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Terza domenica, ormai il Natale si avvicina, hai già tutti i regali pronti sotto l’albero oppure sei ancora alla ricerca di quello perfetto per famiglia e amici? Nel frattempo, torna il #4WeekendApps :-)

Di cosa si tratta?

4 settimane per 4 app: Contatti Fidati di Google4 settimane per 4 app (#4WeekendApps) è la classica iniziativa a tempo che ti propone un articolo leggero, adatto al sabato alla domenica (stavolta), alle tue letture da viaggio, senza l’abuso di quel povero neurone messo sotto torchio durante i giorni feriali passati in ufficio (o altrove, ma pur sempre #PerLavoro!).

Perché Android? Perché è il sistema operativo che utilizza il mio smartphone personale, che sfrutto principalmente, perché lo preferisco spesso a iOS. Questo non vuol dire che le applicazioni di cui ti parlo esistono solo su Play Store (anzi, tutto il contrario), vuol solo dire che immagini e riferimenti sono stati catturati da Android, #Gomblottoh!

Oggi ti parlo di: Contatti fidati

Google ne ha fatta un’altra. Siamo arrivati allo stadio del non plus ultra dello stalking, quello del “ommioddio Google sa anche dove sono adesso“. Non è proprio così. Google sa già dove sei (aggiungi una risata satanica di sottofondo a questa frase), a meno di non aver modificato alcune impostazioni del tuo account (e in alcuni casi anche del sistema operativo mobile). Le posizioni recenti sono il fulcro e la base di ciò che (ripeto: se non hai modificato alcunché) riuscirai a navigare (come storico) se punti all’indirizzo google.com/maps/timeline.

Ora, fatte le dovute presentazioni (?), passiamo alla ciccia. Contatti fidati è un’applicazione che permette di ottenere la posizione di uno o più contatti considerati familiari o amici stretti. Un tempo su iPhone era Trova i miei amici (lo è ancora, volendo). Contatti fidati svolge il semplice mestiere di pre-autorizzare uno o più familiari a richiedere la posizione uno dell’altro, con possibilità di bloccare la condivisione in qualsiasi momento (o anche rifiutarla quando richiesta e notificata dall’altro lato), tenendo il tutto aggiornato a intervalli regolari, basati sull’individuazione dello smartphone di parte di Google (questo vede la posizione e la condivide con chi di dovere).

L’applicazione è chiaramente gratuita e utilizzarla è assolutamente semplice e logico, ci prenderai immediatamente confidenza, è disponibile a oggi solo su Android (non so se Google la porterà mai su iOS dove esiste già l’alternativa da tempo, nda):

Contatti fidati
Developer: Google Inc.
Price: Free

Utile per avvisare la moglie sul rientro a casa (o viceversa), senza star lì a pensare male (a qualcuno potrebbe venire del tutto naturale). Altrettanto utile (ma forse non perfetto) per tenere sotto controllo la prole, fermo restando però che potrebbe andare a disattivare la localizzazione in qualsiasi momento. Un suggerimento per Google potrebbe essere quello di non permettere di bloccare l’invio dati a meno di inserire un codice stabilito precedentemente, così da eseguire quanto richiesto da un genitore.

Al solito: per suggerimenti, commenti e alternative (anche metodi particolari per la misurazione o hardware che esula da applicazioni installabili sul proprio smartphone), l’area commenti è a tua totale disposizione.

Buona domenica! ;-)

G

Colpo 2 di 4: il #4WeekendApps torna anche questa domenica per provare a farti scoprire una nuova applicazione, o magari parlare della tua preferita. Io continuo a curiosare e provare novità, alternative, un po’ per capire cosa mette a disposizione il mercato, un po’ per tenermi sempre una porta di emergenza aperta in caso di necessità.

Di cosa si tratta?

4 settimane per 4 app: Prime Foto4 settimane per 4 app (#4WeekendApps) è la classica iniziativa a tempo che ti propone un articolo leggero, adatto al sabato alla domenica (stavolta), alle tue letture da viaggio, senza l’abuso di quel povero neurone messo sotto torchio durante i giorni feriali passati in ufficio (o altrove, ma pur sempre #PerLavoro!).

Perché Android? Perché è il sistema operativo che utilizza il mio smartphone personale, che sfrutto principalmente, perché lo preferisco spesso a iOS. Questo non vuol dire che le applicazioni di cui ti parlo esistono solo su Play Store (anzi, tutto il contrario), vuol solo dire che immagini e riferimenti sono stati catturati da Android, #Gomblottoh!

