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Ormai ci siamo. Dal 2016 a oggi i ragazzi di Cubbit hanno percorso quella strada che gli ha permesso di prendere l’importante decisione di esporsi in pubblica piazza, su KickStarter, per dare via alla loro campagna di crowdfunding necessaria alla realizzazione in serie del prodotto che intendono lanciare per permettere a ogni utente di costruirsi un proprio spazio Cloud sicuro e protetto, ma soprattutto distribuito e non dipendente da quello che in gergo tecnico chiamiamo “Single Point of Failure“: la Cubbit Cell.

Cubbit è pronto a lanciare la campagna di Crowdfunding

Ti ho parlato del progetto una manciata di giorni fa in un articolo dedicato (Cubbit è il Cloud distribuito e sicuro che parla italiano), nel frattempo ho personalmente investito (e sto continuando a farlo) ore del mio tempo (e una piccola spesa per l’hardware necessario) per cercare di provare la soluzione quanto più possibile, identificando bug e segnalandoli tempestivamente, affinché un prodotto finito e pronto per il mercato non contenga grossolane anomalie che potrebbero inficiarne il giudizio finale e la semplicità d’uso da parte di chiunque.

Quello di oggi è un articolo più da birra e chiacchiere con chi in Cubbit ci ha messo anima, competenze e cuore (oltre che tempo e denaro). Ho chiesto ad Alessandro, uno dei fondatori, di raccontarmi com’è nato tutto questo, questo è un po’ il risultato della nostra chiacchierata virtuale:

Cubbit è nata nel marzo 2016 con l’ambiziosa idea di costruire il primo cloud senza data center proprietari. Siamo quattro soci con differenti background ma accomunati dalla passione per le novità e da tanta voglia di fare.

Potremmo dire che all’interno di Cubbit convivono due anime, quella tecnologica – rappresentata da Marco e Lorenzo che lavorano instancabilmente al software e all’architettura di rete – e l’anima più business oriented – rappresentata da me e Stefano, appassionati di innovazione e da tempo conoscitori del mondo startup.

Dopo aver avuto l’idea iniziale eravamo consci che il lavoro da fare sarebbe stato lungo e che la complessità del progetto avrebbe richiesto un impegno full time. Per questo motivo abbiamo aspettato la fine degli studi di tutti e quattro: a marzo 2016 dopo la laurea abbiamo concretamente iniziato a lavorare al progetto, investendo inizialmente 15.000 euro che ci avrebbero garantito la possibilità di avvalerci delle competenze di altri collaboratori necessarie per effettuare una fase esplorativa durata 4 mesi.

Essendo quattro giovani ragazzi appena usciti dal percorso universitario le difficoltà non sono mancate. All’inizio, ci siamo dovuti appoggiare ad una casa che era il nostro ufficio durante il giorno e un Airbnb di notte (dovevamo pur sempre pagare le bollette!). Non è stato facile, anzi, sono stati mesi duri ma il nostro progetto ha cominciato a prendere forma.

Mentre, lato tech, si scriveva notte e giorno il codice sorgente, io e Stefano, lato business, partecipavamo a numerosi bandi. Le soddisfazioni sono arrivate presto a ripagare gli sforzi di tutti noi. Prima abbiamo vinto il bando di Aster, poi il Myllennium Award, ottenendo 10.000 euro di premio e un viaggio al Boston Innovation Gateway che ci ha permesso di entrare in contatto con lo stimolante ambiente hi-tech statunitense. A dicembre 2016 è poi arrivata la “consacrazione” del progetto con la vittoria del Premio Nazionale Innovazione.

Da lì non ci siamo più fermati, e anzi abbiamo continuato a presentare il nostro progetto anche in ambienti internazionali. Siamo stati finanziati dall’Unione Europea tramite il programma Horizon2020 e subito dopo siamo stati i primi italiani ad essere investiti e accelerati da Barclays, banca UK, e Techstars a Tel Aviv in Israele, un ecosistema straordinario per le startup tecnologiche nascenti e che cerca sempre di premiare tecnologie che siano veramente “​distruptive​”.

Negli anni abbiamo ricevuto diverse proposte di trasferire la nostra sede all’estero (es. Tel Aviv) ci hanno detto spesso che spostandoci dall’Italia le nostre chance di successo sarebbero aumentate ma noi vogliamo dare il nostro contributo al nostro Paese. Siamo profondamente legati a questo: ci ha offerto un’ottima formazione e tante opportunità di crescita. Siamo convinti che il futuro del cloud possa essere made in Italy, e per questo abbiamo scelto di gettare le nostre basi a Bologna.

Ci piace pensare che il futuro del cloud possa essere made in Italy.

