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In passato ho avuto modo di parlarvi di condivisione della propria libreria / accesso ad iPod e iPhone da più postazioni e di come sia possibile clonare le applicazioni tra le proprie postazioni facendo sempre vincere l’ultima configurazione valida sul proprio dispositivo. Oggi dedico spazio ad un terzo articolo della fortunata serie per spiegarvi quando diventa necessario tornare temporaneamente ad un vecchio iTunes, applicare la modifica di condivisione e aggiornare all’ultima versione.

Come si può verificare il problema?

Nuovo lavoro, nuovo portatile, nuova installazione di iTunes. Questa è la combinazione che mi ha permesso di riprodurre un problema del quale mi avevano parlato alcuni utenti in passato (e per il quale non ero ancora riuscito a spiegarmi il perché). Partendo dal presupposto che conosco a memoria la procedura di clonazione del Library ID spiegata nel mio primo articolo, dopo aver installato l’ultima versione di iTunes sul mio DELL e aver inserito l’iPhone in culla, è comparso il solito messaggio di inizializzazione della libreria musicale del telefono, prepotente e puntuale come le tasse.

Occhio: non confermate mai il messaggio che esce a video, questo causerebbe l’immediata rimozione di tutti i contenuti del telefono / iPod con imprecazioni al seguito e necessità di rifare il lavoro di sincronizzazione (senza considerare che da quel momento in poi non dovreste riuscire a sincronizzare il dispositivo con le altre vostre postazioni).

E ora cosa faccio?

Niente panico. Riuscire a sfruttare il vecchio trucco della libreria clonata è ancora possibile, a patto di non passare per l’ultima versione di iTunes. E’ necessario modificare i dati prima di installare la versione più recente del software Apple, motivo per il sarà necessario un downgrade (ed in seguito un nuovo upgrade).

ATTENZIONE: Prima di eseguire qualsiasi modifica ai vostri file e/o dispositivi siete pregati di effettuare un backup di questi. Solo così sarete capaci di tornare indietro riparando ad eventuali errori di distrazione. L’articolo e l’autore non possono essere ritenuti responsabili di alcun danno subito dalla vostra strumentazione. Buon lavoro.

Ho volutamente inserito il solito messaggio per il backup dei dati perché –prima di ogni vostra mossasarebbe opportuno salvare la cartellaiTunes” (generalmente presente nella cartella Musica del proprio profilo personale) in una posizione sicura (un disco esterno o più semplicemente un taglia/incolla verso una cartella differente dello stesso disco), quindi rimuoverla per effettuare in seguito un’installazione pulita.

Occorrerà ora disinstallare (se già presenti sulla macchina) tutti i software Apple aggiornati. Questa vista sulla mia Installazione Applicazioni potrebbe tornarvi comoda:

Lista software Apple installati (clicca per ingrandire)

Dopo aver riavviato il PC, potrete scaricare ed installare iTunes 9.2.1 (qui la versione a 64 bit). Al termine della fase di setup aprite l’applicativo (così da far creare i file di libreria), chiudete l’applicativo e seguite la documentazione che già dovreste conoscere:

gioxx.org/2009/08/27/iphone-gestirlo-con-due-o-piu-pc-itunes

A questo punto (e solo ora) potrete avviare l’Apple Software Update per cercare aggiornamenti del programma, scaricarli e installarli automaticamente. Inserendo l’iPhone nella culla (o semplicemente connettendolo al cavo) dovreste ora riuscire a impostare una sincronizzazione manuale dei contenuti senza ottenere il messaggio tanto odiato :)

Uno spazio dedicato a …

La mia minuscola guida si basa su un ben più dettagliato articolo di Apple Toolbox che mi ha aiutato a capire il da farsi: http://appletoolbox.com/2010/09/how-to-downgrade-itunes-10-to-itunes-9-2-1.

Lo stesso articolo propone il da farsi nel caso in cui vogliate mantenere la vostra attuale libreria pur con l’intenzione di effettuare un downgrade. Indica anche una procedura per tutti gli utilizzatori di Mac OS X.

Buon lavoro! :-)

Ieri pomeriggio ho trovato e installato un aggiornamento di Adobe Acrobat Reader, arrivato ormai alla sua decima versione (X), anche in italiano. Nonostante io preferisca utilizzare Foxit Reader e simili, tengo comunque un’installazione Adobe per aprire file PDF particolari e testarne la validità / portabilità quando ne creo di nuovi da mandare ai clienti.

