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Primo di una serie di articoli dedicati a lui e a ciò che lo circonda (console, powershell e chi più ne ha, più ne metta) oggi introduco quello che è l’argomento principalmente affrontato in questo periodo in azienda: il passaggio da Lotus Domino (e Notes, ovviamente) a Microsoft “Exchange in-cloud“, decisamente meglio conosciuto come Office 365.

Partiamo dalle basi: Office 365 pensato per le medie e grandi aziende offre una serie di licenze che ovviamente permettono di accedere a più o meno “benefit“. Si va dalla più classica e basica delle utenze con accesso in sola WebMail a quella più ricca che comprende il download di Office 2013 completo da poter installare e attivare su 5 macchine per ciascuna utenza (niente codici di attivazioni, si va in base all’account aziendale precedentemente creato). Per maggiori informazioni in merito vi rimando al commerciale di zona che potrà indubbiamente illuminarvi più di me ;-)

Ciò che allo stato attuale dovete sapere è che qui abbiamo organizzato -migrazione dei contenuti a parte- un’installazione gestita da un apposito appliance Dell del quale spero di potervi parlare a breve, con l’aiuto –come al solito– di script in batch (e non solo). Prima di partire posso consigliarvi una lettura del documento ufficiale di Microsoft dove vengono specificati i requisiti minimi per l’installazione / collegamento all’ambiente Office 365? Lo trovate qui: office.microsoft.com/it-it/office365-suite-help/requisiti-software-per-office-365-per-aziende-HA102817357.aspx

Pacchetto di installazione

Da creare grazie ad un piccolo deployment tool di Microsoft, documentato anch’esso, in base alle proprie esigenze, per lo più dettate dalla versione (32 o 64 bit) e dalla lingua, proprio perché –come già detto– con una licenza E3 (la più grande per l’utente) potrete accedere ad una versione completa di Office 2013 (365 ProPlus con sottoscrizione).

Il documento di Microsoft si trova all’indirizzo technet.microsoft.com/en-us/library/jj219422.aspx e nel caso in cui vogliate fare un’installazione che comprenda tutto richiederà il tool (ovviamente) e un file di configurazione XML con stringhe simili a queste:

<Configuration>

<Add SourcePath="" OfficeClientEdition="32" >
<Product ID="O365ProPlusRetail">
<Language ID="it-it" />
</Product>
</Add>

<!--  <Updates Enabled="TRUE" UpdatePath="\\Server\Share\Office\" /> -->

<Display Level="None" AcceptEULA="TRUE" />
<Logging Name="O365PPSetup.txt" Path="%temp%" />
<Property Name="AUTOACTIVATE" Value="1" />
<Property Name="FORCEAPPSHUTDOWN" Value="TRUE" />

</Configuration>

Sufficientemente comprensibile per chi non è alle primissime armi: verrà installato un Office 365 ProPlus (quindi un Office 2013 Professional con sottoscrizione, nda) in italiano, a 32 bit, accettando in automatico la licenza EULA , richiedendo l’attivazione automatica al primo avvio, loggando ogni operazione in un file di testo chiamato O365PPSetup.txt (salvato nella %temp%) e forzando ogni applicazione del pacchetto Office a chiudersi durante la fase di installazione.

Ho volutamente commentato e non rimosso la stringa che abilita gli aggiornamenti e dichiara l’eventuale server interno dove andarli a pescare. Nel nostro caso non c’è, ci affidiamo al WSUS.

A questo punto non resta che pretendere dal tool il download del necessario per l’installazione sulle macchine. Per farlo basta un prompt dei comandi e una stringa: setup /download

La stringa non farà altro che leggere il vostro file di configurazione e scaricare ciò che desiderate:

A voi non resta che attendere il termine del download, inserire tutto il contenuto della cartella in un punto raggiungibile all’interno della vostra rete e preparare un piccolo batch che lancerà in maniera silente l’installazione del software sulle macchine desiderate:

setup.exe /configure

Niente di più banale e semplice: così come per il setup /download, questo comando andrà a cercare e leggere il file di configurazione XML (che vi ricordo dovrà chiamarsi semplicemente “configuration.xml“) per installare il necessario all’interno del PC. Al termine dell’installazione troverete tutte le applicazioni della suite nel menu Start / Tutti i Programmi / Microsoft Office 2013 (in Windows 8 e 8.1 ovviamente troverete il tutto con il tasto Windows + Q).