A inizio articolo ti parlavo del 2006 perché è proprio da lì che parte il team, volendo infatti riassumere le tappe più importanti della crescita del progetto Cubbit si potrebbe determinare una timeline di questo tipo:

  • Marzo 2016 – Cubbitnasce da quattro founders: Marco Moschettini, Lorenzo Posani, Alessandro Cillario e Stefano Onofri.
  • Dic 2016 Cubbit vince il premio nazionale italiano per l’innovazione (PNI), la ricompensa più significativa per le startup hi-tech del paese. Il mondo inizia a conoscere la nostra tecnologia, anche se è ancora scritta in C ++ e questo cambierà presto.
  • Febbraio 2017​– Cubbit va a Boston. Come parte del Myllennium Award vinto un paio di mesi prima, seguiti da un team internazionale di esperti in innovazione entriamo in contatto con lo stimolante ambiente hi-tech statunitense.
  • Giugno 2017​– Il software Cubbit è pronto per essere testato: viene lanciato un primo alpha test! Il primo neonato swarm di Cubbit è composto da 50 Raspberry Pi 3 sparsi per l’Italia.
  • Dicembre 2017 ​– Alla European MakerFaire di Roma comunichiamo pubblicamente il nostro alpha test e raccogliamo adesioni di appassionati di informatica e tecnologia che vogliono aiutarci a rimodellare il futuro del cloud. Il nostro stand è sopraffatto dalla folla e l’ultimo giorno di fiera ci viene assegnato il premio ​Maker of Merit​.
  • Gennaio 2018​– Più di 250 persone provenienti da 8 paesi si uniscono allo sciame degli Alpha tester. Grazie alla loro disponibilità e collaborazione i nostri programmatori riescono a testare il servizio e a migliorare l’user experience del software.
  • Apr 2018 L’Unione Europea riconosce l’innovazione e l’eco-sostenibilità del nostro cloud distribuito: Cubbit vince la prima fase del prestigioso programma Horizon2020.
  • Maggio 2018 Una grande notizia!. Dopo un lungo processo di selezione, Cubbit è stata scelta come innovazione all’avanguardia su cybersecurity da Techstars, uno dei 3 migliori acceleratori di startup al mondo, e Barclays, banca UK che sceglie di investire sul progetto. Il team vola a Tel Aviv per 4 mesi di un programma di altissimo livello condotto da mentor globali.
  • Ottobre 2018​– Un anno dopo, scegliamo ancora la Maker Faire Rome come luogo per annunciare il prossimo grande passo: la campagna di crowdfunding di Cubbit prevista per fine febbraio 2019.
  • Febbraio 2019 Lancio della campagna di crowdfunding su Kickstarter

In attesa della campagna

In attesa che la campagna abbia inizio (sarà mia cura aggiornare questo articolo e rilanciarlo su Twitter, LinkedIn e Reddit), quello che io posso fare è invitare uno dei lettori a provare la versione Alpha del software, a patto che questa persona abbia già a sua disposizione un Raspberry Pi 3 e un disco USB esterno, o almeno una chiave (sempre USB) con qualche GB di spazio da utilizzare esclusivamente per Cubbit (non meno di 16 ti direi, capirai in seguito il perché).

Ti inviterò all’interno di un forum attualmente privato dove troverai tutte le istruzioni per installare Cubbit sul Raspberry, così da poter cominciare da subito a giocare con il software e creare il tuo spazio sicuro in Cloud. Credo fermamente che i contributi possano aiutare a migliorare qualsiasi tipo di esperienza o prodotto, un paio di occhi e mani in più non possono certamente fare male. Ho un solo invito disponibile, dimmi perché dovrei scegliere proprio te, lascia un commento a questo articolo 😉 (mi rendo conto che il tempo è poco e che alcuni lettori vedranno questo articolo in seguito, mi spiace davvero, ma presto Cubbit sarà disponibile per tutti!).

A questo punto non mi resta che augurare a tutti un buon inizio di settimana.

26/2/19

L’ora della campagna KickStarter è stata annunciata!

Il tempo è terminato, non ti resta che partecipare alla campagna KickStarter che verrà lanciata ufficialmente oggi, alle 17:30! Se anche tu come me ti sei mosso “prima del dovuto” registrandoti sul sito di Cubbit per ottenere novità e promozioni in questa fase della campagna, allora potrai accedere a un particolare vantaggio sicuramente graidito. Copio e incollo riportando dalla mail originale (ovviamente evitando di fornire ulteriori dettagli per non sminuire ciò che è stato fatto dai “precursori“:

Siamo felici di annunciarti un vantaggio esclusivo, riservato solo a coloro che come te hanno deciso di entrare in contatto con Cubbit ancora prima di Kickstarter.

Scegli il pledge della tua Cubbit Cell su Kickstarter entro le prime 24h dal lancio e otterrai 50GB di spazio cloud extra sul tuo account!