Ho approfittato dell’occasione per realizzare la scheda prodotto su SupportoInformatico.org e ho rilevato immediatamente una problematica che potrebbe mettere in difficoltà un utilizzatore alle prime armi.

Stamane ho avuto necessità di aprire un documento, questa è la schermata che mi si è presentata davanti subito dopo il doppio clic:

Adobe Reader X: Accesso negato durante l'apertura di un documento

Ho dato una veloce occhiata alla KB Adobe e ho trovato questo articolo: kb2.adobe.com/cps/860/cpsid_86063.html. Parla della nuova modalità protetta dell’applicativo:

Protected Mode is a new feature for Adobe Reader X that extends Adobe’s rapidly evolving defense-in-depth security strategy for mitigating and preventing security vulnerabilities. Protected Mode protects users’ applications, data, and machine by limiting what malicious files can do and access. The technology is robust yet relatively new in the software world. There are only a few products such as Google’s Chrome and Microsoft’s Office 2010 providing the features. By default, Adobe Reader X enables Protected Mode.

Dovrebbe poter aiutare l’utente a prevenire possibili attacchi che usano Adobe Reader come tramite, una storia che negli ultimi tempi ha avuto il brutto vizio di ripetersi troppo spesso (Secunia insegna, anche solo filtrando la penultima versione 9). Nel mio caso il particolare che ha fatto scattare la “feature” (chiamiamola così, se proprio vogliamo farci del male) è questo:

Launching Reader 10.0 with Protected Mode enabled via a user profile that has been moved to a different drive using a symbolic link; that is, profiles that have been copied from one drive to another cannot use Reader with Protected Mode enabled.

Avendo io modificato l’originale posizione della cartella Documenti (che ora si trova dentro la cartella Dropbox così da tenerla sotto costante backup e versioning), sono incorso in un “falso positivo” di Adobe Reader, un comportamento non ancora previsto e non ancora autorizzato in determinate condizioni. Ho risolto il problema andando a disabilitare la modalità protetta, con la speranza che in futuro possa essere resa meno sensibile e più consapevole sul quando entrare –o meno– in azione:

Adobe Reader X: disabilitare la Modalita' Protetta

L’opzione si trova in Modifica / Preferenze / Generali, è quella cerchiata di rosso nell’immagine. Una volta tolto il segno di spunta e data conferma con Ok, sarà necessario riavviare manualmente il Reader. Ora –anche caricando il file da cartelle non sicure (a dir di Adobe)– riuscirete ad aprire il file PDF come avete sempre fatto con le precedenti versioni dell’applicativo:

Adobe Reader X: file PDF aperto correttamente

Buon lavoro :-)

Problematica apparentemente stupida capitata giusto stamane. Sulla stessa macchina sarà necessario attivare un doppio server FTP di cui solo uno esposto all’esterno con IP pubblico raggiungibile dalla rete. Il secondo server dovrà essere “riservato ad alcune reti LAN” e in ascolto su una porta differente da quella standard.

Riepilogo estremamente semplice: il primo sfrutterà la classica porta 21, il secondo la 2121 e sarà bloccato tramite regole di firewall, rendendolo disponibile –come richiesto– solo ad alcune sottoreti. Per gli addetti il funzionamento di modalità attiva e passiva è cosa banale, un po’ meno per chi non è abituato a mangiare di questo quotidianamente:

FTP, a differenza di altri protocolli come ad esempio HTTP, utilizza due connessioni separate per gestire comandi e dati. Un server FTP rimane tipicamente in ascolto sulla porta 21 TCP a cui si connette il client. La connessione da parte del client determinerà l’inizializzazione del canale comandi attraverso il quale client e server si scambieranno comandi e risposte. Lo scambio effettivo di dati (come ad esempio file) richiederà l’apertura del canale dati il quale può essere di due tipi.

In un canale dati di tipo attivo il client apre una porta tipicamente random, tramite il canale comandi rende noto il numero di tale porta al server e attende che esso si connetta. Una volta che il server ha attivato la connessione dati al client FTP, quest’ultimo effettua il binding della porta sorgente alla porta 20 del server FTP. A tale scopo possono venire impiegati i comandi PORT o EPRT, a seconda del protocollo di rete utilizzato (tipicamente IPv4 o IPv6).