E’ tutto molto semplice, almeno per il momento, il bello del gioco deve ancora arrivare e richiederà l’utilizzo -spesso e volentieri- della Powershell che può arrivare laddove la console grafica accessibile via web non può proprio addentrarsi a causa delle sue limitazioni (deve poter essere alla portata di chiunque, ricordate che Office 365 è un servizio pensato per tutti).

Come anticipato questo è solo il primo di –spero– tanti articoli dedicati al mondo Office 365 ed alla sua amministrazione (risoluzione dei problemi di percorso compresa nel prezzo). In coda all’articolo troverete inoltre un box di link che ho messo (e continuo a mettere) su Urli.st per tenere traccia di tutto il necessario / utile per l’amministratore del servizio. Se avete suggerimenti, osservazioni o dubbi l’area commenti è a vostra totale disposizione, come sempre :-)

Mi dispiace ma non sono riuscito a rendere il titolo più breve, o per lo meno non è così semplice farlo pur continuando a farvi capire bene di cosa parlerò in questo articolo :-) L’approfondimento di oggi contiene diversi passaggi che potrebbero non essere così semplici e accessibili proprio per tutti, se vi sembra di non riuscire a capire qualcosa vi prego di farmelo sapere tramite l’area commenti, sempre a vostra disposizione.

Una macchina Windows, una Apple, nessun AirPort Time Capsule, solo un banale disco esterno USB 3 collegato alla macchina Windows e formattato in NTFS dove tipicamente ospito il backup della macchina Windows, la musica, le serie televisive e cose così. Non si tratta del backup su disco di rete, sicuramente più semplice, è l’alternativa all’acquisto di un disco portatile USB da dedicare al proprio Mac per effettuare il backup dei vostri dati (passaggio fondamentale da ripetere ogni qual volta potete, mi raccomando). Chiarisco subito ancora prima di partire con il passo-passo: ciò che ho fatto non è sicuramente la soluzione supportata e suggerita da Apple o dal vostro “cuggino informatico“, funziona, ma non è ovviamente considerabile una spiaggia stabile e definitiva, se avete acquistato un disco esterno per il vostro Time Machine non buttatelo via e non riutilizzatelo, non subito almeno ;-)

Immagine disco (Sparse bundle)

Di documenti e guide ne ho lette tante, io ho personalmente sperimentato e portato correttamente a termine una serie di passaggi che vi spiego più che volentieri ma occhio ai vostri dati, ci tengo a ribadirlo, non metteteli “in pericolo”, soprattutto se siete inesperti ;-) Primo passaggio: il vostro Macbook (o iMac, ovviamente) ha bisogno di spazio, ciò che tipicamente viene creato sul disco esterno o di rete altro non è che un filesystem scrivibile dal sistema, uno “sparse bundle“, come un VHD sui sistemi Windows per farla molto semplice. L’utilità disco di OS X servirà esattamente a questo.

Da Spotlight cercate e avviate l’Utility Disco, quindi create una nuova immagine disco. Questa dovrà avere alcuni dettagli che è meglio specificare e mostrare:

Date un nome all’immagine, quindi una posizione dove salvare il file creato (suggerisco temporaneamente il Desktop, dopo vi spiegherò il perché) e cercate di scegliere un “Nome” (nell’immagine qui sopra potete vedere il mio cursore e capire a cosa faccio riferimento) il più breve e semplice possibile, magari senza spazi, servirà ad identificare il disco virtuale una volta montato nel sistema. Occhio alle dimensioni, nell’immagine che ho catturato durante la mia prova ho commesso un banale errore: su un disco di circa 250GB di capienza ho scelto 100GB di spazio a disposizione dell’immagine, non fatelo a meno che non vogliate ripetere il procedimento, scegliete di partire con 150GB e non preoccupatevi per il vostro disco, lo spazio non corrisponderà a 150GB reali, questi verranno occupati man mano che sarà necessario spazio per il backup, non è detto quindi che dovrete utilizzarli tutti, quel valore corrisponderà quindi al limite raggiungibile. Lasciate invariato il formato dell’immagine (Mac OS esteso) e dopo aver scelto una codifica a 128-bit (per rendere più sicura la vostra immagine e proteggerne i dati all’interno) scegliete di creare una partizione singola con mappa della partizioni Apple e modificate il formato in “Immagine disco sparse bundle“. In pratica, fatta eccezione per lo spazio a disposizione, potete seguire scrupolosamente l’immagine di sopra ;-)

Una volta fatto clic su Crea dovrete solo specificare una password a vostra scelta e attendere qualche minuto (dipende dalla velocità del vostro disco e della vostra macchina più in generale) quindi uscire dall’Utility Disco. Avrete appena creato lo spazio a disposizione del vostro Time Machine, a prescindere da dove quel file Sparse Bundle verrà fisicamente ospitato!

