsoft PowerPoint.pptx
 0 spostami/Nuovo documento di testo.txt

Veloce giro anche su Google Drive per capire dove spostare la cartella:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone lsd googledrive:
 -1 2013-08-27 14:31:01 -1 ABPXFiles
 -1 2015-10-06 19:23:15 -1 Apps
 -1 2012-11-13 14:47:41 -1 Archivio
 -1 2013-11-12 14:56:02 -1 Mozilla Italia
 -1 2012-11-13 14:48:37 -1 Personali
 -1 2017-12-02 15:59:13 -1 Test rclone

È fatta. La cartella “spostami” che si trova nella sorgente (Test rclone su Dropbox) dovrà finire nella medesima sulla destinazione (Test rclone su Google Drive). Il comando Move di rclone viene quindi in soccorso:

rclone move "dbox:laboratorio\temp\Test rclone" "googledrive:Test rclone"

Salvo errori, il risultato è quello aspettato:

C:\temp\rclone-v1.38-windows-amd64>rclone ls "googledrive:Test rclone"
 0 spostami/Nuovo Documento di Microsoft Word.docx
 6559 spostami/Nuovo Foglio di lavoro di Microsoft Excel.xlsx
 59904 spostami/Nuovo Microsoft Publisher Document.pub
 0 spostami/Nuovo Presentazione di Microsoft PowerPoint.pptx
 0 spostami/Nuovo documento di testo.txt

rclone ricreerà –se necessario– anche l’albero cartelle che nella sorgente c’è ma che non trova corrispondenza nella destinazione, così da mantenere lo stesso identico ordine per tutti i file che andrai a copiare / muovere / sincronizzare i tuoi dati.

Cosa conviene ricordarsi

Nel caso in cui ti dovesse servire ficcare il naso nel file di configurazione (lo sconsiglio, ma può tornare utile, io l’ho fatto per operare una modifica manualmente e per replicare la medesima configurazione su una diversa postazione), ricordati che potrai trovarlo nella tua cartella utente (%UserProfile%), quindi in .config\rclone.

Qui –salvo modifiche future del programma– troverai un file chiamato rclone.conf. è lui a contenere i nomi delle tue connessioni e relativi token di accesso.

Potrai sempre (da prompt dei comandi) leggerlo anche dalla riga di comando di rclone, semplicemente lanciando il comando rclone config show.

That’s all folks!

Probabilmente hai trovato il metodo giusto per spostare i tuoi file, o magari per tenerli sincronizzati costantemente tra più servizi Cloud :-)

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