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Tra le discussioni quotidiane alla macchinetta del caffè c’è certamente quella relativa ai costi nascosti (e non) della telefonia mobile, protagonista indiscussa in un panorama che ha messo all’angolo anche il classico e superato telefono fisso di casa. Ciò che più forse ci colpisce da vicino è proprio quella serie di gabole che possono passare inosservate a prima vista, per poi ripresentarsi in maniera più sfacciata e molto meno carina in bolletta, con conseguente avvelenamento del fegato e interminabili minuti passati al telefono con il supporto commerciale.

Voglio provare a raccogliere tutti i più classici costi nascosti che potresti ritrovarti nel conto finale, quando ormai è troppo tardi per poter recriminare qualcosa, o per lo meno quando non vale più la pena perdere ore preziose del tuo tempo per cercare di ottenere un rimborso che arriverà sempre troppo tardi.

Tu che sai tutto, che smartphone devo acquistare? 1

Piano tariffario di base

Ti sembra tanto stupido e banale? Non lo è. Il piano tariffario di base è quella serie di condizioni contrattuali che determinano le fondamenta del tuo rapporto con l’operatore telefonico. Seppur “sovrascritto” dal pacchetto di minuti, SMS (se presenti all’appello) e GB di dati da consumare entro il mese (con o senza soglie settimanali), questo può importi delle condizioni che potrebbero pesare sul conto da pagare in cassa. Ponendo il caso in cui tu finissi i minuti mensili a disposizione, andresti a pagare la cifra relativa allo scatto alla risposta (se prevista da contratto) seguita da tariffazione al minuto (spesso anticipato) proprio del tuo piano di base.

Poco tempo fa ti ho parlato dei piani PRIME go di TIM e di come poterli disattivare, perché io per primo sono stato vittima di quel piano tariffario di base che ha pesato di più sulla mia bolletta (ricarica mensile, ma poco cambia ai fini economici), fino a quando non sono passato ad altro (senza servizi in più non richiesti e fatturati in maniera quasi del tutto trasparente). Ciascun operatore ha un suo piano base che viene proposto al cliente quando sottoscrive un primo contratto, occhio quindi alle condizioni riportate e informati tramite siti web ufficiali su come poterlo cambiare nel caso in cui questo ti porti a pagare di più rispetto a ciò che hai realmente chiesto.

Credito residuo

Collegandomi a quanto appena scritto poco sopra, nel caso in cui la tua SIM preveda una ricarica mensile, forse ti conviene sapere che Vodafone richiede € 0,40 per ogni telefonata che fai al numero 414, quello che ti fornisce il tuo credito residuo, cosa che non accade con nessun altro operatore. I competitor, e Vodafone stessa, offrono il medesimo dato gratuitamente tramite applicazione ufficiale o sito internet, che ti consiglio caldamente di utilizzare:

My Vodafone Italia
My Vodafone Italia
MyTIM Mobile
MyTIM Mobile
Developer: TelecomItalia
Price: Free
Area Clienti 3
Area Clienti 3
Developer: Wind Tre S.p.A.
Price: Free
MyFastweb
MyFastweb
Developer: FASTWEB S.p.A
Price: Free

I collegamenti diretti proposti sopra puntano ad applicazioni Android, qui di seguito ti propongo i collegamenti verso le equivalenti disponibili per iOS:

My Vodafone Italia
My Vodafone Italia
Price: Free
MyTIM Mobile
MyTIM Mobile
Price: Free
Area Clienti 3
Area Clienti 3
Developer: Wind Tre S.p.A.
Price: Free
MyFastweb
MyFastweb
Developer: Fastweb Spa
Price: Free

Chiama ora / Ti ho cercato

Uno di quei servizi che abbiamo tutti sempre avuto, diventati poi a pagamento nel corso del tempo, seguendo l’onda delle tariffe sempre più competitive (alle quali togliere sempre più servizi aggiuntivi). TIM richiede € 1,90 al bimestre (qui maggiori informazioni), per Vodafone servono € 0,12 al giorno (solo se utilizzi il servizio, come meglio specificato qui), Wind € 0,19 a settimana (che verranno calcolati dalla ricezione del primo SMS di notifica di questo servizio, per un massimo di 7 giorni di copertura, appunto), e infine H3G che si attesa su € 1,50 al mese (qui maggiori informazioni).

Per disattivare i rispettivi servizi, ti rimando a qualche riferimento ben spiegato:

Segreteria telefonica

Serve davvero a qualcosa? Appurato che chi ha interesse nel cercarti ci proverà successivamente a un primo contatto fallito (quasi sicuramente, nda), la segreteria telefonica è uno di quei plus che quasi mai viene dato gratuitamente (ancora di più dopo la rimodulazione di tutti i servizi accessori). H3G lo fa pagare € 0,20 a chiamata a prescindere dalla durata di quest’ultima o dal reale ascolto dei messaggi che hai in coda, mentre per TIM il costo varia a seconda del piano tariffario; scalino più alto del podio per Vodafone, la quale addebita € 1,50 al giorno (solo in caso di utilizzo), per Wind si parla invece di 12,40 centesimi di euro a chiamata.

Come fatto per il precedente paragrafo, ecco cosa ti serve sapere per disattivare il servizio sul tuo numero telefonico:

Tethering

Diventato ormai più importante quasi delle chiamate, il servizio di tethering ti permette di utilizzare lo smartphone o il tablet come hotspot, ovvero creare una rete WiFi alla quale potrai far agganciare altri strumenti per navigare in internet (come un PC portatile, per fare un esempio). È storia ormai risaputa e che in passato ha scatenato non poche ire dei clienti: alcuni operatori hanno fatto pagare questo come fosse un servizio accessorio. Vodafone è uno di quelli che ne ha fatto quasi un cavallo di battaglia, diffidata lo scorso marzo dall’AGCOM.

