Uno punto zero

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Se dovessi usare un gergo che mi riguarda da vicino, potrei dire che la tua versione alpha è stata sofferta, molti bug e fallimenti nella compilazione, necessità di ulteriori sviluppi e debug che alla fine hanno permesso al tuo codice di nascere, bello come non mai, con tutte quelle particolarità e sfaccettature che ogni giorno delineano degli strani easter egg con i quali imparare a convivere o combattere. Non sono certo di come abbiano potuto passare così in fretta questi dodici mesi, eppure eccoci qui, all’uscita da una fase che potremmo definire “beta“, conosciuta dal grande pubblico e che con quel pubblico ha avuto a che fare, evidenziando un carattere in continua formazione ed evoluzione, pregi e difetti, capricci e sorrisi ma sempre con quella tua grande voglia di esplorare, fare e comprendere.

Stai crescendo ragazzo mio, lo stai facendo “in fretta“, e stiamo crescendo io e la tua mamma, non con poca fatica per abituarci a qualcosa che – come il fiato del lupo contro la casa dei porcellini – ha fatto crollare castelli di certezze come carte da gioco su un tavolo. Ricordi quello che ti dicevo quasi un anno fa? Ecco: la mia paura c’è sempre, lo sbaglio è lì che attende dietro l’angolo e Dio solo sa quanto io possa già aver sbagliato fino a oggi, sia da un lato che dall’altro, un po’ come il poliziotto buono e quello cattivo fusi nella stessa fisicamente abbondante figura paterna quale sono.

Perdonami se non sono perfetto piccolo cucciolo, nonostante l’età anagrafica posso assicurarti che non si smette mai di imparare a essere figli, figurati a essere papà! Quello che posso dirti è che continuerò a giocare, a fare lo scemo insieme a te, a ridere delle piccole stupidate come se fossero grandi scoperte (e per te molte lo sono) e ad approfittare spudoratamente della scusa dei tuoi pisoli per mettermi lì al tuo fianco e diventare una cosa sola tra una bolla dal naso grande (la mia) e una piccola (la tua), mentre si ronfa insieme come non ci fosse un domani.

Uno punto zero 1

E dato che quel “Tre” è piaciuto alla tua mamma (ma non solo), vorrei provare a fare la stessa cosa con il numero uno.

Uno è il tuo primo traguardo, quello che raggiungi oggi, un percorso che è solo all’inizio ma che ha già visto tanti progressi e nuove scoperte per te motivo di divertimento e vanto. Uno è quel dentino che sembra non aver proprio voglia di raggiungere gli altri che già sono spuntati fuori, e ogni volta che tu sorridi fai sorridere per forza pure noi perché ci ricordi tanto un coniglietto. Uno è il quintale di roba che – se te lo lasciassimo fare – mangeresti ogni volta che ti metti a tavola, sei persino riuscito a comprarti la cuoca del nido che ormai ha quell’occhio (ma soprattutto quel mestolo) di riguardo nei tuoi confronti. Uno è il termine forse più utilizzato fino a oggi e che non abbiamo mai così tante volte detto né io, né tua mamma: “NO“, perché la maggior parte delle volte vorresti fare cose che in realtà non dovresti fare, che ti mettono “in pericolo“, che potrebbero farti male e che vanno contro quelle poche ma chiare regole che stiamo provando a darti giorno dopo giorno, tu però continui imperterrito per la tua strada, fregandotene abbondantemente. Uno – nonostante tutto – è l’amore unico, enorme, inattaccabile e indistruttibile, fuso tra me e la tua mamma per te che hai completamente cambiato il nostro mondo.

La “paura” del genitore

Quello di oggi non vuole essere solo uno sdolcinato e non-tecnico articolo pubblicato su questo spazio web. Vuole anche dire quello che sovente non si dice, che non si ammette, che troppo spesso viene messo in disparte perché “non fa fare bella figura” poiché chi ti circonda non se lo aspetta. È davvero così rose e fiori la natalità? Ti rispondo molto semplicemente: NO. Sono circondato da persone che non vogliono avere figli e ogni loro motivazione va rispettata anche se non necessariamente condivisa. Io e Ilaria abbiamo scelto di avere il nostro pargolo e probabilmente non rimarrà figlio unico per molto tempo, si tratta di una scelta.

Ogni coppia ha la sacrosanta e inattaccabile possibilità di scelta, questo non deve mai generare un giudizio perché non è corretto nei loro confronti e di una situazione sconosciuta ai più, vale esattamente la stessa cosa della mia costante lamentela interiore (con tanta voglia di sbottare e prendere a schiaffi l’interlocutore) verso coloro che per anni hanno continuato a dire a me e mia moglie: “Ma quando lo fate un figlio? Volete che vi spieghiamo come si fa?“. Non è così che funziona il mondo, o almeno NON dovrebbe, e al mondo esistono troppi elementi che pensano di non ferire con “una semplice battuta“.

Fare un figlio è un gesto certamente d’amore verso una nuova vita ma tanto, tanto difficile per la coppia. Ne cambia i ritmi, ne cambia i comportamenti e mette a dura prova qualsiasi matrimonio, è innegabile. Impatta ogni aspetto della quotidianità che ci si è costruiti dopo tanti anni di fatiche e conquiste, certezze, abitudini. Non va sempre tutto bene e ci sono quelle giornate in cui vorresti solo tornare indietro e ripensarci, anche se poi passa molto in fretta, te lo assicuro, perché Il sorriso della tua creatura ha un forte potere in grado di risolvere ogni malessere. Spesso capita di togliere qualcosa alla coppia per potersi concedere ancora di più a questi piccoli esseri umani che catalizzano completamente l’attenzione della famiglia, non è banale e chi ha figli lo sa bene, nonostante troverai sempre dei campioni lì fuori pronti a dirti che non è così e che a loro non è assolutamente mai capitato. C’è certamente un equilibrio, non è semplice trovarlo e mantenerlo, ci vuole fatica, tempo ed esperienza, nessuno nasce imparato, la paura di essere genitore e sbagliare ti accompagnerà sempre pur rimanendosene in sordina, un po’ come l’Armadillo di Zerocalcare.

E no, non vale pensare di essere superiori agli altri, non vale per il singolo elemento tanto quanto per la famiglia. Perché se è vero che fino a qualche tempo fa qualcuno poteva puntare il dito nelle discussioni di gruppo e dirmi “che ne sai tu? Tu non hai figli!” (ed è già sbagliato), oggi quella frase si trasforma facilmente in “non puoi capire, ne hai solo uno ed è piccolo, vedrai!“, ne avevo già parlato in passato (se ben ricordo) e questo ti fa sentire quel fastidio salire lungo la schiena quasi al pari del “ma quando lo fate un figlio?“, che sono certo presto evolverà in “ma quando lo fate il secondo?“. Accendete il cervello prima di parlare gente, ve ne prego, è così che si evitano brutte figure e coltellate a suon di danteschi termini, perché la parola ha sempre un peso.

E ora basta, concludo l’articolo perché credo di aver scritto già a sufficienza (e anche più): auguri amore mio, e ora – che magari stai leggendo questo pezzo tra qualche anno (augurandomi che questo blog sia ancora in piedi) – vieni a dare un abbraccio al tuo vecchio, che non ne riceverò mai abbastanza pensando a quando “ti farà schifo” abbracciare e baciare i tuoi genitori.

#StaySafe

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