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Conosco e sfrutto da moltissimi anni ormai le soluzioni di Cloud Storage più famose al mondo, per scopi personali (Dropbox Plus da 1 TB circa e Box free con 50 GB di spazio lifetime) e anche lavorativi (Dropbox for Business, spazio illimitato), ognuna di queste con i propri punti di forza e debolezza, con un occhio di riguardo alla tecnologia, alle novità e alla sicurezza dei dati (chi più, chi meno), e poi arriva lui, pCloud, un terzo player che sembra farsi spazio tra i grandi e che nell’ultimo anno ha anche guadagnato una menzione d’onore tra i migliori servizi di Cloud Storage al mondo. Ma di che si tratta esattamente?

pCloud salta fuori studiando alternative a Dropbox o Box

pCloud

Si tratta dell’ennesimo spazio disco sul PC di qualcun altro, che poi è il concetto alla base del Cloud Storage. Ora, tolto di mezzo il tipico modo di dire che tutti noi ormai conosciamo (e che alla lunga stufa, davvero), posso affermare che pCloud è una soluzione pensata per aggiungere spazio a quelle macchine che non ne hanno più, andando a offrire soluzioni e tagli / abbonamenti a prezzi molto ragionevoli (soprattutto se comparati a quelli di Drobox che sono solito pagare ogni anno), condendo il tutto con ulteriori proposte che possono far la differenza sul piatto della bilancia, ma andiamo con ordine.

Da cosa si parte?

Dalla base che ormai è giusto dare per scontato: un sito web, un client PC disponibile per ogni sistema operativo (e anche un paio di plugin per browser e software di terze parti), applicazioni per Android (qui l’APK diretto) e iOS. Manca all’appello un WebDav funzionante (almeno nel mio caso, con autenticazione a due fattori attiva) e un’integrazione con QNap e Synology, e questo è davvero un peccato.

pCloud salta fuori studiando alternative a Dropbox o Box 1

C’è la creazione dei collegamenti pubblici ai file, c’è la cartella Public (da qualche tempo abbandonata da Dropbox) con la possibilità di ospitare siti web HTML semplici, c’è una visualizzazione apposita per le tracce audio che si caricano nel proprio spazio (come fosse una sorta di libreria / player meglio organizzato rispetto a una cartella semplice). Manca (assurdo ma vero) il Drag and Drop tra file e cartelle nell’interfaccia web, sostituito da una selezione multipla che poi lascia il passo alle voci di menu specifico che si caricheranno (tra cui quella relativa allo spostamento di ciò che è stato selezionato, appunto).

C’è la funzione di “Rewind“, per il recupero delle versioni precedenti dei tuoi file ma non solo:

pCloud Rewind ti permette di ripristinare tutto il contenuto del tuo account a una precedente versione fino a 180 giorni. Puoi navigare liberamente attraverso tutti i tuoi file non criptati, ripristinarli o scaricarli.
Se decidi di ripristinare i tuoi file, saranno copianti nella cartella Rewind nella principale directory della struttura delle cartelle. Per esempio, se ripristini 5 file da 01/02/2017 alle 1 e 30 p.m, troverai una sottocartelle nella cartella “Rewind” nominata “5 file ripristinati dal 1 Febbraio 2017 13:30”. Puoi quindi spostare i i file dove desideri nel tuo account.

vedi: pcloud.com/it/help/general-help-center/what-is-pcloud-rewind

pCloud salta fuori studiando alternative a Dropbox o Box 2

Tale funzione è però limitata a 15 giorni di profondità se si utilizza un account gratuito, su Dropbox ti ricordo che è pari a quella offerta a un account Plus (non Pro, quella è già più alta), quindi 30 giorni.

Offre da subito, e in più rispetto ad altri competitor, il montaggio di un drive che ufficialmente non risiede (e quindi non occupa spazio) sul tuo PC e simula così la funzione Smart Sync di Dropbox, disponibile -quest’ultima- solo per i clienti Pro e Business (uno dei grandissimi punti a sfavore del gigante californiano). Oltre questa funzione di “Smart Sync” nativa, offre la possibilità di aggiungere la tecnologia pCloud Crypto che permette di criptare e decriptare automaticamente ogni file caricato in una specifica cartella del proprio account (crittografia lato client, nda), con un costo aggiuntivo ma con il vantaggio del non dover conoscere assolutamente nulla in merito all’argomento, una soluzione chiavi in mano.