Allo stato attuale non mi sembra ci sia evidenza di ulteriori operatori che giocano questo brutto scherzo (anche perché -per Vodafone- si parlava di 6€ al giorno per poter sfruttare la funzione di tethering, una cosa dell’altro mondo se pensiamo a come viene utilizzato lo strumento smartphone con relativa SIM), ma puoi sempre segnalarmi cosa mi sono perso utilizzando l’area commenti.

Recesso anticipato

Partiamo dalla doverosa premessa: se decidi di cessare un contratto in seguito a una delle tante (troppe) modifiche unilaterali imposte dal gestore telefonico, quest’ultimo NON può chiederti penale alcuna (che poi nessuno la chiamerà penale ma costo per la disattivazione del contratto, questo è altro discorso).

Ciò detto, occhio ai costi che ti vengono addebitati nel caso in cui tu decidi di non onorare più il contratto in essere prima di un certo numero di mesi “promessi” all’operatore. È il caso, per fare un esempio, di Tim Special Medium; 24 mesi di contratto pressoché obbligatorio per non pagare una penale di 39 euro. Succo del discorso identico con Wind (16 euro di penale se la si abbandona prima di 24 mesi) e con H3G, che obbliga al pagamento di 49 euro se si disdice anticipatamente il vincolo legato alla All-In Prime Special. Infine Vodafone, che con la promozione Vodafone Smart chiede di ricaricare il conto di almeno di 180 euro prima di passare ad altro operatore, per non incorrere nella penale di 26 euro.

Ho dimenticato qualcosa?

Potrei forse citarti il servizio Rete Sicura di Vodafone (vodafone.it/portal/Privati/Vantaggi-Vodafone/La-nostra-Rete-Veloce/Rete-Sicura/Vodafone-Rete-Sicura) al costo di 1€/mese dopo i primi due rinnovi offerti gratuitamente, ma non mi pare ci sia altro per cui rimanere sulla difensiva. Lo scorso febbraio DDAY aveva dedicato ai costi nascosti un buon articolo riepilogativo con tanto di tabella riportante i valori economici da sostenere per ciascun operatore, ne consiglio la lettura (seppur alcune cose sono cambiate nel frattempo).

Al solito, per qualsiasi ulteriore informazione o osservazione, sentiti libero di utilizzare l’area commenti qui di seguito. Più informazioni si hanno a disposizione, più è possibile difendersi da questo tipo di costi non sempre ben pubblicizzati (a voler usare un eufemismo).


immagine di copertina: unsplash.com / author: Alvaro Reyes

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Mi sono preso del tempo, come faccio sempre quando ci sono novità importanti in questo campo, anche se all’apparenza questa non possa sembrarlo a primo impatto (d’altronde, cambiano solo dei DNS, giusto? :-) ). La notizia è del primo aprile, abbiamo un po’ tutti pensato al più classico dei pesci, e invece no, la cosa era sera e lo è ancora tutt’oggi: Cloudflare ha lanciato i suoi nuovi DNS pubblici, in collaborazione con APNIC, mettendo a disposizione del mondo gli IP 1.1.1.1 e 1.0.0.1 (rispettivamente DNS primario e secondario).

1.1.1.1 è la vera risposta a 8.8.8.8?

I DNS sicuri di Cloudflare

We will never log your IP address (the way other companies identify you). And we’re not just saying that. We’ve retained KPMG to audit our systems annually to ensure that we’re doing what we say.

Frankly, we don’t want to know what you do on the Internet—it’s none of our business—and we’ve taken the technical steps to ensure we can’t.

[…] 1.1.1.1/#explanation

L’obiettivo della coppia (Cloudflare e APNIC, nda) è chiaro da subito, ed è quello di fornire un servizio alternativo a quelli già presenti sul mercato, mettendoci del proprio, cercando di assicurare all’utente finale una privacy che altri probabilmente non possono / vogliono offrire per questione di business o per mancanza di interesse verso la “beneficenza” (questo tipo di struttura ha un costo, e generalmente non è quello equivalente alla paghetta settimanale che la nonna ti dava all’epoca della gioventù pre-adolescenziale). Cosa si ottiene in cambio è pubblicamente riportato dal blog di APNIC, più precisamente in questo estratto:

In setting up this joint research program, APNIC is acutely aware of the sensitivity of DNS query data. We are committed to treat all data with due care and attention to personal privacy and wish to minimise the potential problems of data leaks. We will be destroying all “raw” DNS data as soon as we have performed statistical analysis on the data flow. We will not be compiling any form of profiles of activity that could be used to identify individuals, and we will ensure that any retained processed data is sufficiently generic that it will not be susceptible to efforts to reconstruct individual profiles. Furthermore, the access to the primary data feed will be strictly limited to the researchers in APNIC Labs, and we will naturally abide by APNIC’s non-disclosure policies.

[…] labs.apnic.net/?p=1127

La posizione dominante della struttura CDN di Cloudflare è certo garanzia di qualità e stabilità, perché estremamente capillare e facile da raggiungere da qualsivoglia posizione nel globo, questi due nuovi DNS includono tra l’altro la sicurezza del “nuovo” (si fa per dire) trasporto dati DNS-over-TLS, permettendo alle informazioni di transitare in maniera criptata, che completa il quadro sicurezza grazie al DNS-over-HTTPS (già compatibile con Chrome, nda), il quale supporta diverse tecnologie di crittografia come QUIC o HTTP/2 Server Push, ed è quindi già pronto per un futuro che dovrebbe progressivamente abbandonare la risoluzione dei nomi a dominio per come noi tutti la conosciamo e per come l’abbiamo “vissuta” fino a oggi (stiamo parlando di una tecnologia che è vecchia quanto l’internet o quasi, e che nella realtà può essere comparata alla rubrica telefonica che le persone anziane tengono di fianco al telefono analogico messo in bella vista nel salotto buono).