Perché l’immagine sul Desktop?

A meno che non abbiate una rete casalinga progettata e realizzata ad-hoc come se vi trovaste in azienda, è possibile che vi limitiate ad utilizzare un router o un access-point sul quale passa di tutto, configurato in WiFi-N (5 GHz con picchi di 300 Mbps al massimo o giù di lì), mandare in backup più di 60/70 Gb al primo approccio non è la cosa più veloce di questo mondo. Tutto cambia per la pura copia di un singolo file. Fare quindi il primo backup forzato tenendo il file sul disco locale e spostarlo dopo sarà molto più semplice e veloce. In seguito verranno solo toccati i file che sono stati modificati, rendendo l’operazione più leggera e affrontabile tramite rete WiFi / cablata.

Montare l’immagine

Il file appena creato corrisponde -come già detto- ad un’immagine “montabile“, come se fosse un disco esterno collegato al vostro portatile, basterà un doppio clic ovunque esso sia per veder comparire il disco al quale prima avete dato un nome prima della creazione immagine :-)

Siete pronti per chiedere a Time Machine di utilizzare questo disco per conservare al sicuro i vostri file. Occhio: se fino ad oggi avete effettuato il backup altrove poco importa, non c’è bisogno di inizializzare il DB come alcune guide chiedono di fare, si potrà direttamente fare lo switch di disco da Terminale.

Puntare al nuovo disco di backup

Un’operazione che si porta facilmente a termine tramite Terminale, evitando così le limitazioni imposte da Apple e permettendo di utilizzare la nuova immagine disco a prescindere da dove si trovi. Aprite il Terminale cercandolo da Spotlight, quindi eseguite il comando:

sudo tmutil setdestination /Volumes/Backup

Dove dovrete sostituire “Backupcon il nome che avete dato al vostro disco virtuale. Chiaramente vi verrà chiesta la password (se presente) del vostro account da amministratore:

L’esecuzione del comando è immediata, la modifica è stata già operata e potrete notare il risultato aprendo il Pannello Preferenze di Time Machine:

Ready, set, go!

Pronti per effettuare il primo backup, potete forzare Time Machine dall’icona nel Dock: tasto destro e “Esegui il backup adesso“:

Riuscirete così a godervi il risultato della vostra modifica quando tutto partirà correttamente e i dati cominceranno a popolare il vostro nuovo disco virtuale creato ad-hoc :-)

A questo punto chi vi impedirà di copiare il file appena creato e popolato in un vostro disco attaccato ad una macchina Windows nella stessa rete? Ve lo dico io: nessuno. Basandovi sull’articolo che ho pubblicato poco tempo fa (OS X: abilitare la scrittura su NTFS) potrete tranquillamente spostare il file dell’immagine e montarlo sul vostro OSX quando avrete necessità di fare il backup dei vostri dati:

Questo è quanto, come al solito nell’area commenti possiamo discutere alternative, anomalie e ogni altra cosa legata allo specifico articolo :-)

Buon backup a tutti!

Come forse molti di voi sapranno già Disqus è un sistema di commenti per siti web, blog e comunità online che si integra perfettamente con i social network, permettendo infatti il login con il proprio utente Twitter, Facebook e non solo. La gestione dello spam, gli strumenti di moderazione e analisi, le notifiche mail, il pannello commenti e molto altro ancora è centralizzato per offrire a utilizzatori e possessori dei siti il massimo della praticità. Il fatto che vengano poi supportati tutti i principali browser da PC ed in parte quelli mobile per smartphone e tablet è un valore aggiunto non da poco.

Disqus è abilitato anche su Gioxx’s Wall e Fuorigio.co e visto che non ero riuscito a trovare nulla di già pronto che mi soddisfacesse, ho voluto creare un widget per WordPress che vi permetta di mostrare nella vostra sidebar (o altrove) gli ultimi commenti pubblicati sul vostro sito web.

Il codice è stato interamente pubblicato sul Wiki ed è possibile scaricare una copia del file PHP da caricare poi sul proprio spazio web: public.gfsolone.com/wiki/doku.php?id=wordpress:disqusrecents.