Risponde all’appello, come per Dropbox e non solo, la creazione di un collegamento di upload file (dal mondo internet verso di te, scegliendo una specifica cartella del tuo account pCloud) che potrai pilotare impostando una data di scadenza e un limite di caricamento:

Lo stesso dicasi per la condivisione verso internet, che propone qualche opzione in più anche all’account gratuito (cosa che invece non è possibile fruire sul suo maggiore competitor, neanche con un account Plus!):

Pensando a una possibile migrazione dati da altro Cloud Storage, pCloud permette di connettersi agli account dei servizi che hai già sottoscritto, facilitando così il passaggio da uno all’altro, evitando l’uso di uno strumento di terza parte o un tuo lavoro più manuale e certamente seccante. Questo è certamente un gesto gradito. A questa particolare schermata si aggiungono anche Facebook e Instagram, facendo così diventare pCloud il tuo spazio di backup ufficiale per la “vita Social” costruita sui prodotti di Zuckerberg.

Quel ragionamento “al contrario”

È forse ciò che più mi piace di pCloud, quel ragionare al contrario in merito al caricamento dei file sul Cloud, senza necessariamente tenerne una copia sulla propria macchina. È stata un po’ l’idea vincente di Dropbox e del suo Smart Sync, anche se a oggi questa caratteristica funziona non senza qualche difficoltà (non ne ho mai parlato pubblicamente, ma qualche tempo fa in azienda abbiamo individuato un bug e lo abbiamo fatto correggere, eppure questo oggi esiste ancora e lo si può far attivare in maniera differente, cosa già discussa con Dropbox privatamente e in fase di correzione, nuovamente). pCloud ti fa da disco fisso finto, come fosse una mappatura di rete diretta, come un Virtual Drive al pari di VeraCrypt & Co., funziona, è di immediato utilizzo eppure quei file non risiedono sul tuo PC, è facile da capire e da fartelo entrare nell’ottica della quotidianità, la cache che pCloud crea sul tuo PC serve un po’ a fare da tampone a eventuali problemi di lentezza di scaricamento dati dalla loro rete (cosa che io in tutto il periodo di test non ho notato, nda).

Potrai sempre decidere in un secondo momento di creare un collegamento che scatenerà invece la copia costante della cartella all’interno del tuo PC, una cartella sorgente e una di destinazione che vivranno in simbiosi e che -per forza- saranno soggette al medesimo destino scelto dall’utilizzatore. Se si cancella un file nella cartella sorgente, questo sparisce anche dalla destinazione, e viceversa, come fosse una copia speculare (a quel punto potrai effettuare un recupero tramite la funzione di Rewind di pCloud).

In conclusione

Un prodotto che ha chiaramente dei vantaggi e qualche svantaggio forse dovuto alla sua gioventù, forse a un’altra visione del mondo degli utilizzatori di Cloud Storage rispetto ad altri giocatori della stessa scacchiera. pCloud è certamente un’alternativa da tenere in conto quando di sceglie un possibile sbocco e posto dove conservare copie dei propri file. L’account gratuito (se correttamente sbloccato) offre 10 GB di spazio per cominciare, oltre i quali sarà necessario valutare l’upgrade verso le offerte a pagamento. Nota di merito per la Lifetime che permette un pagamento one-shot di una quota certamente importante, ma che non toccherà rinnovare negli anni.

La mancata comunicazione -a oggi- con il mio NAS ne costituisce grave pecca per la quale dubito molto fortemente di abbandonare Dropbox, ma è chiaro che il prezzo pagato per quest’ultimo è ormai fuori mercato quando i competitor iniziano a giocare duro sullo stesso terreno, senza considerare che l’arrivo ormai annunciato delle soluzioni One di Google potrebbero rimescolare ancora una volta le carte e dare linfa nuova alla sfida. Io per il momento rimango sul mio account gratuito, con il quale continuerò a sperimentare e tenere d’occhio la crescita del pargolo svizzero. Per me si va con una votazione di 3.5 punti su un massimo di 5, il margine di miglioramento c’è sicuramente ed è abbastanza largo.


