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Xiaomi Mi Band 3

Gioxx  —  01/10/2018 — Leave a comment

Raccogliere l’eredità pesante del predecessore non è mai cosa semplice, capiamoci: per me Mi Band 2 è stato il prodotto che ha cambiato il personale punto di vista sui dispositivi indossabili di fascia bassa, quelli che portano a casa il risultato, la sostanza, senza metterci di mezzo la leggenda popolare che narra: “il buon prodotto deve costare per forza caro“. Mi Band 3 è quindi un approdo dovuto ma mai certo, che deve poter dimostrare di saper fare di meglio rispetto a prima, convincere chi si è affezionato e non vuole staccarsi da Mi Band 2 o l’alternativa più elegante costituita da Amazfit.

Xiaomi Mi Band 3

Xiaomi Mi Band 3

È la forma dell’evoluzione quella che vedi: un monitor più grande e più tondo, caratteri più grandi e più chiari, maggiori informazioni mostrate, cinturino indubbiamente migliorato rispetto al passato seppur non cambi la forma mentis e la realizzazione tecnica di base, una culla di ricarica di poco modificata, la vecchia ancora utilizzabile (ma che va per forza di cose sotto sforzo), costringendoti a comprarne un’altra di scorta se sei solito averne almeno un paio in giro. Mi Band 3 non cambia il prezzo sul mercato ma arriva ufficialmente in Italia, tra store fisici e virtuali, in attesa di poter mettere le mani sulla sua variante completa di chip NFC.

Pilastri fondamentali di una generazione solida, Mi Band 3 continua a pesare circa una ventina di grammi (praticamente inesistente) e nonostante la grandezza del sensore sia cresciuta, continua a non dare fastidio alcuno sul polso, merito anche del cinturino e del nuovo sistema di blocco, il salto in avanti c’è ma non si vede, e non è necessariamente un male, il passaggio al nuovo prodotto è del tutto trasparente. Risponde all’appello anche la batteria da 110mAh, durata dichiarata da laboratorio 20 giorni circa (un pelo più capiente per supportare il nuovo hardware, nda); nonostante io ci sia abituato con Mi Band 2, Mi Band 3 non supera la prova alla prima ricarica completa, arrivando a un 9% residuo dopo soli 14 giorni di utilizzo, ma è certamente un risultato figlio della novità e della voglia di mettere alla prova il bracciale, sono certo che andrà meglio con il prossimo ciclo (sto aspettando che si scarichi completamente per provare a fare una carica completa partendo dallo zero):

Xiaomi Mi Band 3 1

Cambia invece la resistenza all’acqua, che migliora e arriva a sopportare 50mt di profondità (contro la resistenza agli spruzzi IP67 di prima, che concedeva comunque l’ingresso in piscina senza troppi problemi, bastava non andarci giù pesante con le profondità), un dettaglio affatto trascurabile è inoltre la scelta di non tagliare il pulsante per attivare il monitor (quello del Mi Band 2 era separato rispetto al resto del display), bensì ricavarlo dal pezzo unico che copre il display (è sagomato e spancia verso il basso), permettendo finalmente di controllare orario e ulteriori informazioni anche quando si sta in piscina, senza necessità di aspettare che quel paio di gocce d’acqua infilatesi nel pulsante del Mi Band 2 smettessero di mettere i bastoni tra le ruote.

Un monitor più grande e tante informazioni in più

Che poi è questo il reale cambiamento rispetto al passato. Mi Band 2 permetteva di ottenere notifiche con pochissime informazioni annesse, ho dovuto / voluto modificare quel comportamento appoggiandomi a un’applicazione di terza parte che ne aumentava (e parecchio) le capacità (te ne parlo tra un po’), cosa che su Mi Band 3 non è praticamente più necessaria (ma io il test l’ho rifatto, trovando una giusta via di mezzo che ho preferito mantenere).