Attivazione ed utilizzo

Potete scaricare il file del widget direttamente facendo clic qui, dovrete poi caricarlo nella cartella wp-content/plugins del vostro spazio web. Entrate nella Dashboard del vostro WordPress e attivatelo:

Troverete ora il widget tra quelli disponibili nell’area di personalizzazione del vostro tema grafico:

Potrete così portarlo all’interno di quelli da mostrare nella vostra barra laterale (o in qualsiasi altra posizione consenta il vostro tema). Potrete personalizzare il titolo del blocco, l’ID dal quale caricare i commenti (la prima parte dell’URL del vostro sistema commenti registrato su DISQUS) e la quantità di ultimi commenti da mostrare (personalmente ho scelto di tenerne 8, non esagerate, occupano spazio!).

Leggera personalizzazione tramite CSS

Su Fuorigio.co, Lorenzo ha operato una piccola modifica tramite CSS per migliorare l’aspetto del blocco commenti:

Questo il semplice codice utilizzato:

/* DISQUS */
#disqus_thread {
margin-top: 20px;
}

ul.dsq-widget-list {
margin: 0;
}

Inutile dire che tutto ciò che viene caricato può essere facilmente intercettato e modificato in tempo reale con il vostro file CSS, basterà avere un po’ di manualità per questo tipo di cose.

Tutto qui, il lavoro è già fatto ed è pronto chiavi in mano, come al solito se riscontrate problemi o avete domande l’area commenti è a vostra totale disposizione.

Buon lavoro!

Un mio caro amico è da pochi giorni passato a Vodafone come operatore per la casa e per internet in mobilità e voleva buttare via il suo vecchio WebPocket di 3, un “MiFi” (anche se non è del tutto corretto non trattandosi di un dispositivo Novatel) Huawei E585 marchiato e bloccato per funzionare con sole USIM 3. L’ho preso io e dopo aver inizialmente pensato di acquistare una scheda dati con un piccolo piano ad-hoc da dedicargli, mi sono documentato e ho capito che avrei potuto utilizzarlo anche con una scheda dati aziendali di diverso operatore (anche in questo caso Vodafone, neanche a farlo apposta).

webpocket_3

Questi piccoli (e comodissimi, nda) modem vengono forniti quando si sceglie di sottoscrivere un contratto dati e non si desidera la classica chiave USB “mono-postazione”, generalmente vincolando l’utente al pagamento mensile fino alla fine dei 24 o 30 mesi (dipende dal tipo di offerta), alla fine dei quali l’apparato rimane all’utente e non verrà più richiesto a meno di rare eccezioni giustificate. Questo lo trasforma in un possibile apparato riutilizzabile e lo Huawei E585 non fa eccezione, occhio quindi ad evitare di seguire articoli come questo per sbloccare modem che potrebbero dover tornare all’ovile. Potete inoltre evitare l’intera procedura qui di seguito descritta chiedendo il codice di sblocco al vostro operatore / negozio H3G di fiducia. Chiaro che nel caso in cui non siate più clienti o acquistiate il modem di seconda mano su siti come eBay o Subito.it viene a decadere tale possibilità!

Ho scoperto un mondo, possiedo già uno Huawei E5331 del quale sono parecchio soddisfatto e non avevo nulla da perdere cercando di modificare il comportamento standard dell’E585 ho deciso di leggere e seguire qualche riferimento trovato sul web (più o meno preciso, con qualche sbavatura e non certo privo di inutilità) riuscendo alla fine nell’intento, vi spiego quindi la procedura passo-passo per sbloccare il WebPocket della 3 per poter sfruttare SIM di operatori differenti:

WebPocket3_VodaIT_1

DC-Unlocker

Mi è stato fatto notare nei commenti (grazie ragazzi) che su alcuni sistemi la procedura può generare un errore durante l’utilizzo di PSAS (di cui vi parlerò nel prossimo paragrafo), occorrerà quindi “passare” da DC-Unlocker per far si che tutto fili liscio. Vi spiego i pochi e semplici passaggi da eseguire. Trovate a questo URL 3 software che vengono citati in quasi ogni riferimento / documento / guida: app.box.com/s/jzkdizypg9jkiydqye2a, scaricate e installate “dc-unlocker_client-1.00.1084.exe”.

Prima di partire però collegate il modem tramite cavo, accendetelo e installate il software della 3 a bordo (eseguendo l’autorun quando richiesto) senza però avviarlo a fine installazione, servirà solo far riconoscere il modem a Windows.