C’è un extra ulteriore in conclusione di questo mio articolo, che va a porsi subito sullo stesso piano di un competitor ben più conosciuto e importante, WeTransfer, nel caso di pCloud questo si chiama semplicemente Transfer, e permette di inviare file (anche di grandi dimensioni, fino a 5 GB) senza necessità di registrazione e con possibilità di proteggere i file con una password, lo trovi all’indirizzo transfer.pcloud.com (ci sono capitato per caso e certamente lo userò prossimamente).

Tu hai già utilizzato pCloud o è la prima volta che ne senti parlare? Pensi di registrarti gratuitamente al servizio? Fammelo sapere tramite l’area commenti sotto questo articolo e parliamo insieme di questo diverso competitor in una terra già “proprietà” di alcuni mostri sacri difficilmente attaccabili.

× Disclaimer

Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: ho provato pCloud di mia sponte, sto usando un account gratuito. L'articolo non è in alcun modo sponsorizzato.
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Che poi tanto nuova non è, ma questo dipende esclusivamente dal mio tempo libero e dalla possibilità di scrivere qui sul blog. Instagram ha finalmente abbandonato (anche se non in via esclusiva, bensì solo a richiesta dell’utente finale) la verifica in due fattori con il messaggio (SMS) post-autenticazione. Dalla notte dei tempi (in realtà da sempre), il messaggio di testo recapitato sullo smartphone non garantisce affatto la sicurezza che questo venga letto esclusivamente dal proprietario del dispositivo (e quindi proprietario anche dell’account Instagram), progressivamente questa forma di verifica sta andando –meglio tardi che mai– in pensione, lasciando spazio a soluzioni alternative più robuste.

Sicurezza: la nuova 2-step verification di Instagram

Bando alle ciance, è ora di togliere di mezzo il vecchio SMS, procediamo insieme all’abilitazione dell’autenticazione a due fattori tramite codice generato randomicamente o autorizzazione tramite diversa applicazione (nel mio caso ho usato Duo, della quale ti ho parlato in questo articolo).

  • Apri Instagram e spostati nelle Impostazioni del tuo account.
  • Sotto alla voce Privacy e sicurezza seleziona Autenticazione a due fattori.
  • Abilita la voce “App di autenticazione” quindi segui le istruzioni a video. Io, senza doverlo specificare, ho potuto procedere con “Duo Security“, in quanto l’applicazione è già installata sul mio Android per fare da tramite verso l’area amministrativa di WordPress, mi è quindi bastato confermare il tutto (e farmi riconoscere da Duo) per completare l’operazione. Tu, in alternativa, puoi selezionare la voce “Configura manualmente” (in basso nella schermata), accederai così alla configurazione che già certamente conosci per la verifica a due fattori, quella composta dal solito QR code da dare in pasto a Google Authenticator o Authy per ottenere il codice generato randomicamente.
  • Non dimenticare, in fase di termine attivazione, di accedere ai tuoi codici di backup, prendendone nota (o catturando uno screenshot), ti serviranno per eludere il controllo via 2FA nel caso in cui il tuo telefono (o applicazione di creazione codici) non sia disponibile.

Un consiglio in chiusura articolo: se vuoi, disattiva la verifica in due passaggi tramite SMS, così facendo l’unico metodo utilizzabile sarà quello basato sull’applicazione che genera i codici random, quello che generalmente bisognerebbe adottare nella totalità dei casi.

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Si legga il sottotitolo “fino a quando non vi beccano“. Sì perché oggi si torna a ospitare amici sulle frequenze web di questo blog. Non capitava da qualche tempo e fa sempre piacere. Brava persona, sviluppatore, alto, biondo e con gli occhi azzurri (ci credi?), manterrà l’anonimato perché –come me e tanti altri– ci tiene a lasciar sopravvivere i suoi account. Io che ho invece un rapporto travagliato con le creature legate a Zuckerberg sorrido, strizzo l’occhiolino e spero che si rimanga un po’ amici come prima (lo siamo mai stati Marchino?).

A te la parola, GianGiacom…oh wait.