In un canale dati di tipo passivo il server apre una porta tipicamente random (> 1023), tramite il canale comandi rende noto il numero di tale porta al client e attende che esso si connetta. A tale scopo possono venire impiegati i comandi PASV o EPSV, a seconda del protocollo di rete utilizzato (tipicamente IPv4 o IPv6).

Ergo: contrariamente al servizio FTP esposto in modalità attiva (per richiesta), quello interno configurato in modalità passiva avrebbe potuto utilizzare una qualsiasi porta casuale (oltre la 2121 stabilita in IIS) in un range che va dalla 1025 alla 5000, come dichiarato nel documento Microsoft pubblicato in Technet:

technet.microsoft.com/en-us/library/cc734964%28WS.10%29.aspx

A questo punto è stato necessario fare in modo che il range diminuisse notevolmente per poter aprire meno porte possibili e concedere lo stretto indispensabile ai PC che potranno far accesso alla 2121 in Passive Mode per scambiare dati via FTP. Lo stesso documento propone l’utilizzo di uno script già presente in una qualsiasi installazione di Microsoft IIS:

Configure PassivePortRange by using an ADSUTIL script

To configure PassivePortRange by using an ADSUTIL script:

  1. Open an elevated Command Prompt window. Click Start, point to All Programs, click Accessories, right-click Command Prompt, and then click Run as administrator.
  2. Type cd %SystemDrive%\Inetpub\AdminScripts and press ENTER.
  3. Type the following from the command prompt (this example uses a port range of 6000-7000):adsutil.vbs set /MSFTPSVC/PassivePortRange “6000-7000”

Restart the FTP Service

To restart the FTP Service:

  1. Open an elevated Command Prompt window. Click Start, point to All Programs, click Accessories, right-click Command Prompt, and then click Run as administrator.
  2. Type net stop msftpsvc.
  3. Type net start msftpsvc.

Si ottiene quindi questo risultato:

IIS: restringere il range di porte per il Passive Mode

L’ultima modifica riguarderà il firewall e si potrà ora facilmente controllare avendo limitato il range di porte a 20 comprese tra la 6000 e la 6020 (oltre la 2121 precedentemente stabilita e inserita nella configurazione di IIS). Tradotto in iptables (ho offuscato lo stretto necessario):

iptables -t filter -A FORWARD -s 192.168.1.0/24 -d IPSERVERFTP -p tcp --dport 2121 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s 192.168.2.0/24 -d IPSERVERFTP -p tcp --dport 2121 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s 192.168.3.0/24 -d IPSERVERFTP -p tcp --dport 2121 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s IPSERVERFTP -d 192.168.1.0/24 -p tcp --sport 2121 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s IPSERVERFTP -d 192.168.2.0/24 -p tcp --sport 2121 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s IPSERVERFTP -d 192.168.3.0/24 -p tcp --sport 2121 -j ACCEPT

iptables -t filter -A FORWARD -s 192.168.1.0/24 -d IPSERVERFTP -p tcp --dport 6000:6020 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s 192.168.2.0/24 -d IPSERVERFTP -p tcp --dport 6000:6020 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s 192.168.3.0/24 -d IPSERVERFTP -p tcp --dport 6000:6020 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s IPSERVERFTP -d 192.168.1.0/24 -p tcp --sport 6000:6020 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s IPSERVERFTP -d 192.168.2.0/24 -p tcp --sport 6000:6020 -j ACCEPT
iptables -t filter -A FORWARD -s IPSERVERFTP -d 192.168.3.0/24 -p tcp --sport 6000:6020 -j ACCEPT

Dato che per chi lavora costantemente su ambiente Microsoft ricordare la sintassi di iptables potrebbe essere un problema, ho fatto spudorato uso di questo post: cyberciti.biz/tips/linux-iptables-how-to-specify-a-range-of-ip-addresses-or-ports.html, il classico “articolo al posto giusto nel momento giusto” :-)

Fatto ciò basterà riapplicare le regole per poter poi effettuare un test sul primo client che vi capita a tiro, tutto dovrebbe andare liscio come l’olio.

Buon lavoro.

Che Dropbox abbia rivoluzionato il modo di lavorare di tanti di noi lo sanno un po’ tutti gli addetti ai lavori (e non), ve ne ho parlato in diverse occasioni e difficilmente oggi potrei fare a meno di un servizio così prezioso.

Oggi riprendo un articolo scritto in origine da Amit Agarwal di Digital Inspiration, lo stesso autore dello script che vi permetterà di aggirare le limitazioni delle stampanti che non permettono la stampa da remoto tramite WiFi o tramite invio diretto da dispositivo mobile.