WebPocket3_installazioneDriver

A questo punto avviate il programma ed impostatelo su Huawei Modems con rilevamento automatico del modello e della porta COM alla quale si sarà nel frattempo connesso, quindi fate clic sulla lente di ingrandimento per il riconoscimento dei suoi dati:

Se il rilevamento automatico non dovesse funzionare provate a forzare il modello di modem (Huawei E585) e la porta COM per la diagnostica (con quella che potrete vedere nel pannello di controllo di Windows). Le informazioni verranno mostrate nel box inferiore del programma, lasciatelo aperto e passate al paragrafo successivo, questo aiuterà il prossimo programma (PSAS) a funzionare correttamente.

Unlock Huawei E585

Ho dovuto utilizzare una macchina Windows perché i software suggeriti non erano disponibili su OS X, va bene anche una macchina virtuale. Vi servirà un cavo microUSB che possa collegare il WebPocket al PC, la SIM di differente operatore e un pelo di attenzione nei passaggi.

E’ il momento di scaricare e installare “Huawei Reader PSAS setup.exe” che vi servirà ad estrapolare il dato fondamentale dell’intero articolo. Apritelo e selezionate la voce “Hardware Forencsis” quindi “Use Mobile Ports“:

WebPocket3_HardwareForensics

Assicuratevi che la porta selezionata sia quella del modem, lo potete facilmente capire già dalla prima schermata che si aprirà subito dopo:

WebPocket3_selezionaCOM

A questo punto, spostandovi nella tab “Diag Port (QC)“, va seguito un passo-passo per punti che vi propongo in una sola immagine:

WebPocket3-PSAS00

 

  1. lanciate una lettura delle informazioni (vi basterà fare clic su Send mantenendo il resto invariato nei campi “Diag Commands”);
  2. nelle Diag Functions occorrerà impostare la lettura EFS (Read EFS);
  3. impostare come Max Page un valore tra 250 e 600 (il primo va già più che bene);
  4. spuntare l’opzione Alternative Method;
  5. fare clic su Let’s Go per aprire una finestra di Esplora Risorse dove salvare il file di log che andrà poi analizzato (va bene il Desktop, va bene un qualsiasi nome).

A questo punto vi basterà aprire il file di log appena creato con Blocco Note o equivalente (io uso Notepad++) e cercare “PST“, individuando subito dopo un valore numerico che corrisponde al vostro codice di sblocco!

WebPocket3_CODICE

Copiate quel codice negli appunti, vi servirà.

Collegatevi via WiFi o USB al vostro modem mantenendo la scheda di diverso operatore all’interno del modem, questo mostrerà a video (il suo, integrato e piccolo ma sufficiente) un messaggio che invita ad inserire una SIM valida. Provate a navigare verso qualsiasi sito web (anche google.it, tanto per capirci), dovrebbe comparire la finestra per lo sblocco del modem:

WebPocket3_SbloccoModem

Inserite quindi il codice che avevate precedentemente copiato negli appunti. Se non ci sono stati errori, una volta confermato, il modem si riavvierà e troverà rete dell’operatore al quale appartiene la SIM al suo interno (a meno che non vi troviate in una zona non coperta, ovviamente!).

Per configurare il profilo di connessione al giusto operatore bisognerà collegarsi all’indirizzo del modem (192.168.1.1) e inserire la password dell’amministratore (di default è “admin”) nel campo in basso (vedi immagine qui di seguito):

WebPocket3_admin

Quindi andare in Impostazioni Avanzate, Impostazioni di Connessione ed infine Impostazioni Profilo. Qui andrà dato un nome al profilo (va bene qualsiasi nome, anche quello dell’operatore, nel mio caso ho usato infatti “Vodafone“) e mantenendo tutto invariato modificare solo il campo APN in Statico inserendo poi il punto di accesso del proprio operatore (si trova facilmente tramite una ricerca su Google, qui trovate quelli di Vodafone):

WebPocket3_APN

Salvando il profilo il modem tenterà la connessione e sarà finalmente possibile navigare su internet!

WebPocket3_ConnessioneInCorso

Mi sembra ci sia tutto, non mi resta quindi che augurarvi buona navigazione! :-)

In caso di problemi, come sempre, l’area commenti è a vostra totale disposizione.

Aggiornamento del 18/04/2014
Un aggiornamento doveroso visto i numerosi commenti che arrivano e che faccio puntualmente finire nel cestino senza approvarli. Questo articolo è stato scritto di mio pugno per tutti i lettori, gratuitamente, con impegno. Provare a inserire un commento “consigliando” di leggere articoli che riportano la vendita di codici di sblocco non farà altro che far finire il vostro commento dritto in pattumiera, perché continuare a provarci ogni giorno?