Cubbit è pronto a lanciare la campagna di Crowdfunding 2

Per non arrivare tardi all’ora di lancio puoi tenere d’occhio il canale Telegram ufficiale del progetto (go.gioxx.org/cubbit-telegram) o decidere di farti recapitare i messaggi all’interno del tuo Facebook Messenger (go.gioxx.org/cubbit-messenger).

26/2/19

La campagna è Live!

Ci siamo, la campagna KickStarter è partita ufficialmente e le offerte per i Super Early Bee sono davvero molto allettanti (€199 per la Cubbit Cell con 512 GB di spazio disco a tua disposizione, €279 per quella da 1 TB). Puoi consultare tutti i dettagli all’indirizzo kickstarter.com/projects/cubbit/cubbit-reinventing-the-cloud.

In bocca al lupo ragazzi :-)

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La prima volta che ho sentito parlare di Cubbit ho pensato si trattasse dell’ennesima soluzione di Cloud Storage fedele a una formula tanto vincente quanto vecchia, quella strettamente legata alla citazione There is No Cloud: It’s just someone else’s computer (e lo stesso dicasi per Babbo Natale o il coniglietto di Pasqua, mi spiace). Nonostante io affidi al Cloud molti dei miei dati ai quali tengo particolarmente (e che mantengo in backup anche su un NAS locale), sono sufficientemente consapevole che un attacco ben congegnato ai danni degli utilizzatori di uno o più servizi molto conosciuti possa fare reali e importanti danni (come già dimostrato e parzialmente successo in passato).

Cubbit è il Cloud distribuito che parla italiano

In cosa differisce quindi questo progetto nato in Italia? Nel fatto che quell’else’s computer si trasforma in una moltitudine di nodi distribuiti all’interno dei quali nessuno può sbirciare secondo quanto dichiarato, Cubbit viene presentato come un cloud peer-to-peer: zero necessità di conoscenze tecniche, zero abbonamenti ed ecocompatibile, da un team che ha sede a Bologna e Tel Aviv (in Israele) e che si ritrova a collaborare anche con il CERN. La compagnia è finanziata da Techstars, Barclays e dalla Commissione Europea tramite il programma H2020, così come dal progetto europeo “Climate Kic” dedicato all’ecosostenibilità.

Cubbit è il Cloud distribuito che parla italiano 3

Decentralizzazione

Cubbit è il Cloud distribuito e sicuro che parla italiano

È questa la parola chiave di un progetto che mira a eliminare quell’intermediario costituito oggi da una miriade di Data Center sparsi per il globo, all’interno dei quali trovano spazio i server che contengono i dati di ciascun utente che utilizza servizi competitor come Dropbox, Box o OneDrive di Microsoft (ma non solo, la lista è ormai lunga). La privacy è generalmente garantita da chi il servizio lo rende disponibile e si accerta che rimanga al riparo da ogni possibile abuso, accertandosi così che i dati di ciascun utente non vadano a finire in mano a degli sconosciuti non autorizzati, ma allo stato attuale nessuno può realmente garantire che questo accada (con la GDPR qualcosa si muove, almeno in Europa).

Ciò che Cubbit afferma di voler raggiungere è un rimescolamento delle carte, una decentralizzazione dei Data Center grazie a un hardware che chiunque può ospitare tra le mura di casa propria, risparmiando risorse inutilizzate (CPU, banda e storage) e garantendo una privacy dei dati che sta a cuore ormai a noi tutti.

Cubbit a oggi è poco più di un sito web e una sperimentazione software nell’attesa che la campagna KickStarter parta nel corso di questo mese e permetta di raccogliere i fondi necessari per la preparazione dell’hardware che consentirà a tutti di costruirsi il proprio Cloud in maniera alternativa, tramite le Cubbit Cell; è grazie a questa che – una volta collegata alla rete – si potrà iniziare a utilizzare il servizio in maniera completamente gratuita (sì, per sempre).

La Cubbit Cell

Cubbit è il Cloud distribuito che parla italiano 2

La cella permette di entrare a far parte della rete p2p di Cubbit e necessita di alimentazione e connessione di rete stabile (LAN) per funzionare. Premesso ciò, si avrà così accesso a:

  • (fino a) 4 account: all’utente vengono garantiti fino a 4 account (l’esigenza media di una famiglia). Nell’eventualità tu non avessi necessità di tutti gli account potrai sempre pensare di acquistare in gruppo la Cubbit Cell e dividere le spese, che male non fa.
  • Espandibilità: la Cubbit Cell è espandibile fino a 4 TB di spazio cloud semplicemente collegando un altro Hard Disk via USB. Per ogni GB di spazio fisico che l’utente aggiunge alla Cubbit Cell, metà di quello viene trasformato in cloud e reso disponibile all’utente. Occhio, è un passaggio importante per fare il giusto calcolo, ottenere 4 TB di spazio in Cloud ti costerà 8 TB di disco fisicamente attaccato alla cella. Questo è un passaggio attualmente obbligato che in futuro prossimo potrebbe però cambiare.
  • Zero-knowledge: la Cubbit Cell non salva i file dell’utente nella loro interezza, ma solo pezzi criptati dei dati che sono stati caricati (secondo un ragionamento che ti viene spiegato meglio qualche riga più in basso). Per completezza occorre specificare che la Cubbit Cell non salva neanche la tua password, da nessuna parte, il tutto per garantire un più alto livello di sicurezza.