Il monitor permette di contenere 24 caratteri all’interno della schermata, propone non solo la sorgente di notifica, ma anche il contenuto del testo (parlo di messaggi WhatsApp o Telegram, giusto per fare un paio di esempi), ti consente di scorrere tra più schermate per arrivare a leggere fino in fondo, è comodo, fuori da ogni dubbio, potrai addirittura andare a recuperare le notifiche “perse” (quelle che non hai fatto in tempo a leggere quando ti sono arrivate in diretta) semplicemente facendo swipe verso il basso un paio di volte (fino alla schermata dedicata alle notifiche) e spostandoti verso destra, perché Mi Band 3 è full touchscreen, curiosa tra i menu, troverai diverse novità (previsioni meteo, possibilità di mettere in modalità Non disturbare il bracciale, cercare il tuo smartphone facendolo vibrare, ecc.).

È sempre il pulsante centrale ricavato sul monitor a poterti riportare indietro rapidamente (un po’ come succede da sempre con il pulsante Home di Android, quello centrale, se sai di cosa sto parlando), così come la capacità di cancellare tutte le notifiche o confermare operazioni che necessitano di un tuo assenso esplicito (rifiuto di una telefonata, avvio del cronometro o misurazione precisa del battito del cuore, per farti qualche esempio). A proposito di battito: puoi ancora una volta tenerlo disattivato completamente, tracciarlo ogni tanto (magari impostandolo per funzionare puntualmente solo durante la fase di sonno, come ho scelto di fare io) o costante nell’arco delle 24 ore, tutti comportamenti che influenzano chiaramente i consumi batteria del prodotto, sta a te valutare qual è la strada da intraprendere e quanto sei disposto a ricaricare Mi Band 3 nel corso del mese (una volta ogni 10, 15 o 20 giorni circa).

Dato che però non di soli giudizi positivi si può comporre un articolo (o almeno, non così semplicemente), tocca arrendersi ancora una volta davanti al peggiore tallone d’Achille di Mi Band, a prescindere dalla sua versione (3 compresa): non riuscirai a leggere nulla sul monitor sotto la luce diretta del sole. Questo è un difetto che ci si trascina dalla precedente generazione, e che continua a caratterizzare –male– un prodotto che diversamente sarebbe quasi del tutto inattaccabile nel suo rapporto tra qualità e prezzo, dove comunque vince a mani basse rispetto a tanti altri competitor diretti.

Mi Fit

Nulla cambia (o quasi) quando si parla dell’applicazione per tracciare risultati e pilotare Mi Band 3: Mi Fit, un costante miglioramento in usabilità e ricchezza di contenuti che ti permetterà di configurare ogni dettaglio del tuo nuovo amico di polso, del quale ti avevo già parlato nella recensione dedicata al Mi Band 2.

Ciò che troverai oggi, dedicato a Mi Band 3, è la voce relativa alla Modalità notte (che abbassa automaticamente la luminosità della band in base agli orari di tramonto e alba, o pianificabile in base a tue specifiche esigenze), l’ordine delle voci da visualizzare su Mi Band 3 (che puoi finalmente ritoccare), le impostazioni del Meteo (che puoi modificare manualmente, impostandole su una diversa città rispetto a quella rilevata dal tuo GPS), ma non solo.

Xiaomi Mi Band 3 15

La modifica: Tools & Mi Band

Tools & Mi Band
Tools & Mi Band
Price: 3,39 €

Acquistato circa 3 mesi dopo aver torturato Mi Band 2 e aver già apprezzato l’ottima base di partenza, ho configurato ad-hoc Tools & Mi Band per rispondere alle mie esigenze e necessità di avere maggiori informazioni rispetto a quelle mostrate dal bracciale Xiaomi di precedente generazione, rimanendo più che soddisfatto del risultato. Tools & Mi Band è volutamente rimasto disattivo per i primi 10 giorni di test del nuovo Mi Band 3, per poi essere tirato nuovamente fuori dal cilindro, puntato al nuovo MAC Address e riconfigurato per incontrare e abbracciare le novità costituite dal nuovo display più capiente, che ora mi permette di leggere agilmente il contenuto del testo di un messaggio, di una mail, di un appuntamento di calendario.