Come automatizzare il proprio account Instagram e vivere felici

Disclaimer

Non siamo (né io, né Gioxx) responsabili per qualunque cosa possa succedere al tuo account Instagram se applicherai le tecniche descritte in questo articolo.

Ovviamente utilizzare un bot che simuli l’uso di un account reale è contro le condizioni d’uso di Instagram, quindi, occhio, rischi di perdere i tuoi account, per davvero.

Ringrazio Gioxx per l’ospitalità sul suo blog, e sì, non mi firmo, non mi interessa.

Instagram e i bot

Parliamoci chiaro. Instagram (ma anche Facebook, Twitter, ecc…) è strapiena di bot.

Dai, non mi dire che non te ne eri accorto.

La maggior parte di questi sono bot dedicati palesemente allo spam, altri no, ma andiamo con ordine.

Esistono almeno tre tipologie di bot, e una di queste è al 100% umana. :P

Lo spam umano

Partiamo dagli account “più in basso” nella gerarchia dello spam: gli spammer umani. Di solito si tratta di persone, coinvolte in schemi piramidali, che seguono “a manina” migliaia di account, commentano post proponendo diete, succhi, trucchi, ecc..

Il loro obiettivo? Venderti quel prodotto che tanto pubblicizzano.

Ovviamente non ci riescono: l’effort è veramente troppo grosso. Di solito abbandonano dopo un po’.

Su Facebook è pieno di questi personaggi (di solito donne, sempre che non siano profili creati appositamente), Instagram si sta riempiendo piano piano.

Come automatizzare il proprio account Instagram e vivere felici 1

Buona fortuna se sei donna e hai un account Instagram

Non vogliamo parlare di questo oggi.

Gli spambot

Saliamo di un livello. Ecco gli spambot veri e propri.

Ti seguono, ti taggano, ti richiedono l’amicizia: il loro obiettivo? Venderti un servizio o un prodotto (di solito di bassa qualità o inutile, come i like sul tuo account, o illegale, tipo il viagra).

Sono gestiti da serverfarm in paesi come Cina, India, ma anche in Europa.

Come automatizzare il proprio account Instagram e vivere felici 2

Sono talmente “scarsi” che gli utenti, anche i meno preparati, li individuano, li bloccano e (si spera) li segnalano.

Questi bot giocano sulla quantità, non sulla qualità. I personaggi dietro questi bot creano ogni giorno centinaia di migliaia di account, spammano milioni di utenti e così via.

A chi gestisce questi bot perdere account non interessa: non puntano a far crescere un account ma puntano a far sì che i loro account siano “visti”.

Hai presente quell’account babe123456789, una tipa scosciata con 10 foto, che ti ha appena aggiunto su Instagram?

Ecco, ti svelo un segreto, non è veramente una tipa scosciata. Molto più probabilmente si tratta di un nerd brufoloso che ha creato migliaia di account che cominciano tutti per babe.

Bot dedicati ad un singolo account

Altri bot sono più subdoli ed è qui che casca l’asino.

Sono bot dedicati unicamente alla crescita di un account. Agiscono in due modi:

  • Mettono like ai contenuti dell’account che vogliono far crescere in modo che siano più “visibili” su Instagram
  • Mettono like, seguono e commentano altri account a nome dell’account originale, in modo che venga conosciuto e seguito dagli utenti (veri questa volta) che sono raggiunti dal bot.

In entrambi i casi questi bot sfruttano script creati appositamente (o pubblici, ne parleremo più avanti) per simulare l’attività di un account su Instagram.

Nel primo caso, ad esempio, recuperano liste di account compromessi sul “dark web” e li usano, effettuando il login in un account alla volta, per mettere like al nuovo contenuto dell’account da far crescere.

È la tecnica descritta in questo articolo.

Nel secondo caso il bot effettua il login all’account da far crescere e “a suo nome” va in giro per instagram a lasciare like e commenti.

Come funzionano questi bot?

Le API di Instagram sono così “chiuse” che non permettono di seguire account o mettere like facilmente. Gli script di questi bot in genere lanciano un browser (o parsano direttamente le pagine di Instagram) per poi loggarsi ed effettuare alcune operazioni.

Che browser usano? Di solito browser come Chrome Headless, tramite le API esposte da Puppeteer o soluzioni simili.