Cubbit è il Cloud distribuito che parla italiano 4

Allo stato attuale Cubbit garantisce l’uso della sua soluzione tramite un’applicazione web che è chiaramente compatibile con Desktop e Mobile (lo stretto indispensabile per poter operare a oggi). Seppur non esista ancora nulla di pubblicamente accessibile, un video su YouTube ti permette di dare una sbirciata a ciò che c’è in cantiere (già funzionante).

Privacy

Leggo e riporto qui di seguito:

Con Cubbit, la privacy è un diritto fondamentale, non un optional a pagamento. Ogni file caricato sulla Cubbit Cell è criptato con AES-256, un protocollo di sicurezza militare, e poi spezzettato e distribuito in modo sicuro attraverso la rete p2p attraverso canali criptati end-to-end. Solo l’utente la chiave per decifrare e accedere ai suoi file. Inoltre, Cubbit rende i dati dell’utente indistruttibili, dal momento che essi risiedono su una rete distribuita, non in una banca dati centralizzata. Infine, l’architettura è 10 volte più ecocompatibile di un servizio di cloud storage tradizionale, con profonde implicazioni sull’inquinamento globale: per ogni 1000 terabyte di dati salvati su Cubbit, il mondo risparmia 100 tonnellate di CO2 ogni anno. In altre parole, ogni 4 terabyte Cubbit risparmia l’energia consumata da un frigo.

“È ora di alzare l’asticella del cloud – dice Stefano Onofri, CEO di Cubbit – con Hotmail abbiamo smesso di pagare per le email, con WhatsApp abbiamo smesso di pagare per gli sms. Con Cubbit smetteremo di pagare per il cloud storage.” Una visione realizzabile grazie alla tecnologia di Cubbit. “L’architettura dell’intero sistema è zero-knowledge – dice Marco Moschettini, CTO – perché è progettato per non avere accesso alla password dell’utente. Grazie a questo, i dati dentro Cubbit non possono essere rubati dal momento che sono distribuiti e protetti dai più avanzati strumenti crittografici.”

“Cubbit cambia l’infrastruttura del cloud” aggiunge Alessandro Cillario, COO. “Il nostro data center distribuito schiaccia le piattaforme cloud tradizionali in termini di costi, sicurezza ed efficienza energetica. Questa è la ragione per cui il nostro servizio cloud può contare su grandi vantaggi competitivi rispetto a giganti come Dropbox. “Grazie al nostro algoritmo di machine learning” commenta Lorenzo Posani, CSO, “evitiamo trasferimenti di dati sulle lunghe distanza che, in molti casi, consumano tanto quanto lo stesso storage. Paragonati con le piattaforme cloud centralizzate, Cubbit ha un impatto ambientale estremamente ridotto: -90% (dieci volte meno) sul mantenimento dati e – 50% (due volte meno) sul loro trasferimento. Fornisce dunque un esempio di come un cambio radicale di paradigma può beneficiare sia il consumatore finale che la società nel suo insieme.”

TL;DR per chi non vuole perdersi in quanto scritto nel comunicato stampa: Cubbit utilizza il protocollo AES-256 per proteggere i dati caricati online, i quali potranno essere decodificati esclusivamente tramite una chiave in possesso del solo proprietario dei dati stessi. Quei dati, per evitare il più classico dei Single Point of Failure, saranno spezzettati e caricati nella rete p2p creata dalle varie Cubbit Cell collegate a Internet e sparse per il globo, assicurandoti così che non si possano distruggere a causa di una rottura disco (cosa assai comune ai tempi d’oggi).

In conclusione

Tante domande e voglia di mettere alla prova questa tecnologia e la relativa applicazione, ancora poco a disposizione se non la speranza di avere tra le mani una Cubbit Cell appena possibile. Dopo aver preso contatto con il team di Cubbit dovrei avere presto accesso alla WebApp e a qualche GB a mia disposizione per iniziare a operare sulla piattaforma, così da capire pregi e difetti di un prodotto che vuole davvero rivoluzionare il modo di intendere il Personal Cloud, offrendo la possibilità a tutti di entrare in famiglia e rispettando la privacy dei dati.