Oggi ti parlo di: Amazon Prime Foto

Non so voi, ma io utilizzo Google Foto da quando è nato. Lo trovo perfetto per le mie esigenze, sempre pronto a tenere al sicuro le fotografie scattate dal mio smartphone (evitando sterili polemiche su quanto sicure possano essere nelle mani di big G.), accessibili anche da browser (un plus che mi torna utile quando scatto screenshot per il blog, da recuperare direttamente da Mac), che mi libera spazio nella memoria del telefono (mai abbastanza) e molto altro ancora. È un’applicazione che continua a evolversi visto il forte interesse da parte dell’utenza finale, bene così e avanti tutta.

Ma perché diamine sto allora parlando di Amazon? Perché l’applicazione Prime Foto è rimasta in sordina, nascosta, al buio, ma è già lì da tempo. È un’alternativa ed è giusto -secondo me- darle una possibilità e un’occhiata. Ho quindi deciso di installarla e avviarla per la prima volta, per fargli recuperare gli scatti che avevo lasciato sul telefono (molti li avevo già spazzati via grazie alla funzione che libera spazio, inclusa -appunto- in Google Foto):

Prime Foto di Amazon
Price: Free
Prime Foto di Amazon
Developer: AMZN Mobile LLC
Price: Free

La formula è sempre quella, spazio gratuito illimitato per le fotografie, limitato invece per i video personali che non possono evidentemente essere ottimizzati e resi più agili da tenere a bada, ricevi 5 GB di spazio se sei già cliente Amazon.

Il tutto si basa sul servizio Drive del grande dell’e-commerce, il quale ti consentirà di liberare (anche lui) spazio sul telefono (utile soprattutto a chi ha tagli di memoria non espandibili e bassi dalla nascita), come riportato (insieme a molti altri dettagli) nella pagina ufficiale all’indirizzo amazon.com/clouddrive/learnmore.

Impossibile però non star lì a cercare ogni singola differenza con l’applicazione di Google, ed è così che si arriva a notare che il riconoscimento dei volti non funziona poi così bene (non tanto quanto la più utilizzata alternativa), che gli album devono essere creati in modalità manuale senza suggerimento alcuno o proposta basata sul giorno e sul luogo in cui sei stato rilevato, non ci sono momenti riproposti o disegni “a mano” da salvare nella galleria, non c’è alcuna reale lavorazione in background che possa dare quel qualcosa in più, quella sciocchezza che colpisce senza troppa fatica e sudore della fronte. Esiste anche qui la possibilità di condividere i propri scatti con la propria famiglia (amici, conoscenti, ecc.).

Amazon Prime Foto è un’applicazione per il backup delle fotografie di smartphone e tablet (ma non solo, vale quanto fatto per Google Foto grazie al client da installare sul proprio PC per inviare in cloud altre immagini e archivi fotografici mai passati dai propri dispositivi mobili), null’altro. È volutamente (credo) spartana, un esperimento di Amazon sul quale forse non è stato puntato un grandissimo investimento e che lentamente evolve, ma che fa già il suo mestiere, quello principale per lo meno. Volendo la si può tenere installata insieme a Google Foto per avere un paio di uscite di emergenza sempre pronte, ridondate, forse per alcuni superflue ma chissenefrega.

Al solito: per suggerimenti, commenti e alternative (anche metodi particolari per la misurazione o hardware che esula da applicazioni installabili sul proprio smartphone), l’area commenti è a tua totale disposizione.

Buona domenica! ;-)

G

Non lo vedi e senti anche tu? Alberi addobbati ovunque (in barba alla tradizione del più classico 8 dicembre), luci, musiche, varie ed eventuali, tutto ricorda la festività del Natale, che si sta avvicinando a grande velocità (ci separano solo 3 domeniche, non considerando questa già in corso e calcolando che il 25 cade proprio di domenica). Rispolvero il #4WeekendApps per scoprire qualche piccola chicca e festeggiare insieme almeno un po’ :-)

Tutto pronto? Bene così, facciamo finta di lanciare il primo restart della piccola serie (si sa mai, magari continuo a ripeterla in futuro):

Di cosa si tratta?

4 settimane per 4 app: Ampere4 settimane per 4 app (#4WeekendApps) è la classica iniziativa a tempo che ti propone un articolo leggero, adatto al sabato alla domenica (stavolta), alle tue letture da viaggio, senza l’abuso di quel povero neurone messo sotto torchio durante i giorni feriali passati in ufficio (o altrove, ma pur sempre #PerLavoro!).