Quindi immagina che il tuo bot sia in realtà un utente che clicca una pagina di Instagram, si collega, mette like e poi sparisce.

Se ti senti più tecnico, puoi dare un’occhiata a questo video che ti permetterà di approfondire l’argomento: https://www.youtube.com/watch?v=WSnfGQFZ2F0

Il bot finge (tramite uno user agent noto) di essere un cellulare, se si “comporta” bene, è tendenzialmente indistinguibile da un utente normale.

Siamo davvero certi che funzionino?

Sì, funzionano. In 5 giorni, senza far nulla, ho fatto crescere un account Instagram da zero a 100 follower, e non mi sono impegnato più di tanto.

Come automatizzare il proprio account Instagram e vivere felici 3

100 follower presumibilmente reali (la certezza non c’è mai, vedi https://socialdraft.com/how-to-identify-fake-likes-and-followers/), che hanno deciso di seguire il mio account volontariamente e senza alcun obbligo.

Ok, voglio farlo anche io

Ok, te lo racconto. Ma occhio, se ti fai ingolosire troppo, Instagram potrebbe accorgersi del tuo bot e operare in questo modo:

  • Bannare l’account.
  • Disabilitare la possibilità di mettere like e commentare (o altre restrizioni).

Da qui il disclaimer ad inizio articolo che ripetiamo per i duri d’orecchio: non siamo (né io, né Gioxx) responsabili per qualunque cosa possa succedere al tuo account Instagram se applichi le tecniche descritte in questo articolo

Instabot.py

Lo script che uso di solito è InstaBot, uno script Python, che ha i seguenti pregi:

  • È facile da configurare.
  • Funziona. (non banale).
  • C’è una community attiva, il codice è aggiornato spesso.
  • Gira su Mac, Windows, Linux e anche su Raspberry Pi.

Le istruzioni che seguono sono per computer Apple, ma sulla pagina del progetto ci sono i link ai video per il setup in ambiente Windows.

Cosa ci serve

Non serve molto per lanciare Instabot.py.

Basta, non serve altro.

Configurare il tuo bot

Scarica il pacchetto di Instabot. Apri il file example.py con un qualsiasi editor di testo e cerca questa sezione:

bot = InstaBot(
    login="username",
    password="password",
    like_per_day=1000,
    comments_per_day=0,
    tag_list=['follow4follow', 'f4f', 'cute'],
    tag_blacklist=['rain', 'thunderstorm'],
    user_blacklist={},
    max_like_for_one_tag=50,
    follow_per_day=300,
    follow_time=1 * 60,
    unfollow_per_day=300,
    unfollow_break_min=15,
    unfollow_break_max=30,
    log_mod=0,
    proxy='',
    # List of list of words, each of which will be used to generate comment
    # For example: "This shot feels wow!"
    comment_list=[["this", "the", "your"],
                  ["photo", "picture", "pic", "shot", "snapshot"],
                  ["is", "looks", "feels", "is really"],
                  ["great", "super", "good", "very good", "good", "wow",
                   "WOW", "cool", "GREAT","magnificent", "magical",
                   "very cool", "stylish", "beautiful", "so beautiful",
                   "so stylish", "so professional", "lovely",
                   "so lovely", "very lovely", "glorious","so glorious",
                   "very glorious", "adorable", "excellent", "amazing"],
[".", "..", "...", "!", "!!", "!!!"]],

Cambia il campo login e password con quelli del tuo account. Lascia a 1000 il valore di like_per_day e porta il valore di comments_per_day a 200, così non sarai troppo “spammoso“.

Guarda poi il campo comment_list. È qui che genererai i tuoi commenti. Si tratta di una lista di array che il bot userà, una parola alla volta, per generare un commento “casuale”.

Vediamo un esempio.

comment_list=[["Che bella questa", "Mi piace molto questa"],
              ["foto", "immagine"],
              ["!", "!!"]]

Con questa lista, i commenti che sarà possibile generare saranno:

  • Che bella questa foto!
  • Che bella questa foto!!
  • Che bella questa immagine!
  • Che bella questa immagine!!
  • Mi piace molto questa foto!
  • Mi piace molto questa foto!!
  • Mi piace molto questa immagine!
  • Mi piace molto questa immagine!!