Xiaomi Mi Band 3 18

Ho disattivato le notifiche native di Mi Fit, lasciando solo le notifiche di chiamata (e relativo chiamante) e le sveglie attive e insostituibili, passando alla configurazione pilotata dall’applicazione terza parte, la quale trasmette al mio bracciale gli appuntamenti della mia agenda, i messaggi SMS e le chat di WhatsApp e Telegram, il tutto condito di personalizzazione per vibrazione, ripetizioni, disabilitazione delle stesse a schermo acceso (cosa oggi possibile anche attraverso l’applicazione nativa Mi Fit, per la cronaca), icona personalizzata e corretta (rispetto a quella proposta da Mi Fit, con il suo generico “App”):

Questo mi permette di risparmiare alcuni caratteri che l’applicazione nativa inserisce, concedendomi inoltre un pieno controllo delle informazioni che trasmetto a bracciale, seguendo le mie esigenze anziché quelle generiche dettate dal comunque ottimo lavoro della società cinese. Ti condividerei più che volentieri il file di configurazione usato per Mi Band 3, ma non sapendo se all’interno del file d’esportazione vengano immessi dati personali o di licenza (è tutto criptato aprendolo con un normale editor di testo), passo e mi scuso per la “non completezza del gesto“.

In conclusione

Un salto generazionale certamente importante per ciò che riguarda il monitor, un pelo meno per tutto il resto dei dettagli. Si continua in ogni caso a portare freschezza e calma ragionata in un mercato dove altri tentennano o tentano di gridare alla terra promessa con funzionalità spesso superflue o che calcolano male dettagli fondamentali come possono essere passi semplici e attività fisiche da palestra o aria aperta. Xiaomi immette quindi sul mercato una novità con il sapore del vecchio, quello a cui personalmente sono affezionato e che speravo di non dover abbandonare del tutto. Non stupisce, conferma, e spesso, per ciò che mi riguarda, credo possa essere un risultato soddisfacente e più che sufficiente.

Per qualsiasi dubbio o ulteriore informazione, l’area commenti è ora pronta ad accoglierti :-)

 

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Disclaimer (per un mondo più pulito)

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" o "Banco Prova Console" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni.
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: fornito da Xiaomi, tornerà all'ovile al termine del test.
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Scaldo la voce e la tastiera, è la prima volta che collaboro ufficialmente con Huawei, e vale ciò che accade anche per le altre nuove collaborazioni, non si vuole mica fare brutta figura! Durante queste ultime settimane le pubblicazioni sono diminuite drasticamente, il lavoro d’ufficio assorbe ogni mia goccia di sudore, minuto, respiro, è un periodo molto intenso ma non per questo motivo è passata la voglia di provare nuovi gadget e raccontarti di loro su questo blog, tutt’altro, approfitto di questo fine settimana di riposo per buttare giù qualche riga e introdurti al P20 di Huawei, smartphone che è stato ormai presentato lo scorso marzo ma che è ancora saldamente al suo posto nel mercato di fascia medio-alta, scontrandosi con altri mostri sacri del settore, sua versione Pro in primis (il P20 pro, per l’appunto). Può ancora oggi essere considerato un acquisto conveniente?

Huawei P20 è ancora un acquisto conveniente? 1

Huawei P20

Realizzato ancora una volta in collaborazione con Leica, con una doppia fotocamera potenziata dall’intelligenza artificiale, Huawei è chiaramente schierata a favore dello smartphone in grado di sostituire (o quanto meno avvicinarsi il più possibile) la macchina fotografica più professionale, quella che generalmente scegli di portare con te quando osservi la tua città come turista, o ne visiti un’altra per catturare e conservare bei momenti e relativi ricordi sotto forma di scatti che rimarranno inalterati nel tempo, pronti per farti rivivere quelle sensazioni provate sul luogo qualche tempo prima. P20, così come l’ormai vecchio P10, può essere considerato un pioniere di settore, una bandiera definita “rinascimento della fotografia“. Fortunatamente per chi non non pensa che giri tutto intorno a uno scatto, Huawei P20 offre ulteriori punti di forza in diverse sue caratteristiche, lasciando però alcuni nervi scoperti che tenterò di snocciolare nelle prossime righe.