Stampa da dispositivo mobile

La procedura suggerita da Amit è estremamente semplice e si basa su una macchina alla quale sarà fisicamente collegata la stampante, la stessa macchina sulla quale verrà tenuto in esecuzione un piccolissimo VBScript che permetterà di monitorare una cartella specifica di Dropbox (che sarà creata se mancante, altrimenti utilizzata se già presente) nella quale potranno essere inseriti i documenti da mandare in stampa immediata. Requisito basilare e necessario è la presenza di Windows come sistema operativo. Esistono già alternative valide per Mac OS X e Linux (vi rimando agli articoli originali) che però non ho potuto testare personalmente.

Per prima cosa controllate che la stampante sia correttamente collegata al PC e accesa. Fatto questo rapido controllo scaricate lo script necessario dall’indirizzo img.labnol.org/files/e-print.zip (oppure qui se non dovesse funzionare il primo link) e salvatelo in una posizione utile (qualunque cartella voi vogliate, dove non vi darà alcun fastidio), quindi avviatelo. Dovreste poter notare il processo wscript.exe all’interno del Task Manager.

Se lo script viene avviato per la prima volta, comparirà una cartella “PrintQueue” all’interno della cartella di Dropbox. Da questo momento in poi qualsiasi documento inserito in quella cartella verrà immediatamente mandato in stampa, verrà generato poi un file di log che ne impedirà la ristampa (a meno che non lo si tolga e inserisca nuovamente nella stessa cartella).

Ciò vuol dire che salvando un documento dal proprio iPhone o dal proprio telefono Android all’interno dell’applicativo Dropbox (quindi nella cartella PrintQueue), vi permetterà di trovare un foglio stampato al vostro rientro a casa (o in ufficio, dipende dal PC che tiene attivo lo script), senza la necessità di compiere nessun’altra operazione!

Lo stesso Amit mette a disposizione un semplice video che vi permette di capire al meglio come funziona questo semplice metodo :)

Stampante condivisa

A questo punto perché limitare l’utilizzo dello script e la cartella PrintQueue alla stampa da dispositivi mobili? Oltre all’utilizzo suggerito ho voluto provare una semplice soluzione (già pronta praticamente) per convogliare tutte le stampe e farle passare da una sola macchina, quindi da una sola stampante.

Dropbox offre nativamente la possibilità di condividere una cartella con altri membri del servizio e –ancora più semplicementevisualizza su tutte le postazioni sincronizzate le cartelle del proprio account (feature non ancora inclusa nell’ultima release stabile 0.7.110 ma presente già da tempo nelle release beta che io utilizzo regolarmente).

Chi mi impedisce quindi di utilizzare a livello globale la cartella PrintQueue per trovare stampato a casa mia tutto ciò di cui necessito a fine giornata lavorativa? Lo stesso –inutile dirlo– vale nel caso in cui decidiate di stampare il vostro materiale in ufficio, salvandolo quindi nella cartella PrintQueue prima di arrivare alla vostra scrivania.

E’ la più rapida ed economica alternativa all’acquisto di una nuova stampante con connettività WiFi / Wired o di un print-server che possa colmare la lacuna che sicuramente si porta dietro un “vecchio” hardware, nonostante il costo più che esiguo (generalmente recuperato sulle cartucce e sugli accessori).

Buon lavoro! :-)

UPDATE
Dato che potrebbe tornare utile ai lettori che utilizzano una distribuzione Linux, metto in evidenza il codice fornito da Aldo (vedi commento) da mettere in funzione sulle vostre macchine Linux-based ;)

#!/bin/bash
export PrintQueue="/home/UTENTE/Dropbox/Stampa";
IFS=$'\n'
for PrintFile in $(/bin/ls -1 ${PrintQueue}); do
lpr -r ${PrintQueue}/${PrintFile};
done

Anche ieri mattina i clienti Aruba hanno avuto i loro bei problemi, stavolta non causati da attacchi mirati a parte delle loro macchine ma a causa di un errore umano dichiarato poi nelle notizie del loro sito web di assistenza:

Durante i lavori di ampliamento della Sala dati A della Nostra WebFarm 1 di Arezzo, a causa di un errore umano , si è verificato lo spegnimento di emergenza dell’impianto elettrico, con la conseguente momentanea irraggiungibilità dei servizi in essa ospitati.
La sala è stata immediatamente riattivata ed il down dei servizi si è limitato al tempo di riavvio dei server.Le altre Sale Dati del Data Center hanno, invece, continuato a funzionare regolarmente.
Ci scusiamo per i disagi arrecati e per la momentanea irreperibilità del nostro servizio assistenza on line, interessato in parte dai problemi di cui sopra.
Invitiamo i clienti che ancora dovessero avere dei problemi a comunicarcelo mediante l’apertura di un ticket di Assistenza.
Aruba S.p.A -Servizio Aruba.it

Discussioni su Aruba ne potete trovare migliaia in giro per il web, c’è chi lo odia, chi lo ama, chi lo sfrutta solo ed esclusivamente per la gestione dei DNS, chi ci si appoggia totalmente per il suo lavoro, la sua vita privata, il suo blog, il suo sito personale o aziendale che sia. Veder andare giù i server come pere cotte non è mai bello, non lo è mai. Io faccio parte della prima schiera citata, ho usato per qualche tempo Aruba (parlo di tanti anni fa) e dopo innumerevoli problemi ho deciso di portar via ciò che c’era di mio migrando verso altri provider (dapprima) ed in seguito su un server dedicato (ormai da diversi anni).

Ho voluto aprire una nuova discussione su Friendfeed. Un po’ per “sfottò” (senza alcun motivo particolare), un po’ per stuzzicare gli utenti che ancora oggi scelgono il provider di Arezzo come partner per la propria creatura sul web, qualunque essa sia:

friendfeed.com/gioxx/0bcd8b38/vedere-andare-down-aruba-e-notare-quanti-ancora

Ho poi ricevuto un tweet molto interessante di Donato via Twitter, per questo motivo ho deciso di provare a buttare giù due righe trattando uno degli argomenti più spinosi che esistano in questo panorama: la scelta del giusto piano hosting.

Qualità e quantità: il giusto prezzo

Il giusto prezzo per tutti non esiste. Toglietevelo dalla testa sin da subito. Non riuscirete mai e poi mai a mettere d’accordo nessuno sul prezzo per un piano di hosting, sia questo entry-level o professionale.

Quello che per me può essere un giusto compenso per ripagare chi mi offre spazio disco, banda e visibilità sul world wide web potrebbe essere “inarrivabile” per un altro utilizzatore con finanze più limitate o che semplicemente pensa di spendere troppo per ottenere un prodotto che “potrebbe costare di meno“.

Il costo del materiale hardware oggigiorno è decisamente più a buon mercato rispetto ad anni fa. Questo ha permesso a nuove aziende di nascere e introdursi nel mercato, nella competizione più sfrenata a chi più offre e meno vuole. Aziende low-cost (un esempio italiano è Tophost, oltre che la stessa Aruba) hanno iniziato a prendere piede e conquistare clientela che mai si sarebbe sognata di investire i propri soldi in un qualcosa di “immateriale“, che andrà poi rinnovato annualmente, che richiederà sacrifici, costante attenzione e aggiornamenti.

Eppure eccoci qui, nel fatato quanto complesso mondo delle tariffe e dei servizi messi a disposizione del cliente. Spazio disco, banda dedicata, traffico garantito, SLA e chi più ne ha più ne metta. Non è geroglifico, è solo un’infima parte della corposa lista che può comporre uno schema di pacchetto hosting acquistabile oggigiorno su internet. Ciò che fa la differenza è molto spesso il tipo di supporto offerto, le garanzie, la cura per il lavoro che portate avanti ogni giorno e che mai vorreste veder cadere inesorabilmente per cause altrui.

Qualità non si traduce con “soldi a catinelle“, non sempre almeno. Anche questa è una di quelle “leggende metropolitane” che andrebbe smentita una volta per tutte. Mi sembra chiaro che pacchetti di hosting professionale con una marea di garanzie e supporto erogato da personale qualificato possano costare parecchio, ma qui stiamo parlando di prodotti adatti a gente come me, quella desiderosa di tenere in piedi un blog, un sito personale, qualcosa che va indubbiamente preservato e protetto ma che potrebbe anche essere irraggiungibile per una manciata di minuti al mese che sarebbero tutto sommato sopportabili.