La prova sul campo

I fatti raccontano ciò che sei, la teoria è bella ma rimane spesso a far compagnia all’aria fritta. Dopo anni di utilizzo del (da tanti considerato) nemico Google (8.8.8.8/8.8.4.4), ho scelto di modificare la configurazione di una macchina Windows (questa) forzandola a risolvere i nomi a dominio tramite il nuovo servizio. Velocità e stabilità assolutamente corrette, risoluzione pressoché immediata anche partendo da una sessione browser completamente pulita, senza cache, senza dati precedentemente memorizzati, confermando quei tempi anche tramite un prompt dei comandi aperto contemporaneamente.

1.1.1.1 è la vera risposta a 8.8.8.8? 1

In pratica la nuova coppia di DNS sembrano mantenere le promesse tanto decantate da Cloudflare in primis, confermate ufficialmente anche da DNSPerf.com, progetto (quest’ultimo) di terza parte, che da anni mette alla prova –tra le altre cose– i resolver DNS disponibili in tutto il mondo, lo stesso che misura anche le performance del servizio offerto da Google, il quale arriva a occupare la quarta casella sul tracciato, dietro Cloudflare (al primo posto), OpenDNS (che appartiene a Cisco ormai dal 2015) e Quad9 (free, open e private anche lui, in collaborazione con IBM, Global Cyber Alliance e Packet Clearing House).

Ma poi …

Se si va a filtrare la qualità del DNS anziché la velocità di risoluzione, Cloudflare occupa l’ultimo posto (97,22% in Europa, 94,81% globalmente), risultato tutt’altro che valido, di cui certo non vantarsi troppo ad alta voce. In Europa sembra che la qualità massima appartenga ai DNS di Comodo, Google si posiziona in questo caso al sesto posto (oltre la metà della classifica). Giusto per dare il metro di giudizio, la qualità è definita così da DNSPerf:

“Quality” shows the uptime of nameservers. For example if a provider has 4 NS and 1 fails then quality is 75% for that location and benchmark. This means even though the provider is marked as down a real user could still get an answer thanks to the round robin algorithm used by DNS. “Quality” does not represent the real uptime of a provider

Ciò non vuol quindi dire che il servizio DNS in sé non risponda, ma più semplicemente che la tua richiesta viene consegnata a una macchina in quel momento accesa e pronta a lavorare, facendoti perdere un attimo più di tempo per arrivare a destinazione, ed è quello che è già capitato al servizio di Cloudflare che –solo a dirlo– fa un po’ sorridere considerando il principale business dell’azienda (la lotta al downtime, servendo e mostrando qualcosa di sempre reperibile anche se così non è nella realtà specifica del sito web e del relativo database in uso). Ho volutamente analizzato questo dato perché quello relativo all’uptime (parlando sempre di DNSPerf) è pressoché inutile al giorno d’oggi:

“Uptime” shows the real uptime of DNS provider. A provider is marked as down only if all nameservers go down at the same time. (in the select location)

È davvero difficile (se non quasi impossibile) che un servizio di questo tipo vada completamente offline, soprattutto considerando che dietro ci sono importantissime aziende che possono vantare infrastrutture complesse, ridondate, che hanno dato il giusto peso al Disaster Recovery e che possono quindi deviare il traffico verso strutture di backup pronte a rispondere quando la situazione si fa calda.

Gli altri parametri utilizzati dal servizio di misurazione sono molto chiari ed equi per tutti i giocatori sul campo:

  • All DNS providers are tested every minute from 200+ locations around the world.
  • Only IPv4 is used.
  • A 1 second timeout is set. If a query takes longer, its marked as timeout.
  • “Raw Performance” is the speed when quering each nameserver directly.
  • The data is updated once per hour.

Difetti di gioventù? Possibile, eppure è proprio in quel momento che devi cercare di avere la maggiore potenza di fuoco possibile, perché la curiosità attira le persone, e queste proveranno il tuo servizio mettendoti in seria difficoltà se non hai fatto i giusti conti con l’oste. È una cosa del tutto naturale, che può sfuggire di mano e che può portare a ottenere l’effetto contrario, quello tipico da vanto al bar, presto però fatto tacere da qualcuno che dimostra tutto il contrario.

Ho modificato la configurazione del mio Fritz!Box 7590 variando DNS primario e secondario, da Google a Cloudflare, ottenendo –una sera di qualche giorno dopo– un blackout parziale di rete durato (in realtà sopportato) circa 30 minuti, durante i quali caricavo a singhiozzo risorse internet. Ed è proprio in quel momento che ho riportato la situazione alla precedente configurazione, rimettendo al loro posto i DNS di big G., riprendendo così a navigare correttamente con ogni dispositivo connesso alla rete di casa. Ti metto a tacere se in questo momento stai pensando potesse trattarsi di un problema relativo al router o alla fibra di Fastweb, perché tutto funzionava perfettamente se la risorsa esterna era stata già precedentemente agganciata (senza necessità di ulteriore risoluzione DNS), dandomi rogne esclusivamente con le nuove, senza considerare che alla variazione dei resolver tutto è tornato immediatamente a funzionare come nulla fosse mai successo.