Huawei P20 è ancora un acquisto conveniente? 2

Costruzione

Huawei P20 propone uno schermo da 5,8″ (TFT, parliamo di un LCD) con una risoluzione massima di 2244 x 1080px e un peso di 165 grammi, si impugna bene e sta senza troppa difficoltà nella tasca dei pantaloni, senza farti provare quella sensazione della costrizione e del “oddio, lo rompo da un momento all’altro” che spesso mi capita di provare quando ho a che fare con smartphone dalle dimensioni più generose. C’è il notch (la tacca, per chi preferisce dirla o leggerla in italiano) ma è disattivabile dalle opzioni del Display, piccolo particolare molto apprezzato per chi proprio non sopporta la (ormai non più tanto) novità.

Huawei P20 risponde immediatamente ai comandi impartiti, è veloce, preciso, ha un bel monitor e adatta la sua luminosità in base all’ambiente in maniera precisa (il sole di agosto in spiaggia è stata un’ottima scusa per metterlo alla prova), è elegante da vedere e comodo da usare, anche senza custodia, che troverai comunque inclusa nella confezione del prodotto, ma non senza pellicola, che ti consiglio di prendere immediatamente in considerazione.

Monta un HUAWEI Kirin 970 octa-core, con configurazione quad-core a 2.36GHz (Cortex A73) coadiuvato dall’ulteriore quad-core a 1.8GHz (Cortex A53). 4 GB di RAM e 128 GB di memoria a tua e sua disposizione (dovrai infatti condividerli con il SO e i suoi aggiornamenti), la memoria non è espandibile, ma questo non costituisce un gran problema se come me fai molto uso delle tecnologie Cloud (e considera che il mio abituale taglio in cui faccio comodamente stare i miei dati si ferma a 64 GB). Buono, anzi buonissimo, anche il lettore di impronte che troverai nella parte frontale del monitor: lo prendi immediatamente (senza star lì a cercarlo come in altri smartphone), è reattivo e lo puoi chiamare in causa anche quando il P20 è appoggiato sulla scrivania. C’è la possibilità di sblocco con il volto, ma per ciò che mi riguarda continuo a preferire impronta o PIN.

Batteria da 3400 mAh che puoi ricaricare molto rapidamente (meno di due ore) utilizzando il caricabatterie in dotazione (22,5w), ti accompagna nel corso della giornata e nel caso di scarso utilizzo ti permette di arrivare anche alla successiva, chiaramente tirando la cinghia su qualche tua operazione. Il Kirin ne mette alla prova la resistenza, ma non scalda eccessivamente, permettendo anche una perdita inferiore alle aspettative.

Singolo lo slot per la SIM (nano), al contrario del doppio disponibile nella variante Pro. Connettività WiFi che abbraccia ogni sistema solitamente utilizzato (802.11 a / b / g / n / ac, 2,4 GHz e 5 GHz), così come il Bluetooth in versisone 4.2, con tecnologia aptX, aptX HD e LDAC. C’è il chip NFC e il connettore USB è di tipo C (USB Type-CTM, USB 3.1 Gen 1), il quale permette di trasmettere / ricevere dati in OTG, MTP, PTP, Audio, PD, DP.

Le cuffie incluse nella confezione hanno l’attacco USB-C, perché il jack audio manca all’appello, ed è subito iPhone (nella confezione troverai l’adattatore, che per tua convenienza ti toccherà lasciare attaccato al tuo set di auricolari preferito).

Software

È qui che risiede il mio personale tallone d’Achille. Parliamo di un Android Oreo 8.1, patch ferme a maggio di quest’anno (e l’ho restituito a fine agosto, quindi è effettivamente più indietro del dovuto), con relativa EMUI anch’essa in versione 8(.1). Sarà completa, sarà ricca, ma a me l’EMUI emoziona poco (per rimanere in tema con il nome della stessa), crea talvolta confusione e non mi piace quando mette mano all’organizzazione applicativa e stilistica della mia Home. Ho provato a modificarne l’aspetto attraverso i temi, ma anche loro possono poco e subiscono le imposizioni del launcher che Huawei ha pensato per i suoi smartphone, che spesso però non incontra le reali esigenze dell’utilizzatore “non alle prime armi“.