Posso cominciare l’articolo con “ai miei tempi c’erano le musicassette da riavvolgere con la BIC, bei ricordi!“? Magari no dai, evitiamo la fase amarcord e andiamo al succo di un articolo dedicato all’unica compagna che non vi abbandonerà mai, non si tratta di un cane, è la musica. Un anno trascorso in compagnia di servizi lanciati su larga scala per permetterci di avere accesso ad un catalogo pressoché infinito ad un costo quasi irrisorio, uno modo semplice ed efficace per contrastare la pirateria.

La mia scelta: Spotify

Un po’ annunciato, un po’ amore a prima vista, Spotify è quel servizio che ha iniziato a rivoluzionare il modo di fruire la musica sul proprio PC e sui propri dispositivi mobili, a prescindere dalla posizione e dal tipo di connessione, regalando così una sorta di falsa indipendenza e aprendo un mondo fatto di musica senza limiti, senza più la necessità del singolo acquisto, della sincronizzazione manuale su ogni dispositivo (anche se c’è stato il passaggio di mezzo chiamato iTunes Match, ne parlerò dopo), senza più quel pensiero fisso del dover acquistare qualcosa di “conosciuto” o per lo meno di “affidabile” per evitare una stupida spesa, dando così una mano alle case discografiche a combattere la pirateria fatta di utenti pentiti.

Chi sono gli utenti pentiti? Quelli che come me amavano i Beatles e i Rolling Stones reperivano tracce e album in maniera non del tutto legale prima dell’eventuale acquisto (eventuale perché nel caso in cui quell’opera facesse pena quei dati finivano direttamente nel cestino) per poi ottenere qualità massima e regolare licenza, sono ancora oggi fortemente convinto che se un’opera piace sia giusto pagare (non il CD fisico con i suoi costi esorbitanti e ingiustificati ma lo stesso album su iTunes ad un prezzo tra i 9 e i 16€ al massimo, salvo rare eccezioni per le quali si è disposti a pagare anche di più).

Da quando ho provato Spotify per 30 giorni ho poi deciso di rinnovare l’abbonamento mensile perché mi sono trovato benissimo, tutte (o quasi) le tracce che ho sempre avuto sotto iTunes sono disponibili e altre ne arrivano quotidianamente, ho trovato una community molto grande che ha già fatto un ottimo lavoro di raccolta tracce per la creazione di Playlist ad-hoc e ho scoperto nuovi gruppi e cantanti che non conoscevo e che ho avuto modo di ascoltare in un certo senso “gratuitamente“, che probabilmente mai avrei scelto di seguire se avessi dovuto fare un acquisto a scatola chiusa su iTunes Store.

Cosa funziona

A parte qualche piccolo down di servizio più che giustificato (ma si parla di pochi secondi, qualche minuto al massimo e in occasioni davvero rare) poco dopo il lancio del prodotto, Spotify è un servizio sempre raggiungibile che funziona bene e svolge il suo lavoro come promesso, non fosse per quelle licenze che mancano e quelle canzoni che –di conseguenza– non possono essere ascoltate dall’Italia, in attesa che accordi migliori portino ad una soluzione valida per ambo le parti (Spotify e Major) e che permettano quindi all’utente di avere davvero tutto a disposizione.

Cosa non va

Le applicazioni di Spotify per WindowsMac sono complete, funzionali, sufficientemente accattivanti (ma migliorabili, nda). Quella di iOS è partita piuttosto male con mancanze che ho faticato a spiegarmi, soprattutto perché il punto di forza di questi servizi è la “trasportabilità“, l’essere completamente slegati dal mezzo, in un’epoca che vede cambiare rapidamente le abitudini e le esigenze. L’avere una connessione ovunque ci si trovi è ormai quasi scontato per chi sceglie forme di abbonamento o SIM ricaricabili che prevedono l’offerta dati all’interno, a meno di non volersi appoggiare costantemente alle reti WiFi dove disponibili. Oggi molti dei problemi sono stati risolti e molte dei buchi tappati, fortunatamente.