Il dettaglio del comportamento misurato di 1.1.1.1 lo trovi all’indirizzo dnsperf.com/dns-resolver/1-1-1-1, noterai tu stesso delle altalene comprensibili e ovviamente nella norma nel corso del tempo. C’è una costanza quasi incredibile invece per il servizio di Google (tenendo ben presente che non si può brillare ovunque, e che bisognerebbe scegliere dei DNS in grado di avere e dimostrare buone performance in base a dove ci si trova fisicamente per più tempo).

In conclusione

Darò certamente una seconda possibilità a Cloudflare, per me è molto importante che tutto funzioni egregiamente in casa, ci tengo, tanti servizi girano e servono me e la mia famiglia anche fuori da qui (su smartphone e non solo), poter vedere contenuti multimediali, navigare, usare la posta elettronica è ormai considerato uno standard quasi al pari di trovare una bottiglia d’acqua in dispensa (lo so, non è proprio la stessa cosa, ma è per farti capire il metro di giudizio secondo il mio malato neurone). Litigare ancora oggi con una risoluzione nomi che quasi ti fa pentire i tempi delle modifiche al proprio file hosts non è cosa normale.

Lascio fare questo servizio a chi sa come farlo (ancora scende la lacrimuccia pensando al servizio FoolDNS lanciato da Matteo così tanti anni fa), ma pretendo che funzioni bene e senza tutte quelle barriere imposte da chi può permettersi il lusso di dire cosa posso o non posso visitare (DNS dei provider di connettività italiana, cosa che accade anche all’estero con gli oscuramenti assai discutibili), rispondendo in tempi ragionevoli e portando il mio browser (ma non solo) dove volevo atterrare, non un centimetro più in là. Sui termini della privacy e raccolta dati di Cloudflare e APNIC posso limitarmi a raccontarti quanto apprendo da loro, sperando che non ci siano secondi fini a noi sconosciuti.

Ti ricordo che, da qualche tempo ormai, sul forum di Mozilla Italia viene mantenuta aggiornata una discussione in cui si parla proprio di DNS e dei loro comportamenti, con ogni riferimento che può tornarti utile. Trovi la discussione all’indirizzo forum.mozillaitalia.org/index.php?topic=59932.msg406060#msg406060.

Se ci si vuole affidare alla storia, dare alla luce un servizio il primo di aprile sembra aver portato bene a Google e al suo (mai troppo adorato) GMail, che possa Cloudflare sperare di replicare quel successo?

E tu, hai cambiato i tuoi DNS per navigare tramite 1.1.1.1/1.0.0.1 oppure hai tenuto quelli che avevi prima? Cosa hai scelto? Ti va di raccontarmelo nei commenti e dirmi il perché della tua scelta? :-)


fonti:
blog.cloudflare.com/announcing-1111
dnsperf.com/#!dns-resolvers

immagine di copertina: unsplash.com / author: Himesh Kumar Behera

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La risposta è chiaramente , anche se lo SpeedTest di Ookla è un’autorità indiscussa. Viene usato anche su siti web di terze parti, in versione personalizzata magari, ma pur sempre con la misurazione e lo standard qualitativo imposto dalla società di Seattle, Washington, lanciatasi in questo mercato ormai 12 anni fa (quasi). Scopo dell’articolo è quindi raccontare sì di SpeedTest, ma anche delle sue alternative da tirare fuori dal cilindro quando servono “ulteriori pareri“.

Test di velocità: esistono alternative a SpeedTest?

Prima di cominciare

Credo sia obbligatorio fissare alcuni punti chiave che valgono un po’ per tutti i prodotti e le situazioni. Ricordati che:

  • la velocità di allineamento del tuo modem NON è mai la velocità reale della tua connessione internet. Lo ribadisco perché continuo a sentire che la schermata del FastGate che mostra l’allineamento upload / download con la centrale corrisponde alla velocità di scaricamento e caricamento dati online, succede anche con clienti TIM (anch’essa propone il medesimo dato in schermata di gestione del modem proprietario). No, non è così. Ti rimando a questa lettura: assistenzatecnica.tim.it/at/portals/assistenzatecnica.portal?_nfpb=true&_pageLabel=InternetBook&radice=consumer_root&nodeId=/AT_REPOSITORY/632106.
  • Un test, per essere quanto più veritiero possibile, dovrebbe essere condotto tramite cavo di rete, non WiFi (perché questo è soggetto a molti fattori che possono variarne seriamente i risultati), possibilmente tenendo quest’ultima rete quanto più scarica possibile (niente cellulari connessi che stanno navigando o scaricando dati, niente console, decoder, ecc.). Più sarà scarica la tua rete, più sarà sensato il test via cavo.
  • Un solo test non è mai quello giusto. Ricordati che dall’altro lato c’è un server (con relativa banda internet) che sta facendoti scaricare e caricare dati ai fini della misurazione. Quel server potrebbe dover servire più persone contemporaneamente (lo fa, stanne certo) e non sei l’unico che in questo momento sta pensando di misurare la capacità della propria connessione internet. Cambia server, non selezionarlo troppo distante da te, ripeti il test più volte. La media dei risultati è generalmente un buon punto di partenza per capire se la tua connessione a internet sta facendo il suo dovere oppure no.

Molte delle cose che ti ho riportato qui sopra, vengono adottate anche per le misurazioni ufficiali di AGCOM, le uniche che possono aiutarti a chiudere un contratto -senza ulteriori spese (e magari anche con rimborso di quanto ingiustamente pagato)- con un fornitore che promette ma non mantiene. Dagli un’occhiata, male non può certo fare: misurainternet.it/download/nemesys.