Lo scandalo Tophost scoppiato pochissimo tempo fa è l’esatta dimostrazione di quanto sia perfettamente inutile lamentarsi quando un provider perde tutto il vostro lavoro giustificandosi che è già tanto quello che vi viene dato e che non è affar loro tenere sotto backup parte del vostro lavoro (nella fattispecie, parte è sostituibile con database MySQL). E’ altrettanto difficoltoso magari combattere contro un provider che –facendo forza su mail generate automaticamente e supporto pressoché assente– chiude i rubinetti del vostro dominio senza alcun preavviso e lasciando in difficoltà chiunque non abbia competenze specifiche per potersela cavare, come successo ad Aurora pochi giorni fa.

Trovare l’ago nel pagliaio

Bene, hai fatto lo sborone, e ora cosa scelgo? Cosa mi consigli?

Tra blog di appassionati e siti web specializzati potrebbero saltare fuori un centinaio (se non più) di risposte possibili a questa domanda. E’ una richiesta che generalmente spiazza chiunque, anche perché ogni casistica meriterebbe uno studio a se. In linea di massima però si potrebbe provare ad identificare dei punti saldi che aiuterebbero a delineare un particolare tipo di offerta da confrontare tra i vari provider che si ha a disposizione.

Innanzi tutto: meglio l’Italia o meglio l’estero (America, Germania, Francia, ecc.)? E’ davvero necessario scegliere un provider italiano? Lo fate per il supporto in lingua madre? Lo fate perché potete in qualunque momento pretendere di andare a vedere il padre del vostro figlioccio sul web (il server fisico, per chi non lo avesse capito, ndr), lo fate per mandare avanti l’economia e sostenere il Made in Italy che Lapo adora così tanto propagandare in giro per il globo?

Si potrebbe pensare di partire da un semplice concetto: Italians not it better. E’ chiaramente un parere personale ma in tanti anni di permanenza e lavori a stretto contatto con provider di ogni tipo ho notato una sostanziale differenza tra gli italiani e il resto del mondo, identificando le migliori farm ed i migliori trattamenti in America e in Germania. Il server che ospita questo blog (e non solo) si trova a Norimberga, montato in uno dei tanti armadi messi a disposizione e costantemente controllati da Hetzner. Mozilla Italia (tanto per fare un altro esempio che probabilmente in tanti conoscono) si appoggia a Dreamhost.

In passato ho utilizzato con soddisfazione (e lo uso tutt’oggi per un progetto non troppo esigente) OVH, francese di origine ma sbarcato anche in Italia ultimamente con un sito web ufficiale ed un supporto dedicato in lingua nostrana, con offerte che molto somigliano a quelle proposte da Aruba ma degni di maggiore fiducia in quanto forse più presenti e più interessati alla felicità del cliente (sempre ed esclusivamente da mie esperienze, sia chiaro).

Concludo la lista inserendo un italiano di fascia media sul quale io e Andrea ci poggiamo molto spesso: WebPerTe. Lavoro sulle loro macchine da un anno circa e fino ad ora non posso lamentare alcun problema davvero bloccante. Ho trovato un supporto sempre pronto a portare a termine le mie richieste in tempi brevi  e la massima disponibilità in caso di difficoltà. Succede però che in alcuni casi potrebbero sorgere incomprensioni ed evidenti scontri che portano inevitabilmente alla chiusura del rapporto di collaborazione cliente-fornitore, come successo a Dania.

Chiaro che ciascun utilizzatore ha esigenze differenti, così come le soglie di sopportazione per i down non programmati e la pazienza nell’attesa che qualcuno con diritti di amministrazione maggiori dei suoi risolva un problema quando necessario. Se a questo aggiungete le tempistiche forse eccessive per un trasferimento da un provider ad un altro come successo poco tempo fa ai due blog di Myriam (e descritto in un mio articolo) potete ottenere un risultato che comprende le casistiche più comuni di problemi che si possono incontrare sulla propria via.

Come posso dire la mia?

Ho voluto realizzare una pagina della Wiki GxWare per tentare di raccogliere testimonianze e pareri riguardo i provider di tutto il mondo da voi quotidianamente utilizzati. Mi farebbe molto piacere se i miei lettori (occasionali o abitudinari) si registrassero e dicessero la loro:

dev.gxware.org/wiki/doku.php?id=collaborare:proposte_di_hosting

Mi pare non manchi nulla. Spero di aver fatto cosa gradita a tutti introducendo per l’ennesima volta la spinosa questione, con la speranza di aiutarsi e cercare sempre di ottenere il meglio per i propri siti web.

Buon lavoro! ;)