Occhio però ai consumi. In qualità standard Spotify consuma poco a patto che non si stia lì attaccati per ore, altrimenti in meno 10 giorni avrete azzerato tutta la soglia dati a vostra disposizione per il mese, ammesso che non siate collegati ad una rete WiFi, in quel caso ovviamente non impatterà in alcun modo sul traffico 3G / LTE da telefono. Tanto per capirci: lo uso quotidianamente dal PC che ovviamente non fa testo e sul telefono per un paio di ore quando vado in palestra (circa 3 volte alla settimana) rimanendo tranquillamente nella mia soglia di traffico dati mensile (2GB, come la maggior parte di quelle offerte dai carrier telefonici).

Costi

Spotify ha un costo variabile per i suoi abbonamenti. Si parte dal gratuito limitato e con pubblicità (nel client e durante l’ascolto), si passa a 4,99€ mensili per un ascolto senza alcun limite o pubblicità su qualsiasi PC dotato di browser o dell’applicazione installabile su Windows o Mac, si arriva al Premium da 9,99€ mensili per un ascolto senza limiti su tutti i dispositivi. La vera novità di questi giorni è Spotify gratuito anche sui dispositivi mobili grazie all’integrazione della pubblicità, vi rimando all’articolo di Cristiano Ghidotti su WebNews che spiega la novità (lo stesso che ha quantificato i consumi di Spotify da telefonino).

Le alternative

Rdio

Nonostante qualcuno tenda a completare quello che potenzialmente potrebbe essere l’anagramma di una ovvia bestemmia, Rdio è un servizio di musica in streaming molto simile a Spotify e per certi versi forse migliore. Non l’ho personalmente provato ma fidandomi ciecamente del parere di un amico voglio lasciare a lui questo spazio e questo paragrafo, mr. Contino :-)

Quando per la prima volta sentii parlare di Rdio era circa il 2011. Un servizio simile ai già famosi Pandora, Grooveshark (che ai tempi andava per la maggiore) e Spotify.

Da appassionato di servizi musicali in streaming decisi di dargli un’occhiata. Beh, già due anni fa Rdio vinceva a mani basse contro la concorrenza in fatto di pulizia grafica, quantità di brani e possibilità di sincronizzazione tra dispositivi. Il servizio era tuttavia disponibile soltanto negli Stati Uniti e inaccessibile dall’Italia a patto di avere un account, appunto, statunitense. Il “workaround” è stato quello di assegnare un indirizzo americano alla fatturazione della mia carta di credito, et voilà, il gioco era fatto.

Seppur privo di una connessione nativa con Facebook, già nel 2011 Rdio garantiva la possibilità agli utenti di ascoltare tutti i brani segnati come preferiti da qualsiasi browser dotato di connessione, senza avere necessità di scaricare alcun software. Quest’ultimo necessario nel solo caso si volesse arricchire l’esperienza e alleggerire la memoria dedicata al browser. E già questo me lo fece preferire a tutti gli altri servizi.

Alla fine di quell’anno Rdio pubblicò anche le applicazioni per Windows Phone e iOS, permettendo agli abbonati (4,99€ al mese per lo streaming illimitato da computer, 9,99€ al mese per aggiungere anche il mobile) di poter salvare le proprie canzoni preferite in mobilità, in modo che anche in assenza di connessione si potessero ascoltare.

Cosa funziona

Rdio ha sempre considerato il design e la pulizia delle proprie applicazioni un grandissimo punto di forza. Ed è effettivamente così, il paragone con la concorrenza non sussiste. Rdio spazza via tutto per agilità e facilità d’utilizzo. Inoltre si è sempre concentrata su chiudere accordi con etichette indipendenti, facendo un po’ più di confusioni con le major più importanti. Qualche esempio? Se sono registrato come utente americano vedo solo il secondo dei 2 album dei Beady Eye, mentre se sono registrato come italiano vedo soltanto il primo.

Cosa non va

Come scritto in precedenza la sola pecca di Rdio è quella di prestare poca  attenzione alla parte commerciale di chiusura di accordi con le major. Spotify ad esempio ha dalla sua i Metallica e i Led Zeppelin mentre Rdio, non ha nessun plus da questo punto di vista, facendo risultare l’esperienza troncata rispetto a chi sceglie altri servizi.

Tuttavia immagino che il problema non sia intrinseco all’azienda, ma sia necessaria una regolamentazione globale che tenga conto di Internet e non di stupidi vincoli del mercato fisico che non possono funzionare ancora per molto nel mondo digitale. Se sono in Australia, piuttosto che in Giappone e con il mio account Rdio o Spotify ho voglia di ascoltare una canzone devo avere la possibilità di accedere a tutto il catalogo dell’umanità, sarà a quel punto l’esperienza utente a fare la differenza.