SpeedTest

Indiscusso Re di ogni misurazione, viene adottato come standard da molti, anche dai provider che ne sfruttano i risultati come allegati in caso di disservizi lamentati dall’utente finale. Fastweb è certamente uno di questi, poi c’è TIM, e sono solo un paio di esempi tra i tanti possibili.

Test di velocità: esistono alternative a SpeedTest? 1

SpeedTest è un prodotto che è stato molto migliorato nel tempo, che ha pubblicato applicazioni, che ha sviluppato pagine accessibili (anche se solo negli ultimi anni, costretta dal costante –finalmente– affondare di Flash). I server che permettono i test sono sparsi nel mondo e hanno generalmente una potenza di fuoco importante, tendendo quindi a dare risposte sufficientemente veritiere quando si mette alla prova la propria connessione casalinga (o d’ufficio, ovviamente). Resta scontato quanto già specificato però nei punti chiave: non è la singola misurazione a determinare il risultato finale.

Su PC puoi raggiungere il servizio puntando il browser all’indirizzo speedtest.net, oppure puoi scaricare l’applicazione da installare, quest’ultima mi è utile e ho scelto di averla su ogni mia postazione, è uno strumento che si utilizza abbastanza spesso. Se vuoi evitare di installare un’ulteriore applicazione, puoi sempre aggiungere l’estensione a Google Chrome (no, nulla da fare per il momento per Firefox, ci ho provato ma ottengo errori nella conversione):

Speedtest by Ookla
Speedtest by Ookla
Developer: speedtest.net
Price: Free

Su mobile, Speedtest è presente su qualsiasi piattaforma (persino quelle dichiarate ben più che morte!):

Speedtest.net Speed Test
Speedtest.net Speed Test
Developer: Ookla
Price: Free+
Speedtest.net
Speedtest.net
Developer: Ookla
Price: Free+
Speedtest.net
Speedtest.net
Developer: Ookla
Price: Free+

SpeedTest è la mia scelta, quella pressoché obbligata in qualsiasi occasione, quella che mi permette di selezionare server più vicini alla mia posizione (è possibile farla rilevare direttamente dal sito web o dall’applicazione) e ottenere così risposte certamente plausibili e ragionevolmente corrette, in una “media sulle 3“.

Fast

Forse il più conosciuto dopo SpeedTest, perché introdotto da Netflix qualche tempo dopo l’arrivo sui nuovi mercati europei. Fast.com permette di effettuare una misurazione della tua connessione internet, anche se solo in una direzione, quella in ingresso verso il tuo dispositivo. In pratica scambi dati con i server del noto provider di contenuti multimediali per cercare di capire se la fruizione dei contenuti possa essere soddisfacente. Fast.com è un po’ la base di quei risultati che Netflix pubblica di tanto in tanto, stilando una classifica dei migliori provider in circolazione (vedi: ispspeedindex.netflix.com/country/italy).

Test di velocità: esistono alternative a SpeedTest? 2

Presente sul web (puntando appunto all’indirizzo fast.com), è disponibile anche per dispositivi mobili, per iOS e Android:

FAST Speed Test
FAST Speed Test
Developer: Netflix, Inc.
Price: Free
FAST Speed Test
FAST Speed Test
Developer: Netflix, Inc.
Price: Free

Fast è certamente la mia seconda scelta (quella di backup, diciamo), alla ricerca della conferma delle misurazioni ottenute tramite SpeedTest.

Google

È dal settembre dello scorso anno che Google ha introdotto anche in Italia un risultato di ricerca (una keyword, come quelle di cui ti avevo già parlato in passato) che ti permette di effettuare un rapido test di velocità. Senza molta fantasia, ti basterà scrivere “speed test” (vale anche “test velocità internet“) all’interno del campo di ricerca, per vedere come prima proposta un box attraverso il quale potrai lanciare un rapido scambio dati in download e upload, così da ottenere una misurazione:

Test di velocità: esistono alternative a SpeedTest? 4

Facendo clic sul pulsante “Esegui test della velocità“, ti si aprirà un piccolo popup (che metterà in secondo piano tutto il resto della pagina) il quale scaricherà dapprima dei dati, poi li caricherà verso Google. Non ci sono applicazioni dedicate, puoi comunque fare riferimento all’applicazione generica di Google e lanciare la medesima ricerca anche su Mobile, per arrivare a ottenere la stessa possibilità di misurazione su smartphone e tablet.

Google
Google
Developer: Google, Inc.
Price: Free
Google
Google
Developer: Google LLC
Price: Free

Nonostante si faccia generico riferimento a un server situato a Milano (città che mi ospita), quindi ipoteticamente il più vicino alla mia connessione, Google non è certamente parte delle mie scelte personali. Le sue misurazioni sono quelle meno accurate, quelle che più discostano dalla reale velocità del Gigabit che c’è a casa, la stessa cosa succede nelle misurazioni fatte in ufficio dove la linea business è addirittura una Gigabit simmetrica (giusto per chiarire che non è evidentemente qualcosa di limitato alla configurazione del mio router, cosa comunque improbabile visti i test eseguiti con gli altri competitor).

nPerf

Scoperto un po’ per caso qualche tempo fa, nPerf è un altro strumento di misurazione della propria connessione, sviluppato bene anche se forse troppo caotico in home page (preferisco di gran lunga lo stile minimalista di Ookla). Lo puoi raggiungere puntando il browser all’indirizzo nperf.com/en, e facendo partire la misurazione dal tachimetro in bella vista (via cavo mi raccomando, non fare come me che durante la stesura dell’articolo ho usato il WiFi giusto per catturare qualche screenshot!). Anche in questo caso ti verrà proposto il server più vicino in base alla tua posizione (rilevata tramite browser previa tua autorizzazione, nda) e continua a valere inoltre la regola base dei 3 tentativi e media di questi.