A questo punto non mi resta che rimandarti al sito web ufficiale dove potrai – ancora per poco – iscriverti alla newsletter e ricevere un codice sconto che ti permetterà di risparmiare 100€ sull’acquisto della tua cella su Kickstarter (199€ anziché 299€). Sempre sul sito web della società troverai anche una serie di domande e risposte che potrebbero già oggi darti qualche informazione in più sul funzionamento di Cubbit e sulla sopravvivenza della rete p2p dedicata alla distribuzione, conservazione e protezione dei tuoi dati.

Se fai parte di coloro che sono già pronti ad acquistare la Cubbit Cell su KickStarter fammelo sapere con un commento a questo articolo, io dal canto mio tenterò di riportare aggiornamenti e novità sul progetto appena queste saranno disponibili! :-)

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Conosco e sfrutto da moltissimi anni ormai le soluzioni di Cloud Storage più famose al mondo, per scopi personali (Dropbox Plus da 1 TB circa e Box free con 50 GB di spazio lifetime) e anche lavorativi (Dropbox for Business, spazio illimitato), ognuna di queste con i propri punti di forza e debolezza, con un occhio di riguardo alla tecnologia, alle novità e alla sicurezza dei dati (chi più, chi meno), e poi arriva lui, pCloud, un terzo player che sembra farsi spazio tra i grandi e che nell’ultimo anno ha anche guadagnato una menzione d’onore tra i migliori servizi di Cloud Storage al mondo. Ma di che si tratta esattamente?

pCloud salta fuori studiando alternative a Dropbox o Box

pCloud

Si tratta dell’ennesimo spazio disco sul PC di qualcun altro, che poi è il concetto alla base del Cloud Storage. Ora, tolto di mezzo il tipico modo di dire che tutti noi ormai conosciamo (e che alla lunga stufa, davvero), posso affermare che pCloud è una soluzione pensata per aggiungere spazio a quelle macchine che non ne hanno più, andando a offrire soluzioni e tagli / abbonamenti a prezzi molto ragionevoli (soprattutto se comparati a quelli di Drobox che sono solito pagare ogni anno), condendo il tutto con ulteriori proposte che possono far la differenza sul piatto della bilancia, ma andiamo con ordine.

Da cosa si parte?

Dalla base che ormai è giusto dare per scontato: un sito web, un client PC disponibile per ogni sistema operativo (e anche un paio di plugin per browser e software di terze parti), applicazioni per Android (qui l’APK diretto) e iOS. Manca all’appello un WebDav funzionante (almeno nel mio caso, con autenticazione a due fattori attiva) e un’integrazione con QNap e Synology, e questo è davvero un peccato.

pCloud salta fuori studiando alternative a Dropbox o Box 1

C’è la creazione dei collegamenti pubblici ai file, c’è la cartella Public (da qualche tempo abbandonata da Dropbox) con la possibilità di ospitare siti web HTML semplici, c’è una visualizzazione apposita per le tracce audio che si caricano nel proprio spazio (come fosse una sorta di libreria / player meglio organizzato rispetto a una cartella semplice). Manca (assurdo ma vero) il Drag and Drop tra file e cartelle nell’interfaccia web, sostituito da una selezione multipla che poi lascia il passo alle voci di menu specifico che si caricheranno (tra cui quella relativa allo spostamento di ciò che è stato selezionato, appunto).

C’è la funzione di “Rewind“, per il recupero delle versioni precedenti dei tuoi file ma non solo:

pCloud Rewind ti permette di ripristinare tutto il contenuto del tuo account a una precedente versione fino a 180 giorni. Puoi navigare liberamente attraverso tutti i tuoi file non criptati, ripristinarli o scaricarli.
Se decidi di ripristinare i tuoi file, saranno copianti nella cartella Rewind nella principale directory della struttura delle cartelle. Per esempio, se ripristini 5 file da 01/02/2017 alle 1 e 30 p.m, troverai una sottocartelle nella cartella “Rewind” nominata “5 file ripristinati dal 1 Febbraio 2017 13:30”. Puoi quindi spostare i i file dove desideri nel tuo account.

vedi: pcloud.com/it/help/general-help-center/what-is-pcloud-rewind

pCloud salta fuori studiando alternative a Dropbox o Box 2

Tale funzione è però limitata a 15 giorni di profondità se si utilizza un account gratuito, su Dropbox ti ricordo che è pari a quella offerta a un account Plus (non Pro, quella è già più alta), quindi 30 giorni.