Rdio resta dal mio punto di vista il servizio più completo in termini di funzionalità e di scoperta di nuovi artisti. Tramite il motore Echo Nest, infatti, è in grado di suggerire nuovi artisti affini a ciò che si sta ascoltando in quel momento. Purtroppo, come detto, è rimasto un passo indietro rispetto alla concorrenza in termini di ampiezza di catalogo. Nel caso ciò dovesse accadere sarò pronto a ritornare sui miei passi.

Costi

Stessi prezzi “cartello” di Spotify, come detto due paragrafi più su. Si parla quindi di 4,99€ al mese per uno streaming illimitato per arrivare ai soliti 9,99€ per portarlo sui dispositivi mobili.

Google All Music

Quando il grande monopolista del web aveva realizzato Google Play Music, inizialmente tenuto “quasi nascosto” come servizio ad esclusivo accesso americano (anche se l’ostacolo era facilmente aggirabile con un invito e un proxy USA, e lo dice uno che ha iniziato a sfruttarlo mesi prima che arrivasse in Italia, nda) nessuno poteva prevedere un ulteriore servizio di streaming pari a quello di Spotify. Il Play Music permetteva di emulare perfettamente ciò che ha introdotto iTunes Match qualche tempo prima, tutta la propria libreria musicale ospitata sul disco fisso del proprio PC caricata sui server di Google tramite una piccola applicazione installata. Diverse (tante) ore di pazienza per l’upload ma un ottimo risultato, accessibile da qualsiasi browser, compreso Safari su iPhone o iPad:

Un’interfaccia pulita e funzionale che viene riproposta nell’offerta All Music: un accesso sulla finestra musicale più ampia offerta da Google via web, applicazioni Android e iOS (limitata nell’acquisto di musica).

Anche in questo caso si parla di un costo mensile accessibile fissato a 9,99€ (con il solito centesimo che vi evita di vedere un 10 pieno), un po’ “cartello tra aziende”, con l’eccezione più che gradita di potersi godere tutta la musica senza alcuna interruzione pubblicitaria sia nell’offerta a pagamento che in quella gratuita. Il limite non è posto sulle ore mensili di ascolto ma sul numero di brani totali che è possibile conservare sul cloud di Google: 20.000 brani.

iTunes Radio

Provato per qualche giorno utilizzando un account iTunes Store americano, trucco ovviamente non più funzionante dopo che è stato utilizzato da molte persone. Giusto il tempo di capire il funzionamento di un servizio non ancora arrivato in Italia con buone premesse, gratuito per tutti, senza pubblicità e limiti per coloro che hanno attivato l’offerta iTunes Match.

Un accesso da ogni piattaforma Apple (manco a dirlo): iPhone / iPod touch / iPad, Apple TV, OS X (quindi qualsiasi Mac). Tutte le impostazioni, le preferenze, le liste salvate sul proprio account iCloud sempre accessibile, con la possibilità quindi di avere a portata di clic la propria selezione musicale ovunque vi troviate. Anche questo abbastanza scontato: tutto controllabile tramite Siri per i sistemi che ne sono provvisti, permettendovi così di comandare la musica con la vostra voce. A questo vanno aggiunte tutte le funzioni sociali disponibili da sistema, si potrà quindi condividere la propria musica preferita tramite messaggio, Twitter / Facebook ma anche AirDrop, posta elettronica.

E’ sicuramente uno di quei servizi da tenere d’occhio sperando che Apple lo promuova e lo renda accessibile anche a chi vive nello stivale quanto prima.

Xbox Music

Ultimo dei player entrato finalmente in competizione (poiché approdato su iOS e Android oltre che su Windows Phone dal lancio di Windows 8, ndr) in questo mondo di musica “in cloud” e annunciato domenica scorsa, il servizio è già noto ai possessori di Xbox e più in generale di sistemi Microsoft, prende le redini di ciò che è stato Zune proponendo un sistema “completamente nuovo” (?) che è in grado di portare la vostra musica su ogni dispositivo conosciuto. Dalla console al telefono passando dal tablet e dal web (quindi accessibile da ogni PC).

Ne ho parlato in un articolo tutto suo pubblicato qualche tempo fa, sempre su questi lidi: gioxx.org/2013/09/10/xbox-music/

Questa è la mia personale lista di competitor nel campo dello streaming musicale di nuova generazione. E voi? Cosa avete deciso di utilizzare? Fa parte delle alternative appena descritte o manca all’appello? Lasciate un commento! :-)