Test di velocità: esistono alternative a SpeedTest? 5

nPerf è disponibile online, navigabile da qualsiasi browser (senza necessità di alcun plugin) ma anche tramite applicazioni specificatamente studiate per il mondo Mobile (iOS e Android). Particolarità molto gradita delle applicazioni è l’ulteriore possibilità di mettere alla prova la connessione 4G facendo eseguire delle misurazioni con il download / visione di filmati ad alta definizione, ascolto Mp3 e altro ancora (davvero un punto ulteriore a favore di questa soluzione alternativa).

nPerf internet speed test
nPerf internet speed test
Developer: nPerf SAS
Price: Free+
Speed Test Velocità e QoS 4G
Speed Test Velocità e QoS 4G
Developer: nPerf.com
Price: Free+

nPerf è sicuramente una validissima alternativa a SpeedTest di Ookla, da tenere a portata di clic su PC fissi e portatili, e come applicazione sui dispositivi mobili. È nella stessa cartella strumenti di SpeedTest e Fast (sul mio smartphone e pure su iPad), e non perde il suo posto da molto tempo ormai.

Prima di concludere

Spero di averti dato qualche spunto interessante riguardo le alternative a SpeedTest, ma sono certo che lì fuori ce ne saranno molti altri, anche di buona qualità. Per questo motivo ti invito caldamente a usare l’area commenti per proporre le tue alternative, quelle delle quali non puoi fare a meno, che propongono magari (come nPerf) qualcosa in più rispetto alla più classica misurazione della banda in download e upload.

Se vuoi, alla lista sopra discussa potresti aggiungere un’applicazione sviluppata dallo staff di OpenSignal, il grande progetto che mira a censire tutti i punti di accesso mobili in giro per il mondo (con un’applicazione pensata e sviluppata proprio per portare a termine questo complesso lavoro). Si chiama Meteor Speed Test ed è disponibile per iOS e Android:

Meteor: App speed test
Meteor: App speed test
Developer: OpenSignal, Inc
Price: Free
Meteor Speed test applicazioni
Meteor Speed test applicazioni

A me non resta che ringraziarti per aver letto questo articolo.

Buona navigazione! :-)


immagine di copertina: unsplash.com / author: Chris Liverani

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Che è un po’ un titolo “tirato per il collo“, me ne rendo conto, perché in realtà la porta OBD comunica allo smartphone ciò che la nuova versione del gadget automobilistico Vodafone, il V-Auto, rileva. Esso permette, tra le altre cose, di non perdere mai d’occhio la tua automobile, dandoti la possibilità di ritrovarla in un grande parcheggio oppure di seguirla in caso di furto (facendo i dovuti scongiuri), ma anche di lanciare un segnale SOS in caso di incidente. Il costo del prodotto è di 79€ e può essere sfruttato pagando un abbonamento di 5€ (ogni 4 settimane) che puoi disattivare quando desideri.

V-Auto by Vodafone: la porta OBD comunica con lo smartphone

Magari non te lo ricordi, ma qualcosa di simile esisteva già, e parlo sempre di un prodotto Vodafone, anche se i tempi erano quelli del “lab” e il gadget si chiamava “Driverxone” (si trova ancora qualcosa in giro, come questo vecchio thread sul forum della community). Avevo anche provato (nel 2014) a chiederne un sample, ma trattandosi di un prodotto in beta chiusa veniva venduto agli interessati e non c’è stato un vero e proprio lancio stampa, quindi ho dovuto rimandare il tutto e arrivare –finalmente!– oggi ad avere tra le mani la versione rivista e perfezionata, ufficialmente lanciata sul mercato.

V-Auto

V-Auto è un accessorio che si attacca alla porta OBD dell’automobile (cos’è la porta OBD?) e ne cattura alcune informazioni che possono tornare utili durante un’ispezione di officina, ma anche all’applicazione ufficiale del prodotto che è possibile scaricare dagli store di riferimento:

V-Auto by Vodafone
V-Auto by Vodafone
Developer: Vodafone
Price: Free
V-Auto by Vodafone
V-Auto by Vodafone
Developer: Vodafone
Price: Free

L’installazione si fa tutta tramite procedura guidata e richiede che si utilizzi una SIM ricaricabile Vodafone, limitazione importante che nel mio caso non avrei potuto superare senza l’aiuto di una SIM di test fornita dall’operatore stesso (ho una SIM business Vodafone, attualmente non compatibile con il servizio).

V-Auto by Vodafone: la porta OBD comunica con lo smartphone 4

C’è un nutrito elenco di marche e modelli selezionabili dall’elenco compatibilità di V-Auto, anche se ho notato che in alcuni casi mancano all’appello vetture certamente compatibili ma tenute fuori per altri motivi (per esempio, un restyling che manca all’appello, come nel mio caso):

Cosa fare in questi casi? Seppur non si tratti di qualcosa di certificato e sicuramente compatibile, puoi provare a selezionare un modello successivo al tuo, verificando in seguito (entro qualche giorno) che l’applicazione faccia correttamente il suo lavoro, per evitare di pagare a vuoto il servizio. Generalmente il work-around funziona se si tratta di modelli vicini tra di loro (data di produzione), perché i dati rilevati dal V-Auto sono “pochi” e facili da recuperare da quella porta nella tua vettura, non dovresti incontrare grandi difficoltà.