Offre da subito, e in più rispetto ad altri competitor, il montaggio di un drive che ufficialmente non risiede (e quindi non occupa spazio) sul tuo PC e simula così la funzione Smart Sync di Dropbox, disponibile -quest’ultima- solo per i clienti Pro e Business (uno dei grandissimi punti a sfavore del gigante californiano). Oltre questa funzione di “Smart Sync” nativa, offre la possibilità di aggiungere la tecnologia pCloud Crypto che permette di criptare e decriptare automaticamente ogni file caricato in una specifica cartella del proprio account (crittografia lato client, nda), con un costo aggiuntivo ma con il vantaggio del non dover conoscere assolutamente nulla in merito all’argomento, una soluzione chiavi in mano.

Risponde all’appello, come per Dropbox e non solo, la creazione di un collegamento di upload file (dal mondo internet verso di te, scegliendo una specifica cartella del tuo account pCloud) che potrai pilotare impostando una data di scadenza e un limite di caricamento:

Lo stesso dicasi per la condivisione verso internet, che propone qualche opzione in più anche all’account gratuito (cosa che invece non è possibile fruire sul suo maggiore competitor, neanche con un account Plus!):

Pensando a una possibile migrazione dati da altro Cloud Storage, pCloud permette di connettersi agli account dei servizi che hai già sottoscritto, facilitando così il passaggio da uno all’altro, evitando l’uso di uno strumento di terza parte o un tuo lavoro più manuale e certamente seccante. Questo è certamente un gesto gradito. A questa particolare schermata si aggiungono anche Facebook e Instagram, facendo così diventare pCloud il tuo spazio di backup ufficiale per la “vita Social” costruita sui prodotti di Zuckerberg.

Quel ragionamento “al contrario”

È forse ciò che più mi piace di pCloud, quel ragionare al contrario in merito al caricamento dei file sul Cloud, senza necessariamente tenerne una copia sulla propria macchina. È stata un po’ l’idea vincente di Dropbox e del suo Smart Sync, anche se a oggi questa caratteristica funziona non senza qualche difficoltà (non ne ho mai parlato pubblicamente, ma qualche tempo fa in azienda abbiamo individuato un bug e lo abbiamo fatto correggere, eppure questo oggi esiste ancora e lo si può far attivare in maniera differente, cosa già discussa con Dropbox privatamente e in fase di correzione, nuovamente). pCloud ti fa da disco fisso finto, come fosse una mappatura di rete diretta, come un Virtual Drive al pari di VeraCrypt & Co., funziona, è di immediato utilizzo eppure quei file non risiedono sul tuo PC, è facile da capire e da fartelo entrare nell’ottica della quotidianità, la cache che pCloud crea sul tuo PC serve un po’ a fare da tampone a eventuali problemi di lentezza di scaricamento dati dalla loro rete (cosa che io in tutto il periodo di test non ho notato, nda).

Potrai sempre decidere in un secondo momento di creare un collegamento che scatenerà invece la copia costante della cartella all’interno del tuo PC, una cartella sorgente e una di destinazione che vivranno in simbiosi e che -per forza- saranno soggette al medesimo destino scelto dall’utilizzatore. Se si cancella un file nella cartella sorgente, questo sparisce anche dalla destinazione, e viceversa, come fosse una copia speculare (a quel punto potrai effettuare un recupero tramite la funzione di Rewind di pCloud).

In conclusione

Un prodotto che ha chiaramente dei vantaggi e qualche svantaggio forse dovuto alla sua gioventù, forse a un’altra visione del mondo degli utilizzatori di Cloud Storage rispetto ad altri giocatori della stessa scacchiera. pCloud è certamente un’alternativa da tenere in conto quando di sceglie un possibile sbocco e posto dove conservare copie dei propri file. L’account gratuito (se correttamente sbloccato) offre 10 GB di spazio per cominciare, oltre i quali sarà necessario valutare l’upgrade verso le offerte a pagamento. Nota di merito per la Lifetime che permette un pagamento one-shot di una quota certamente importante, ma che non toccherà rinnovare negli anni.

La mancata comunicazione -a oggi- con il mio NAS ne costituisce grave pecca per la quale dubito molto fortemente di abbandonare Dropbox, ma è chiaro che il prezzo pagato per quest’ultimo è ormai fuori mercato quando i competitor iniziano a giocare duro sullo stesso terreno, senza considerare che l’arrivo ormai annunciato delle soluzioni One di Google potrebbero rimescolare ancora una volta le carte e dare linfa nuova alla sfida. Io per il momento rimango sul mio account gratuito, con il quale continuerò a sperimentare e tenere d’occhio la crescita del pargolo svizzero. Per me si va con una votazione di 3.5 punti su un massimo di 5, il margine di miglioramento c’è sicuramente ed è abbastanza largo.