Ovviamente le combinazioni possibili aumentano esponenzialmente man mano che aggiungerai contenuti alla variabile comment_list. Ti consiglio CALDAMENTE di elaborare quante più combinazioni possibili, in modo da variare spesso i commenti ed evitare la falce dei ban di Instagram.

Ok, hai impostato i tuoi commenti… Passiamo alla scelta delle foto che vuoi commentare. Sceglierai le foto in base ai tag.

La sezione da cambiare è tag_list: anche in questo caso vediamo un esempio.

tag_list=['follow4follow', 'f4f', 'cute'],

Anche qui, inserirai quanti più tag possibili. L’unico suggerimento che mi sento di dare è di puntare a tag “italiani”, se il tuo account è italiano, tag più internazionali se il tuo account è di respiro globale.

Ultimo tocco, per dare un po’ più di sicurezza…

Aggiungi subito sotto la riga log_mod queste due righe:

start_at_h=9,
end_at_h=22,

Diranno al bot di commentare e mettere like dalle 9 alle 22, così si comporterà più da “umano” che da “bot” ;)

Ok, siamo pronti per partire.

Lanciare lo script

Abbiamo cambiato il nostro file, abbiamo installato PIP e Python. Eccoci pronti.

  • Andiamo nella cartella dello script
  • Digita: pip install -r requirements.txt. Questo comando installerà i pacchetti richiesti dallo script Instabot.py
  • Lancia lo script: python example.py.

Vedrai che lo script comincerà a collegarsi a Instagram, a mettere like e scrivere commenti. Se lo lascerai girare per “sempre”, ad esempio su un server sempre online o su un Raspberry Pi, continuerà a lavorare in silenzio per te!

Come automatizzare il proprio account Instagram e vivere felici 4

Alcuni suggerimenti

  • Fai girare lo script su un computer sempre acceso, così sarà più efficace.
  • Ogni tanto collegati all’account che stai pompando anche dal cellulare, per rendere il tuo account “più reale”.
  • Ricordati che c’è il rischio di perdere l’account. Non esagerare cambiando il valore di like e commenti con valori troppo alti. Pochi ma buoni, dice il proverbio.
  • Ogni tanto dai un’occhiata all’output dello script. A volte si incarta e va ucciso il processo di Python CTRL+C più volte su Linux/MacOS. Puoi poi farlo ripartire.
  • Puoi lanciare più istanze del bot, se hai più account da gestire… Basta copiare example.py e cambiare le credenziali di accesso.

Buona fortuna!


immagine di copertina: unsplash.com / author: Jakob Owens

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Impossibile non notarlo, è l’inevitabilità di quel web fatto di continui collegamenti, richiami, login facili. Amazon ti propone sempre il prodotto più giusto per quello specifico periodo in cui ti serve qualcosa “della quale non potrai più fare a meno“, te lo ricorda anche Facebook, così come molti altri siti web che utilizzano in qualche maniera banner o API di questi due grandi player, e la storia non finisce certo con loro, è un po’ come il vaso di Pandora. Sei un numero, tracciarti è relativamente semplice, può essere utile qualcosa che contrasti tutto questo senza però intralciare la tua navigazione e le tue comodità, Facebook Container fa un po’ questo mestiere.

Wordpress: niente immagine di anteprima su Facebook? Risolvere il problema

Facebook Container

Un accenno di storia

Facciamo insieme un passo indietro e parliamo genericamente di Containers. Un tempo Panorama e integrata nel browser stabile, poi abbandonata definitivamente per scarso utilizzo circa 2 anni fa (io l’adoravo), forse alcuni potrebbero ricordarla come Tab Groups. Non so tu, ma questo desiderio di avere una sola finestra del browser aperta e più “ambienti di lavoro” da richiamare all’occorrenza a me è sempre piaciuta, un po’ per separare la vita privata da quella lavorativa, un po’ per lavorare su ordini di idee e necessità senza star lì a impazzire per trovare una determinata scheda aperta qualche tempo prima.

Quella funzione oggi si chiama Containers, è un’estensione, un componente aggiuntivo figlio della nuova epoca Quantum, che ti permette grosso modo di fare la stessa cosa che facevi due anni fa sul Firefox di vecchia generazione, e puoi installarla in qualsiasi momento da AMO.