Procedi quindi con la compilazione dei dati richiesti a video (una volta superata la fase della scelta veicolo, nda) e dai la conferma a procedere con il pagamento dei primi 5€ (fatturazione ogni 4 settimane, te lo ricordo!) che verranno scalati direttamente dal credito residuo della SIM. Una volta ricevuta la conferma, dovrai spostarti verso l’automobile, si procede con l’installazione vera e propria.

Questa richiede:

  • che tu conosca dove si trova la porta OBD della tua vettura (non ti preoccupare, l’applicazione propone fotografie e istruzioni dettagliate per ogni modello compatibile!).
  • Che la tua automobile si trovi fuori dal garage (se sotterraneo), perché in caso contrario non ci sarebbe rilevazione della posizione via GPS (quello di V-Auto, nda), né tanto meno sarebbe possibile agganciarsi a una cella Vodafone.

Ciò che devi fare è parcheggiare l’automobile in una piazzola di sosta scoperta e NON accendere il motore.

V-Auto possiede infatti una batteria tampone al litio che può durare anche diverse settimane in assenza di energia (presa dalla batteria auto quando quest’ultima è accesa e in movimento), così da garantire il pieno funzionamento dell’alloggiamento SIM e del suo GPS integrato. Ciò sarà fondamentale in caso di incidente o di fermi prolungati della vettura (e inserirei anche i casi di furto).

Uso dell’applicazione

C’è ancora poco, ed è tutto sommato intuitivo, sicuramente ci sarà spazio in futuro per aggiungere nuovi dati e funzionalità a un oggetto che potrebbe per esempio dirci il livello di carburante nel serbatoio, o magari se c’è qualche altro errore o avviso che ci siamo persi quando abbiamo guardato l’ultima volta il cruscotto. Vodafone ha esperienza in questo settore, la sua tecnologia è già a bordo di vetture di tipo premium (come BMW o Porsche), ma anche in qualche modo connessa a qualcosa di più “terra“, come le FIAT 500 del servizio Enjoy, il potenziale c’è quindi tutto, si tratta solo di capire quanto spingersi in là e quanto questo servizio faccia reale breccia nei cuori dei suoi utilizzatori.

Ciò che certamente non mi è piaciuto è l’insistenza e lo scadere rapido delle sessioni di login che richiedono un’autenticazione a due fattori che passa necessariamente da un SMS inviato sul numero che paga l’abbonamento (lo considero ormai superato, e preferirei un’applicazione 2FA più rapida per confermare la mia identità, come Authy e soci), ma anche la scarsità di dettagli della schermata di Guida Sicura (un livello calcolato sulla base del proprio stile di guida, velocità media, chilometri percorsi), c’è certamente ampio margine per arricchire il tutto, ma ci vuole tempo.

Essenziale invece, ma già corretta, la schermata riepilogativa che propone i percorsi fatti con relativo giorno, velocità media, tempo impiegato e tappe toccate. Ti propongo qualche schermata catturata dall’applicazione di V-Auto:

In conclusione

V-Auto è un bell’accessorio, lo ammetto, ero curioso già della sua prima versione nel 2014, questa nuova progettazione basata su 3 anni di feedback e ulteriore sviluppo è stata pensata e realizzata per un pubblico certamente più ampio, rimodulando anche il prezzo del servizio (i 3€ dell’epoca sono diventati oggi 5, con fatturazione ogni quattro settimane anziché mensile), che diventa parte importante di un monte spesa annuale che va a sommarsi con qualsiasi altro costo a rinnovo (Spotify, Netflix, ecc.).

Può essere il giusto alleato per accompagnare la vettura che compri per tuo figlio, ma anche una finestra sui tuoi spostamenti con possibilità di tracciare facilmente tempi e chilometraggi (comodissimo soprattutto per i rimborsi spese), con un occhio di riguardo alla sicurezza costituita dal plus del servizio SOS di Vodafone che viene gestito da sede, che interviene autonomamente in caso di incidente grave, mandando soccorsi nel più breve tempo possibile (cosa della quale io mi devo fidare rispetto a quanto mi ha detto Vodafone, perché di certo non ho intenzione di provarla volontariamente!).

Il gioco può valere la candela? Ciascun caso va analizzato a compartimenti stagni, non ho un parere secco che possa calzare in maniera universale. L’applicazione può e deve migliorare, credo che già a livello firmware (aggiornando il V-Auto connesso alla porta OBD) si possa fare più di quanto a disposizione oggi, ma sono certo che le carte verranno scoperte con il tempo.

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Disclaimer per un mondo più pulito

Gli articoli che appartengono al tag "Banco Prova" raccontano la mia personale esperienza con prodotti generalmente forniti da chi li realizza. In alcuni casi il prodotto descritto rimane a me, in altri viene restituito. In altri casi ancora sono io ad acquistarlo e decidere di pubblicare un articolo in seguito, solo per il piacere di farlo e di condividere con te le mie opinioni. Disclaimer
Ogni articolo rispetta -come sempre- i miei standard: nessuna marchetta, solo il mio parere, riporto i fatti, a prescindere dal giudizio finale.

Prodotto: fornito da Vodafone, ho potuto tenerlo al termine dei test. Anche la SIM di test è stata fornita da Vodafone, viste le attuali limitazioni legate all'operatore (questa torna all'ovile).
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Oggi voglio proporti un articolo già scritto, rivisto e pubblicato su IF Magazine (piattaforma di BNP Paribas Cardif), con la quale collaboro. Quella che leggerai qui di seguito è la versione originale, quella che ricalca fedelmente le mie idee, senza tagli, ma che -soprattutto- si rivolge a te, come se ci stessimo facendo una chiacchierata alla macchina del caffè, proprio come piace a me :-)

Il tuo corpo è unico, o per lo meno è raro trovare in giro quella combinazione di tratti somatici, voce e impronte che, messi insieme, restituiscono un risultato che possa essere confuso anche dall’occhio più attento.