Perché Android? Perché è il sistema operativo che utilizza il mio smartphone personale, che sfrutto principalmente, perché lo preferisco spesso a iOS. Questo non vuol dire che le applicazioni di cui ti parlo esistono solo su Play Store (anzi, tutto il contrario), vuol solo dire che immagini e riferimenti sono stati catturati da Android, #Gomblottoh!

Oggi ti parlo di: Ampere

Forse più per curiosità che per reale necessità (anche se nel mio caso è stata più per la seconda, nda), Ampere è una applicazione dal sapore semplice e intuitivo, ricca di dati che ti permettono di capire molto sul tuo cavo USB e sul tuo caricabatterie, soprattutto quando si parla di Quick Charge e necessità di ricarica fugace, quella che ci permette di portare lo smartphone vivo a casa, dove potrà poi terminare il suo accumulo di energia utile al prossimo giorno da affrontare.

Did you ever felt, that one Charger/USB cable set charges your device really fast and the other not? Now, you can prove this with Ampere.

Measure the charging and discharging current of your battery.

Ampere non fa altro che fornire ogni misurazione valida per capire se il caricabatterie in uso sta facendo il suo lavoro, se è davvero di tipo Quick Charge, se magari sta cedendo o se “tiene ancora botta“, è persino in grado di fare misurazione quando il dispositivo non è collegato alla corrente, così da capire quanto rapidamente si sta scaricando, per una previsione sul prossimo ciclo di ricarica. L’applicazione è gratuita, ha il solito banner pubblicitario a fondo schermata, puoi eliminarlo sbloccando l’acquisto in-app se proprio non lo sopporti. Lo trovi su Play Store e App Store:

Ampere
Developer: Braintrapp
Price: Free+

La maggior parte dei dati riguardanti l’applicazione, note d’uso e informazioni (comprese incompatibilità e problemi conosciuti) si trovano nelle informazioni dell’applicazione su Play Store, ti consiglio quindi di dare un’occhiata alla pagina disponibile su play.google.com/store/apps/details?id=com.gombosdev.ampere.

Puoi scegliere la schermata preferita da mostrare all’apertura dell’applicazione e puoi dare un’occhiata -quando serve- alle misurazioni rilevate. È logico che un’applicazione di questo tipo non può avere altri usi se non quelli relativi al dare risposte alla tua curiosità. Al solito: per suggerimenti, commenti e alternative (anche metodi particolari per la misurazione o hardware che esula da applicazioni installabili sul proprio smartphone), l’area commenti è a tua totale disposizione.

Buon fine settimana ;-)

G

Pillole

Le pillole sono articoli di veloce lettura dedicati a notizie, script o qualsiasi altra cosa possa essere "divorata e messa in pratica" con poco. Uno spazio del blog riservato ai post "a bruciapelo"!

Esigenza: Internet Explorer (si, lo so, procediamo), pagina web da tenere d’occhio, la quale non prevede però un refresh automatico. Non è possibile giocare con un frame nel quale includerla e farla aggiornare di tanto in tanto.

Svolgimento: si può aggirare l’ostacolo con un componente aggiuntivo vecchio ma ancora funzionante, gratuito, esteticamente schifoso per chi non usa più la barra dei menu, ma il chissenefrega parte da lontano, a noi interessa solo l’obiettivo finale.

Auto Refresher per Internet Explorer

Si chiama (con molta fantasia) Auto Refresher for IE, e lo si scarica dalla pagina ufficiale che ha indirizzo xwen.org/node/6 (ne esistono diversi mirror in giro per il web, ma propongono installer che contengono pubblicità, evitali come la peste). La sua ultima versione è la 1.2 ed è datata 2012. Funziona correttamente con Internet Explorer 11 su Windows 7.

Il componente, una volta installato e abilitato su IE, necessiterà di essere reso visibile. Fai clic con il tasto destro su una parte libera della barra superiore di Internet Explorer e seleziona la voce “YRefresher“. Il risultato è questo:

Auto Refresher per Internet Explorer 1

Un enorme pulsantone (fa molto biscottone, vero?) che comparirà e non potrà essere ridimensionato a meno di essere messo sulla stessa riga della barra dei menu, che personalmente non utilizzo. Ho già provato –senza successo– a metterlo su quella dei Segnalibri. Fatta eccezione per l’estetica alquanto discutibile, Auto Refresher for IE propone un set di intervalli già sufficientemente nutrito, pur rendendo però disponibile l’ultima voce (Custom Interval) che ti permetterà di specificare un diverso numero di secondi, a tuo piacimento. Ricorda che puoi convertire i minuti (o le ore, se preferisci) in secondi utilizzando Google (qui un esempio).