Vite separate, un solo browser, nessun impedimento tecnico nell’apertura di più finestre dello stesso servizio con diverse coppie di credenziali (GMail, tanto per fare un esempio facile da capire), visitate come tu stessi arrivando da differenti sessioni (o profili aperti) ma che in realtà così non è, grazie all’isolamento dello spazio riservato da Firefox (website storage, nda), dei cookie e di tutto ciò che serve a quel sito web per fare il suo lavoro lato tuo PC, puoi provare a vederla come una rivisitazione avanzata della modalità di navigazione in incognito, senza però la limitazione dovuta alla singola finestra anonima per profilo di Firefox aperto.

Under the hood, it separates website storage into tab-specific Containers. Cookies downloaded by one Container are not available to other Containers ()

Il tutto è stato sperimentato, monitorato e costantemente migliorato nel corso di questi ultimi due anni, da chi -come me- ha scelto di affidarsi alle versioni Nightly di Firefox (quelle più instabili, nda), che integravano già nel 2016 questo esperimento poi approdato anche in Test Pilot (se ne parlava qui), con possibilità di gestione dei contenitori tramite pannello delle Preferenze del browser (about:preferences#containers).

Perché allora Facebook Container?

Perché Containers presa così di petto può confondere e in alcuni casi spaventare i meno esperti, che potrebbero non capire più come gestire i loro ambienti di lavoro.

Firefox: Facebook Container impedisce il tracciamento sul web

Facebook Container non necessita di configurazione, è già pronta per funzionare come nel più classico degli scenari Plug&Play, annunciata in un momento storico che migliore non si sarebbe potuto aspettare per fare da cassa di risonanza, Cambridge Analytica può solo insegnare (ammesso che là fuori altri come me e te abbiano capito più o meno bene cosa sia realmente successo e che conseguenze ci sono state nel momento zero, così come oggi e ancora in futuro). Facebook Container è stata presentata al grande pubblico del web lo scorso 27 marzo, descritta all’interno di un articolo comparso nel blog ufficiale di Mozilla (blog.mozilla.org/firefox/facebook-container-extension), il quale non manca di dettagliare di cosa si tratta pur non dovendo approfondire più di tanto (vista la facilità di fruizione di questa misura di sicurezza sviluppata da Mozilla).

Facebook Container
Facebook Container
Developer: Mozilla
Price: Free

Scopo del gioco messo in chiaro da subito: fermare il tracciamento che Facebook opera in giro per il web, lasciando che il Social Network possa funzionare esclusivamente nel suo orticello, che non vada a fare danni altrove e che ci lasci in pace quando non utilizzato. Per fare ciò è stata usata la base e il concetto fatto proprio da Containers, riadattato per l’occasione all’auto-riconoscimento del sito web creatura di Mark Zuckerberg, caricato in un’apposita sandbox oltre la quale non può ficcare il naso. In un solo colpo vivrai (e navigherai) qualsiasi altro sito web come se tu non fossi collegato a Facebook, come riportato da Mozilla stessa, la quale specifica quindi possibili malfunzionamenti legati all’isolamento:

If you use your Facebook credentials to create an account or log in using your Facebook credentials, it may not work properly and you may not be able to login. Also, because you’re logged into Facebook in the container tab, embedded Facebook comments and Like buttons in tabs outside the Facebook container tab will not work. This prevents Facebook from associating information about your activity on websites outside of Facebook to your Facebook identity. So it may look different than what you are used to seeing.

Una seccatura apparentemente molto pesante da sopportare, ma che protegge la tua privacy più di quanto tu possa pensare. Considera che, nel caso tu faccia clic su pulsanti di Like o Share via Facebook, questi funzioneranno aprendo nuovamente il container (quindi nessun problema di funzionamento, ma solo una scheda in più aperta quando necessario, immediatamente richiudibile al termine dell’operazione).

Sotto al cofano

When you install this extension it will delete your Facebook cookies and log you out of Facebook. The next time you visit Facebook it will open in a new blue-colored browser tab (aka “container tab”). In that tab you can login to Facebook and use it like you normally would. If you click on a non-Facebook link or navigate to a non-Facebook website in the URL bar, these pages will load outside of the container.