Capiamoci: ho scelto per mia madre un Huawei P8 lite (2017) che ancora oggi le regala soddisfazioni e con il quale si trova benissimo, ma lei non va oltre le chat di WhatsApp e Telegram (quest’ultimo principalmente), le telefonate e sporadicamente gli SMS. Naviga, si fa per dire, e scatta qualche fotografia senza chiedere più del dovuto. Per lei l’EMUI va più che bene, ma non è un utilizzatore “d’assalto“. Huawei P20 funziona bene, le Impostazioni sono davvero complete, posso pilotare quasi qualunque dettaglio del prodotto, posso fare ciò che solitamente non è possibile fare su un Android più puro, ma dopo due settimane di utilizzo EMUI sono tornato a usare Nova, e tutto si è normalizzato per la mia felicità.

So che c’è in ballo qualcosa di grande per EMUI, che potrebbe finalmente far cambiare idea ai suoi detrattori, non vedo l’ora che questo accada, sono davvero curioso di mettere mano su ciò che la grande società cinese ha pensato per il rilancio della sua interfaccia grafica. Non so se sia colpa o meno di EMUI, la tacca che è possibile disattivare tramite le impostazioni del Display non viene completamente digerita da alcune applicazioni che la rilevano ancora, facendo un pelo di confusione e nascondendo alla vista qualcosa che in realtà esiste. Si tratta di errori sporadici che ho notato in un più complesso e completo utilizzo dello smartphone e del suo sistema, che non inficiano ai fini della valutazione ultima di Huawei P20.

Multimedia

Reparto fotografico di assoluto rispetto per chi vuole imporsi nell’ambito della fotografia portata a livelli della professionale, ma ti ricordo che in questo caso il P20 pro è in grado di dare una spanna (e forse più) al già buon risultato prodotto da Huawei P20. Sul posteriore troverai una Leica doppia, Big Pixel 12MP RGB f1.8 insieme a una 20MP BW f1.6, 2x Ibrido Zoom, AIS, LED bicolore. Sull’anteriore trova spazio invece un 24MP, f2.0, indubbiamente una scelta molto più che sufficiente (stiamo sforando oltre la necessità) per gli autoscatti.

Ciò che in alcuni casi stona (volutamente lasciata attiva per metterla alla prova) è proprio l’intelligenza artificiale, che va a modificare il risultato finale di uno scatto che probabilmente sarebbe venuto meglio senza (in alcuni casi ho disattivato AI proprio per questo motivo). Se le fotografie scattate in ambienti ben illuminati sono più che accettabili, il risultato migliore lo si ottiene invece in situazioni di penombra, tramonti, soggetti che si vuole catturare e mostrare nella versione più romantica e “soffusa” possibile, come a voler fedelmente riprodurre ciò che l’occhio sta vedendo in quel momento, sapientemente miscelato a ciò che il cuore prova nel medesimo momento, qui di seguito ti propongo qualche scatto rubato in una zona di Milano che adoro:

Quella del tram l’adoro in maniera particolare, e dimostra che in alcuni casi l’intelligenza artificiale è in grado di metterci del suo per aiutare a riprodurre la situazione che si vuole davvero conservare e condividere con le altre persone che osserveranno poi la medesima fotografia. Avrei voluto mostrarti anche un video girato con Huawei P20, ma gli unici che ho includono persone che nulla hanno a che fare con la recensione, sbadatamente non ho creato un Demo ad-hoc.

In conclusione

Credo di averti dato tutte le informazioni necessarie per la valutazione di questo smartphone che trova oggi un posizionamento prezzo che ancora lo attesta nella fascia medio-alta, poiché acquistabile a circa 480€. Ho dato un’occhiata al suo andamento su PagoMeno e ho scaricato l’immagine aggiornata del grafico:

Huawei P20 è ancora un acquisto conveniente? 27

Se consideri che la variante Pro è attualmente presente sul mercato con un costo di circa 580€, è possibile che la bilancia possa pendere verso quest’ultima, considerando che le caratteristiche hardware cambiano sul fronte display (monitor AMOLED), fotografico (in maniera sensibile) e di impermeabilità, senza considerare (per chi ne fa uso) della possibilità di alloggiamento di una seconda scheda SIM. Diciamo che per un centinaio di euro il sacrificio, se stai pensando di cambiare smartphone e tenerlo per un po’ di tempo, puoi anche pensare di farlo. Nulla da togliere -in ogni caso- alla valutazione positiva che caratterizza Huawei P20. Io ho cercato per te qualche offerta su Amazon (compresa una relativa alla versione Pro di P20), la trovi qui di seguito:

Credo di aver ormai concluso. Ringrazio Huawei per la collaborazione e lascio a te l’area commenti nel caso in cui tu voglia parlare di questo terminale, segnalarmi punti sui quali non sei d’accordo o chiedere maggiori informazioni (spolvererò la memoria per rispondere dato che il telefono è stato ormai restituito) :-)

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Prodotto: fornito da Huawei e già tornato all'ovile al termine delle mie ferie.
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La comunicazione sta ormai raggiungendo tutti coloro che utilizzano WhatsApp su Android, e riguarda lo spazio di backup che il noto programma di messaggistica istantanea va a utilizzare, facendolo venire a meno di quei piani gratuiti Google (15 GB di spazio condiviso tra GMail, Foto e Drive) che fino a oggi hanno probabilmente “accusato il colpo” (cosa successa parzialmente o proprio per nulla a chi ha scelto un diverso piano storage a pagamento). Ebbene ci siamo: un accordo tra big G e la società di Zuckerberg permetterà a tutti di recuperare quello spazio diversamente inutilizzabile:

Cambiamento che interessa i backup di WhatsApp su Google Drive

Il backup di WhatsApp ha sempre trovato posto (per chi lo ha abilitato) nella medesima cartella Drive dei backup del proprio smartphone, quella che tu stesso puoi esplorare punto il browser verso drive.google.com/drive e selezionando la voce “Copie di backup“:

Cambiamento che interessa i backup di WhatsApp su Google Drive 1

Lo spazio occupato da quel backup è visualizzabile invece andando nelle impostazioni di Drive (l’icona a forma di ingranaggio in alto a destra, nda), selezionando “Gestisci applicazioni” e scorrendo fino a trovare la voce relativa a WhatsApp:

Cambiamento che interessa i backup di WhatsApp su Google Drive 2

Cosa fare adesso?

Tutti i backup più vecchi di un anno verranno eliminati, in seguito alla novità, a partire dal prossimo 12 novembre. Per questo motivo è importante verificare che il proprio backup sia correttamente impostato, e può essere vantaggioso lanciarne uno manualmente già oggi per poter usufruire della nuova formula d’occupazione. Per poterlo fare accedi alle Impostazioni del tuo WhatsApp su Android, quindi seleziona ChatBackup delle chat. Qui potrai notare l’ultima data di esecuzione del salvataggio dati e le dimensioni del backup. Approfittane –già che ci sei– per modificare il comportamento dello stesso e fai in modo che venga eseguito una volta al giorno, solo sotto rete WiFi (fondamentale se non hai sufficienti GB di traffico dati compresi nella tua offerta), includendo anche i video, ti basta dare un’occhiata all’immagine qui di seguito, catturata dalla mia attuale condizione (occhio però, io ho scelto anche di usare il traffico dati!):

Cambiamento che interessa i backup di WhatsApp su Google Drive 4

Nulla di tutto ciò cambia invece la condizione di backup di iOS, sul quale lo spazio occupato da chat, immagini e video WhatsApp continuerà a intaccare i GB a tua disposizione sull’account iCloud (gratuito o con estensione a pagamento, poco importa), almeno fino a future comunicazioni ufficiali.

Buon proseguimento! :-)

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Non è certo una novità, ne avrai per forza già sentito parlare, avevo in canna l’articolo da qualche tempo ma non l’avevo mai terminato corredandolo di screenshot, ho recuperato durante il fine settimana: i Messaggi di Android (SMS) sono finalmente diventati gestibili anche da web. Il metodo sfrutta quanto già sperimentato e visto con WhatsApp, necessita quindi che il telefono sia collegato a internet e che si trovi nella stessa rete dalla quale stai tentando di utilizzare il servizio via PC. Se le premesse ci sono tutte, il gioco è già praticamente fatto.