Alternative di pari livello? Lascia un commento per suggerirle! :-)

Buon fine settimana.

Ricevo quasi quotidianamente dei comunicati stampa di Codacons, l’associazione nata nel 1986 per difendere l’ambiente e i diritti dei consumatori. Si tratta per lo più di concentrati di parole che mi portano alla mente forconi e caccia alle streghe, ma questo è esclusivamente un parere soggettivo basato su quei testi, perché in realtà credo che associazioni come questa possano avere una loro utilità, soprattutto quando il cittadino e cliente finale, quello piccolo che “non conta nulla” per le grandi aziende, si trova in difficoltà e senza arma alcuna per far valere i propri diritti di consumatore.

Codacons: qui nessuno è esperto.

La regola è sempre la stessa: io guadagno uno stipendio con sudore e dedizione al lavoro, perché dovrei tacere di fronte ad abusi, scarso potere d’acquisto e truffe ben mascherate da aziende forti? Il Codacons (e non solo lui) ha un ruolo in tutto questo. Nota bene: sto sorvolando su nomi precisi e su “accuse” ridicole come quelle relative a Pokémon GO di qualche tempo fa.

Tolto il dovuto cappello per mettere a tacere eventuali troll della prima ora, voglio proporti parte del testo ricevuto una manciata di giorni fa:

Il Codacons mette in guardia tutti gli utenti dalle truffe online: “tutti i giorni siamo bersagliati da un numero incredibile di mail spam e truffaldine che ci raggiungono tramite indirizzo e-mail – afferma il Presidente Marco Maria Donzelli del Codaconse da cui dobbiamo ben guardarci per evitare di cadere vittima di malfattori che ci sottraggono i nostri dati personali.”  Ecco il decalogo anti-truffa del Codacons:

1) Mai diffondere il proprio indirizzo e-mail principale su forum, blog, messaggi o altri siti internet.
2) Evitare di iscriversi col proprio indirizzo e-mail ai siti web sconosciuti.
3) Utilizzare uno dei migliori servizi di posta ossia Gmail, Yahoo Mail ecc.
4) Nel caso di invio di e-mail a più persone, spedirle sempre con gli indirizzi dei destinatari in chiaro, ma nascosti in CCN, per evitare di entrare in mailing list o catene di sant’Antonio molto fastidiose.
5)  Con tutte le e-mail di spam che si ricevono, andare a difendersi facendo denunce per ciascuna di esse, potrebbe essere un lavoro davvero impegnativo e, probabilmente, senza risultati.
Difficilmente infatti la polizia postale darà retta a queste denunce che, per la maggior parte dei casi, rimarranno solo un numero statistico.
6) Non rispondere mai alle e-mail di spam perché esse provengono da indirizzi fasulli.
7) Dotarsi di un antivirus sicuro e che svolga automaticamente un controllo dei contenuti del computer, per evitare che esse venga infettato nel caso di apertura di e-mail di spam.
8) Prestare la massima attenzione e non cliccare su pop-up che vengono visualizzati quando apriamo una mail o una pagina internet.
9) Navigare sempre su siti internet sicuri e con connessione protetta. Non andare su siti identificati come pericolosi.
10) Non inserire mai i propri dati personali se non si è del tutto certi della pagina che abbiamo aperto.

Ho letto la mail e ho riso su un paio di punti, in particolar modo sul terzo, in seguito al quale lanciato un tweet un po’ da pirla (lo ammetto):

Pentito a corto raggio dell’aver messo online una polemica abbastanza sterile senza spiegare in alcun modo il perché del mio ridere, ho aggiunto informazioni in coda al primo tweet, senza aspettarmi una risposta da Codacons, o per lo meno aspettandomene forse una più politicamente corretta:

È chiaro che io abbia fatto un primo gesto errato, ma non è servito a nulla aggiungere informazioni, se non a prendersi una risposta al limite del “ti vedo dall’alto verso il basso“. Ora, dato che non mi piacciono le polemiche sterili e lasciate un po’ a metà, vorrei chiedere a Codacons di mettersi nei panni dell’utente finale, spesso molto ignorante in materia informatica, e provare a mettere in pratica quello che suggeriscono nel decalogo stilato da chissà quale esperto in sicurezza informatica probabilmente assunto nei loro uffici. Vorrei poter rispondere (nonostante io non mi definisca certo un esperto, pur svolgendo un mestiere che mi porta a rimanere particolarmente informato) punto per punto, dove necessario, per confrontarmi con l’esperto dall’altro lato del monitor:

  1. Chiedere di non diffondere l’indirizzo e-mail “principale” all’utente è alquanto improbabile. Moduli delle carte fedeltà del supermercato sotto casa, whois su un dominio registrato per la propria attività, una scuola, un progetto personale, iscrizione a Facebook, rubriche di amici e parenti e chissà cos’altro. In passato (e succederà ancora in futuro) alcuni dei provider che mettono a disposizione il servizio di mailbox gratuita sono i primi a vendere quegli indirizzi a chi lo spam lo mangia e invia a colazione (parliamo di email.it, Hotmail, o magari Libero e compari vari). Là fuori è pieno di persone che non hanno neanche un indirizzo di posta elettronica (e non lo vogliono), figurarsi un master e uno slave.
  2. Ogni sito web è potenzialmente sconosciuto. Fatta eccezione per Google, Amazon e altri nomi altisonanti che più o meno tutti conoscono, il resto è sconosciuto per definizione. L’utente medio non ha idea di chi ci sia dall’altro lato, i suoi dati sono sempre e comunque in “pericolo“, vale anche per i “big“.
  3. Migliori servizi di posta. È quello che mi ha fatto più ridere. Viene citato Yahoo. Davvero non leggete cosa succede su internet? Qui trovate l’articolo scritto da Graham Cluley: grahamcluley.com/yahoo-confirms-500-million-accounts-hacked-2014-data-breach, basta lanciare una ricerca Google per trovare tutti gli altri.
  4. Prima di inviare una mail, soprattutto con molti destinatari (ciò che succede soprattutto quando si parla di newsletter e simili) è bene controllare possibili errori di battitura. Qui si tratta solo di banalità: si consiglia di mettere gli indirizzi di più destinatari in chiaro, poi si corregge il tiro parlando della copia carbone nascosta. Le catene di S.Antonio non piacciono a nessuno, peccato che ancora oggi ne saltino fuori parecchie, alcune volta causate anche da finti esperti.
  5. Tutto corretto. Inutile far perdere tempo alle forze dell’ordine.
  6. Difficile. Gli spammer sono sempre più furbi e i sistemi automatici di invio delle mail pubblicitarie (e non solo, qui c’è di mezzo anche il phishing) sempre più validi. I più classici errori dovuti a un italiano errato iniziano a diventare sempre meno. Le mail che arrivano agli utenti finali sono tutto sommato corrette, possono trarre in inganno. Combatto ogni giorno con quelle mail, cerco più e più volte di formare gli utenti, qualcuno scappa sempre, qualcuno apre quelle bollette dalle cifre spropositate che si rivelano poi essere tentativi di infezione (fortunatamente bloccati da buoni antivirus e sistemi di protezione perimetrale), un po’ quello che dice il punto 7. Non esiste nulla che possa bloccare il 100% di queste mail, esiste solo il buon senso e la generica sfiducia, con conseguente telefonata al reparto IT o all’amico che ha il figlio diplomato o laureato in informatica.
  7. Hai letto il punto 6?
  8. Auguri. I siti web non invasi dalla pubblicità e dai pop-up aperti a tradimento si possono contare sulle dita di una mano. Ci sono soluzioni alternative, si parte dall’utilizzo di browser che non vengano sviluppati da Microsoft all’utilizzo di componenti aggiuntivi come Adblock e simili. Nel mio piccolo –da non esperto– posso solo mantenere la lista X Files, compatibile con i browser più comunemente utilizzati.
  9. Impossibile. L’italiano medio è quello che cerca l’ultimo film uscito al cinema su internet, neanche due ore dopo dalla messa in onda della prima, in italiano, in qualità BluRay, con audio Dolby. Chiaramente quel file non esiste, ma lo cercherà e scaricherà qualsiasi schifezza esistente sulla faccia della terra, probabilmente infettandosi, probabilmente in barba a un buon antivirus sempre aggiornato, probabilmente regalando accesso al suo indirizzo di posta principale aggirando quindi l’ostacolo mentalmente posto dal punto 1. Il problema dell’utente poco informato e inesperto è sempre lo stesso, sta tra la tastiera e la poltrona, è se stesso.
  10. Si rifà un po’ al punto 2.

Ora credo di aver dettagliato il mio punto di vista, per quello che vale. Nessuno qui è esperto, al massimo ci si permette di dare dei consigli, per evitare che informazione certamente non falsa, ma neanche correttamente dettagliata, possa finire in giro per il web, che ne è già sufficientemente pieno. Magari, ammesso ci siano fondi spendibili, perché non investirne qualcuno per pagare un esperto che metta in scacco tutti e ci salvi dalla infezione eterna?

Ora posso tornare nel mio loculo.

Cheers.