Dapprima il PIN (storico, sempre esistito anche sulle prime carte SIM degli anni ’90), poi le password più complesse, e così le combinazioni, le impronte, la voce, il volto e molto altro ancora. Un solo scopo: sbloccare nel minor tempo possibile l’accesso lecito al nostro smartphone, lasciando fuori le persone indesiderate.

Dal fingerprint al riconoscimento facciale, com’è cambiata la nostra interazione con i device tecnologici?

Torna indietro un attimo

Contrariamente agli anni ’90 e i primi Motorola approdati qui da noi, sui quali le schede del monopolista italiano cercavano di non farsi infastidire poi troppo da un nuovo competitor rappresentato da una splendida modella australiana (te lo ricordi, vero? Gli anni passano anche per te, fattene una ragione), il trascorrere del tempo ha cominciato a far sentire la crescente necessità di proteggere quei contenuti sensibili che oggi, su smartphone ben più evoluti, costituiscono buona parte della nostra base dati, conoscenze, appuntamenti, quotidianità.

Il PIN della SIM (quest’ultima costituiva l’unico spazio di memoria occupabile, te lo ricordo) era assolutamente sufficiente a tenere lontano coloro che non dovevano poter accedere alla nostra rubrica e a quei primi “short message” (SMS); bastava semplicemente riavviare il telefono per attivare la protezione. La prima vera evoluzione porta il nome di Nokia, pioniere e autorità in un campo dove oggi viene ricordato più per quanto fatto in passato, che per quanto in cantiere in ottica contemporanea e futura.

iPhone, seguito poi a ruota da Android, costituisce l’ulteriore passo in avanti, stavolta gigantesco, che impone la fine della memoria disponibile nella carta SIM. Quello che può essere volgarmente chiamato ferro è in realtà qualcosa che è possibile cambiare in qualsiasi momento, perché il proprio numero di telefono segue la scheda SIM (non necessariamente la stessa di 10 anni fa, tanto per aggiungere carne al fuoco), e tutto ciò che costituisce il nostro mondo digitale trova spazio su programmi installati nel PC, quelli che ti hanno permesso di fare backup anni prima dell’avvento del Cloud.

E quindi?

E quindi oggi tutto ciò che ti rappresenta trova spazio –prima di tutto– nel tuo smartphone. La tua mail, i tuoi contatti, i tuoi ricordi. Proteggere questi dati diventa fondamentale e sono quindi nate nuove tecniche che provano a impedire accessi non autorizzati ai nostri quotidiani compagni di viaggio (tendo ormai a considerare così smartphone, tablet, PC).

Dico “provano” perché ogni medaglia ha una seconda faccia, e ogni tecnologia nasce insicura per definizione, o per lo meno ci sarà sempre qualcuno che farà di tutto per aggirare l’ostacolo, legalmente o meno.

Affidiamo tutto ai metodi di sblocco dei nostri gadget, un PIN numerico o una combinazione alfanumerica più complessa, una sequenza di trascinamento, un’impronta digitale, un volto, un occhio, la voce. Ognuno di questi ha potenzialmente una falla, spesso causata da noi utilizzatori. Perché se è vero che un’impronta digitale è di più difficile riproduzione, sembra lo sia molto meno una fotografia che inganna un controllo approssimativo del volto, o magari una lente a contatto che va a sorpassare il controllo dell’iride, una voce registrata il microfono. Il PIN, possibilmente complesso da indovinare ma facile per te da ricordare, continua a rimanere la tecnica di protezione migliore, quella spiaggia che –tanto per voler andare “off topic”– in America nessuno ti potrà chiedere di inserire per sbloccare forzatamente il tuo smartphone (contrariamente invece all’impronta digitale o all’iride) :-)

In attesa quindi che un futuro prossimo ci permetta di utilizzare il cuore per sbloccare il nostro dispositivo (sto parlando di questa notizia relativamente nuova), e con la speranza che questo sia il più sicuro dei metodi, non ti resta che scegliere un codice di sblocco alfanumerico complesso, non mettendoti in scacco da solo, ovvero:

  • il codice deve essere sì complesso, ma ricorda che dovrai utilizzarlo ogni volta che avrai bisogno del tuo dispositivo, non esagerare, potresti arrivare facilmente all’esaurimento nervoso e tirarlo dalla finestra;
  • evita di utilizzare dati che è possibile scoprire con estrema facilità nell’era di Facebook e dell’homo social, la tua data di nascita (così come quella di tua moglie o di tuo figlio) è da evitare come il maglione d’estate in spiaggia, giusto per rendere l’idea, e la stessa cosa vale per numeri di telefono, civici di casa o targhe automobilistiche, e per qualsiasi altro dato così alla portata di chiunque;
  • ti devi basare sul principio universale secondo il quale una password robusta è qualcosa di molto distante dall’associazione randomica di lettere e numeri che non hanno connessione alcuna. Te la faccio semplice: “Il cavallo bianco di Napoleone” è più sicura che “Eq2187.!_saju%$” (per i feticisti: 122 bits contro 91, eppure la prima è decisamente più semplice da ricordare);
  • l’impronta è e resta una buonissima alternativa in terra nostrana, perché è immediata e trova il suo backup nel codice di cui sopra;

Tutto chiaro?

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