C’è un extra ulteriore in conclusione di questo mio articolo, che va a porsi subito sullo stesso piano di un competitor ben più conosciuto e importante, WeTransfer, nel caso di pCloud questo si chiama semplicemente Transfer, e permette di inviare file (anche di grandi dimensioni, fino a 5 GB) senza necessità di registrazione e con possibilità di proteggere i file con una password, lo trovi all’indirizzo transfer.pcloud.com (ci sono capitato per caso e certamente lo userò prossimamente).

Tu hai già utilizzato pCloud o è la prima volta che ne senti parlare? Pensi di registrarti gratuitamente al servizio? Fammelo sapere tramite l’area commenti sotto questo articolo e parliamo insieme di questo diverso competitor in una terra già “proprietà” di alcuni mostri sacri difficilmente attaccabili.

× Disclaimer

Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: ho provato pCloud di mia sponte, sto usando un account gratuito. L'articolo non è in alcun modo sponsorizzato.
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Per circa un giorno (qualcosina in più, in realtà), fuorigio.co è rimasto down a causa di OVH e dei problemi relativi agli storage che ospitano i database MySQL. No SLA, “no-excuses”, niente di niente. Una telefonata al supporto, un paio di pagine dedicate allo stato di “salute dei servizi” e a ciò che stanno facendo per riportare online (ancora adesso) un numero non meglio definito di siti web. Gli operatori non sanno più che raccontare, quasi sono stufi di stare a sentire l’ennesima lamentela di persona pagante che non può sfruttare il servizio, e non certo per “una manciata di minuti“.

Che cosa sta succedendo a Fuorigio.co (e OVH)?

Agevolo URL che passano da Google Translate per trasformare il francese in inglese (ma perché usare il francese per qualcosa che impatta mezzo mondo? Credo che l’inglese in questi casi sia un atto dovuto, nda):

113 VM with the databases were impacted.

We are sincerely sorry for this failure. The
The last breakdown of this magnitude dates from 2006 and
At the time, we questioned all the
Storage technologies that we use at Ovh.
This breakdown is one more lesson and we will
To communicate the changes that will take place
End of this incident to avoid relive the next
Breakdown of this magnitude in 10 years.

Che un danno simile non si verificasse dal 2006 è lodevole (anche se lo considero più che normale, quando si svolge questo tipo di lavoro e si ha a che fare con così tanti clienti), che tutte le buone intenzioni (“per evitare ulteriori disastri per almeno altri 10 anni”) ci siano lo è altrettanto, ma che un sito web non torni up&running in tempi più decenti proprio no. Il nostro è un progetto che gestiamo nel tempo libero, che portiamo avanti per pura passione, che non ci paga gli stipendi. Se fosse stato qualcosa di diverso, qualcosa che non necessitava delle risorse messe a disposizione da un server dedicato (VPS e famiglia) o un investimento più grande (necessario per salire lo scalino da hosting condiviso a dedicato), quanto sarebbe stato carino e cortese dire “Niente SLA, sono cose che possono succedere e non ci sarà rimborso alcuno“?

A questo punto non resta che aspettare. Il nostro piccolo progetto collaterale è ora online ma con una caterva di errori WordPress randomici dovuti alla mancata possibilità di scrivere nel database attualmente tornato inizialmente disponibile in sola lettura, con tanto di informazioni in bella vista che non posso andare a togliere se non oscurando completamente il sito web. Cambierò nome, password e qualsiasi altra informazione a quel database, per evitare possibili ulteriori problemi in futuro.

L’amaro in bocca me lo rimetto nel sacco, il tempo perso invece no, quello è certamente passato a miglior vita, ora non resta che lavorare.

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Copy è morto. Migrazione dati in cloud (da Copy a Dropbox) 7

As such, we have made the difficult decision to discontinue our Copy and CudaDrive services. We certainly do not take this lightly, and we appreciate the millions of customers who have used the service, as well as the hard work and dedication of our product team over the past 4+ years.

Comincia tutto così. Siamo fighi, siamo belli, abbiamo grandi progetti di conquista del mondo e quindi, già che ci siamo, chiudiamo un servizio di cloud storage che magari avete scelto di utilizzare come ancora di salvezza per tutti i vostri file che siete soliti tenere su un solo disco esterno, single point of failure da evitare come la peste bubbonica. Fortunatamente non è il mio caso (sono utente Dropbox Pro dalla notte dei tempi e spero di rimanere tale ancora per molto, nda), ma immagino tutti coloro che avevano provato e apprezzato Copy (di cui vi avevo parlato in questo articolo), scegliendolo come compagno di viaggio.

Copy è morto, lunga vita a Copy, ma adesso cosa si fa? Si trasferiscono i dati, se di questi non avete più un backup locale sulla vostra macchina. Si chiede al client di copiare tutto in un vostro disco fisso, o magari si sceglie di traslocare il materiale da Copy a Dropbox (o altro servizio di cloud storage) come nel mio caso. Su Copy ho conservato per molto tempo le ISO dei miei CD e DVD di installazione software. Da Windows a Office, passando per Acronis e molto altro ancora. Tutti file sacrificabili, che potrei ricostruire in poco tempo, ma che ovviamente vorrei poter migrare senza perdite ancora oggi che sono in tempo.