Una volta installata, Facebook Container cancellerà ogni cookie legato al Social Network, costringendoti a effettuare un nuovo login. Noterai che –visitando Facebook– ti si caricherà una scheda diversa rispetto alle altre, sottolineata di blu e con il logo da “Container” nella barra dell’URL (te li ho messi in rilievo nell’immagine di seguito):

Firefox: Facebook Container impedisce il tracciamento sul web 1

Ogni volta che farai clic su un collegamento che ti porterà fuori da Facebook, la scheda tornerà a comportarsi normalmente, vedrai sparire sottolineatura e richiamo nella barra dell’URL. Lo stesso succederà anche se riutilizzerai la scheda per navigare su un diverso sito, specificandolo manualmente nella barra dell’URL.

E dallo scorso 5 aprile …

… sono state annunciate alcune novità riguardanti il componente aggiuntivo, che ora mantiene attivo il container di isolamento anche nel caso in cui tu vada a visitare Instagram o Facebook Messenger, legati allo stesso cordone ombelicale del Social Network statunitense.

Firefox: Facebook Container impedisce il tracciamento sul web 2

Se come me stai ora pensando a WhatsApp, probabilmente la risposta è che questo non sembra raccogliere (allo stato attuale) informazioni che vengono poi utilizzate dal sito web principale di Facebook, ma potrebbe certamente entrare a far parte degli URL intercettati automaticamente di un futuro aggiornamento di Facebook Container: blog.mozilla.org/firefox/facebook-container-extension-now-includes-instagram-and-facebook-messenger.

In conclusione

Un compromesso che, una volta installato, dovrai in qualche maniera digerire. Questo potrebbe essere il giudizio finale per un componente aggiuntivo che per me finisce di diritto nei Must Have, perché non sempre ci si può nascondere dietro la frase fatta che “non si ha niente da nascondere“, la privacy è un diritto che devi poter esercitare e un dovere per chi ha quel grande potere e privilegio di poter maneggiare i nostri gusti, orientamenti, dati che possono essere facilmente rivenduti e sui quali costruire il proprio business, che non sempre combacia con i reali desideri dell’utente finale.

Io l’ho installato su ogni mia postazione e quasi ogni profilo (ne tengo alcuni esclusivamente per sperimentare, dove neanche mi collego a Facebook), i login sono stati separati dall’account Facebook già tempo fa (dovresti farlo anche tu, prima o poi ci scrivo un pezzo in merito), e dove i commenti sono veicolati in maniera forzata verso il Social Network, evito di dire la mia, che male non può certo fare :-)

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Non è una cosa inventata di sana pianta, non certo dal sottoscritto. È un’idea già vista, piaciuta in altri luoghi e altri laghi, che voglio provare a sperimentare per pubblicare alcuni consigli talmente rapidi da non riuscire neanche a occupare lo spazio di una pillola. Raccolgo qui di seguito le prime 4 pubblicazioni, le ho dedicate al mondo OS X, YouTube, Android e Mozilla (Firefox):

Potete trovare tutte le immagini sotto il mio account Instagram: @gioxx85 (rimbalzeranno su Twitter, utilizzando lo stesso tag, e le pubblicherò anche nella pagina Facebook di Gioxx’s Wall).

Fa schifo il carattere del testo? Molto probabile. Sono un grafico? Sicuramente no. Il consiglio ha fatto il suo dovere? Molto bene, tutto il resto è noia (TM). Volete pubblicarne di vostri? Ben vengano, lasciate un commento a questo articolo, cercherò di realizzare l’immagine e ovviamente riporterò il vostro nome nei credits (se avete un sito web, un profilo social, l’indirizzo di casa della vostra zia adorata, riportatelo, ci finirà anche quello, fatemelo conoscere!).

La cadenza di questa iniziativa? Non la conosco ancora, sto cercando di pubblicarne uno alla settimana, magari capiterà di vederne qualcuno in più nella stessa settimana o forse meno (in totale) nell’arco del mese. Non voglio promettere nulla. Ogni volta che avrò un consiglio ideale per questo format, sarà mia premura renderlo pubblico in questa maniera! :-)

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