La WhatsApp-mania contagia anche gli SMS: Messaggi Web per Android

Messaggi
Messaggi
Developer: Google LLC
Price: Free

Appartiene ormai a diversi aggiornamenti di applicazione fa, la funzione che puoi tu stesso trovare e usare dal menu a panino (in alto a destra) di “Messaggi” → Messaggi per il Web. Necessita della scansione di un codice QR che viene creato sul momento visitando (da PC) il sito web messages.android.com. Una volta fatto questo passaggio, approderai sull’interfaccia web corrispondente ai messaggi che hai già sul tuo smartphone. Potrai quindi mandarne di nuovi o rispondere a quelli ricevuti, inoltre potrai ricevere notifiche (del browser) ogni volta che te ne arriverà uno nuovo.

Qui di seguito qualche screenshot catturato durante il test:

Quanto hai fatto permette già di gestire al meglio i tuoi messaggi. Se vuoi ritoccare le impostazioni dell’interfaccia, ti basta fare clic sul pulsante a panino (quello composto dai 3 pallini, in alto a destra nella colonna di sinistra) e modificare ciò che ti interessa:

La WhatsApp-mania contagia anche gli SMS: Messaggi Web per Android 4

Il gioco è fatto, non serve null’altro. Un ultimo (comodo) colpo di coda per quegli SMS definiti ormai morti? :-)

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Ne hanno già parlato in molti, io ho atteso, ho provato a capire se potesse “starmi bene addosso“, un po’ come le palme di Piazza Duomo a Milano. Se queste ultime posso tranquillamente sopportarle (un tocco esotico in qualcosa che di esotico non ha nulla, ma tant’è), la prima proprio non va giù. Una verifica 2-Step anomala, che non ci si aspetta, ma evidentemente in Facebook hanno pensato di dare una svecchiata al metodo.

Per permettere a WhatsApp di funzionare, dovrai associare un numero telefonico univoco che andrà verificato tramite un semplice SMS (o chiamata in caso di problemi). La vera “novità” è quella relativa però all’introduzione dell’autenticazione a due fattori, quella che chiunque di noi è abituato a vedere passare da applicazioni di terze parti in grado di leggere l’ormai tradizionale codice QR e fornire la sequenza numerica che cambia ogni 30 o 60 secondi (o altri intervalli di tempo regolari).

WhatsApp è diversa. La loro autenticazione a due fattori in realtà è un codice di 6 cifre che non cambia, come una password senza scadenza, uno step in più –certamente– ma che fa comunque parte di noi utilizzatori, perché siamo noi a sceglierlo, perché nella maggior parte dei casi –senza prestare la dovuta attenzione– si andrà a utilizzare qualcosa che ci può essere associato. Una data di nascita, la parte numerica di una targa, un numero di telefono e altro ancora, tutti dati che in qualche maniera possono venirci sottratti, come tradizione vuole con le password facilmente aggirabili. Non è una vera 2-Step, è –concedimi la battuta scema– uno step e mezzo a fatica.

In ogni caso, il consiglio è quello di attivare la funzione, si tratta pur sempre di un’ulteriore strato di difficoltà che si interpone tra il tuo account e un eventuale malintenzionato:

Non servirà null’altro, solo tanta pazienza. WhatsApp ti richiederà di inserire quel codice di tanto in tanto (pure troppo) per evitare che tu possa dimenticarlo, e per proteggersi da accessi eventualmente non autorizzati. Funziona così anche con Authy (te ne ho parlato qui), ma in versione meno “ansia” e ignorabile secondo richiesta dell’utilizzatore.

La tradizionale verifica 2-Step è da sempre disponibile su Facebook (sito web e applicazione), non riesco a capire perché non portare a bordo anche WhatsApp, ma per il momento ci si dovrà accontentare (ancora ricordo i primi passi di 2-Step authentication di Twitter, poi tornata sui suoi passi, tutti possono cambiare in meglio).

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