Mover

Semplice, pulito, gratuito. Mover è un’applicazione web che permette di eseguire un’operazione molto semplice e fondamentale in questi casi: copiare o spostare dati da un servizio all’altro. Sfrutta le API di Copy, di Dropbox, di molti altri servizi di cloud storage che siamo abituati a utilizzare quotidianamente, per account casalinghi o per quelli professionali (offerte business quindi, non le pro che vengono comunque riconosciute come fossero casalinghe in molti casi).

Copy è morto. Migrazione dati in cloud (da Copy a Dropbox) 3

Dalla sorgente alla destinazione, senza la necessità di utilizzare il proprio PC, la propria connessione, tempo e risorse che chiaramente diventerebbero troppo aleatorie e costose. Non occorrerà quindi installare alcunché, né tanto meno veder crollare la RAM a causa delle finestre del browser sempre aperte sui due servizi di storage che intendete mettere in trasfusione. Create un account gratuito su Mover.io e iniziate a selezionare la sorgente dati dalla quale copiare i file (Source). Date un nome alla prima connessione, autenticatevi e permettere a Mover di ottenere diritti di lettura e scrittura:

Fate lo stesso con la destinazione, arriverete così a poter mettere a confronto le due e scegliere quindi dove posizionare i vostri file:

Copy è morto. Migrazione dati in cloud (da Copy a Dropbox) 2

L’operazione di setup è talmente semplice che ho stentato a credere che bastassero così pochi clic, manco fosse un comando lanciato in un prompt di DOS. Una volta fatto attivato il pulsante Start Copy, si accederà alla schermata di attività (Activity Logs) che mostrerà l’operazione in corso, l’ora e la data di avvio, la sorgente, la destinazione e il progresso (comprensivo di quantità di MB o GB scaricati e caricati). Questa potrà essere aggiornata manualmente per verificare l’andamento della stessa, oppure potrete scegliere di chiudere la tab e attendere un risultato a mezzo posta elettronica.

Copy è morto. Migrazione dati in cloud (da Copy a Dropbox)

Già, a mezzo posta elettronica. Perché Mover, al termine dell’operazione richiesta, vi invierà un report sulla vostra casella e-mail includendo le informazioni di base della copia del file e l’esito, allegando eventualmente un log più dettagliato riguardo errori di copia (e possibilità quindi di individuare i file incriminati e rilanciarne lo spostamento), un po’ come successo a me:

Copy è morto. Migrazione dati in cloud (da Copy a Dropbox) 6

Ho lanciato l’operazione di copia dei file alle 14:42 del 2 febbraio, è arrivata la mail di conferma alle 02:59 del 3 febbraio. 11254 file portati su Dropbox, per un totale di 56,6GB. Non sono poi molti (i GB) ma si trattava per lo più di piccoli file (infatti il conteggio è abbastanza corposo), per questo motivo la copia è certamente durata più di quanto avessi previsto, ma volete mettere la comodità di lanciare un job da eseguire e dimenticarsene? La possibilità di lasciarlo andare a prescindere che ci sia o meno una macchina con i client di entrambi i servizi installati da lasciare accesa a scaricare per poi ricaricare online tutto? Una risposta presa dalla Knowledge Base del servizio calza a pennello:

That being said, by the time you’ve read this article, you could’ve moved more than a few gigabytes.

It can be difficult to predict how long a given transfer will take.  Depending on the number of directories, the number of files, and the size of those files, and the source/destination it can sometimes take longer than expected to move your data.

What may be surprising is how large of an impact factors other than the size of the data you are moving can have. For example, it is not uncommon for there to be 0.5-1 second of overhead per file being moved.  If you are trying to move 200,000 files, this would be 100,000 – 200,000 seconds, or up to two and a half days of overhead alone!

Regardless, Mover is going to be consistently faster than dragging and dropping or doing a transfer manually from your home. You also won’t need to keep the app or your browser open, or remain online for the transfers.

In grassetto ho voluto evidenziare il passaggio fondamentale. Non ha importanza quanto tempo impiegherà per voi Mover, è tutto tempo che voi non perderete.

Al termine dell’operazione, nel caso non vogliate lasciare aperta la porta del vostro servizio di cloud storage, potrete sempre rimuovere l’accesso a Mover (nell’immagine di seguito, l’esempio catturato nella scheda sicurezza del mio profilo Dropbox):

Copy è morto. Migrazione dati in cloud (a Dropbox o altro servizio)

Addio Copy, e grazie per tutto il pesce.

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Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.
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